martedì, giugno 03, 2008

Conflitti Globali 5: Un mondo di controlli

Presentazione
di Alessandro Dal Lago, Salvatore Palidda
da agenziax - scheda rivista

Se volete andare negli Stati uniti per meno di tre mesi, come turisti, non avete bisogno di un visto alla partenza. In cambio, vi dovete dotare di un passaporto elettronico. Ciò consente all’arrivo al funzionario americano di collegarsi con le banche dati del vostro paese e ricostruire on the spot il vostro profilo anagrafico, penale e giudiziario, nonché – presumibilmente – politico e ideologico. In base ad accordi recenti con l’Unione europea, è possibile che diversi altri dati siano concessi alle autorità americane (medici, morali, sessuali ecc.). Si tratta di una forma di subordinazione all’alleato d’oltreoceano ovviamente giustificata dagli attacchi dell’11 settembre e, in generale, dalla lotta contro il terrorismo.
Ma non c’è bisogno di andare così lontano per accorgersi che la nostra vita (materiale, ma non solo) è schedata in un’infinità di modi. Se, per esempio, uno ha pagato in ritardo, anni fa, la rata di un prestito, è probabile che un’altra società di credito gli rifiuti il finanziamento per acquistare un’automobile.

Innumerevoli indizi fanno ritenere che le banche dati siano intercomunicanti non solo all’interno di un settore (per esempio, quello bancario), ma tra diversi settori. Se questo è vero, significa che tutto quello che facciamo quando ci colleghiamo al Web o inseriamo una carta in qualche sistema è rintracciabile. Non è necessaria molta immaginazione per comprendere come, attraverso Internet e la posta elettronica, quello che scriviamo o comunichiamo sia accessibile ad altri sconosciuti. E quindi quello che pensiamo. Un esempio banale: se ci si registra su un sito per l’acquisto di libri online, immediatamente si riceverà una pubblicità martellante sull’offerta di un certo genere di testi da un’altra libreria in rete (teoricamente concorrente). In poche parole, chi è dotato del potere di schedare qualcuno (perché fa parte di apparati pubblici e privati di controllo o per vendergli qualcosa) è in grado di entrare nella nostra vita privata. Naturalmente, se non si è degli hacker esperti (ovviamente correndo grossi rischi), il contrario non è possibile. Voi, gli schedati, non potrete entrare mai nel pensiero e nella vita degli schedatori.

Possiamo anche decidere che non ci importa nulla di tutto ciò, sia perché siamo persone qualunque, e la nostra vita ha una limitata importanza politica ed economica, sia perché, probabilmente, i sistemi elettronici di controllo sono complicati dalla loro pervasività e devono trattare una quantità inimmaginabile di dati. Tuttavia è chiaro che, in linea di principio, dipendiamo in tutto e per tutto dai capricci cognitivi di qualcun altro: dal legislatore che, avendo deciso di proteggerci ancora di più da pericoli ignoti, estende il raggio dei controlli, al singolo operatore che per curiosità, noia o, ancora peggio, zelo ha deciso di interessarsi di noi. Anche qui, un esempio. Un tale sbarca in un aeroporto italiano dopo un lungo volo. È stanco, trasandato e soprattutto sfoggia barba e capelli lunghi. Un addetto alla security gli chiede di aprire il bagaglio. C’è un libro in inglese, comprato all’aeroporto di partenza, sulla cui copertina spicca la parola “terrorism”. E questo che cosa sarebbe, chiede l’addetto. A lei che cosa cosa sembra, gli viene risposto con poco garbo e soprattutto scioccamente. Aspetti qui. L’addetto va a chiamare il capo e insieme procedono a controllare i bagagli da cima a fondo, con lentezza esasperante. Quando hanno finito, dopo un bel po’, il malcapitato non rinuncia alla tentazione di prenderli in giro. Secondo voi, gli dice, un terrorista va in giro vestito in modo casual e con un libro su al Qaeda in bella vista? Per un momento devono avere avuto la tentazione di chiamare la polizia. In ogni modo, a parte la seccatura del controllo, il viaggiatore non dubita che il suo nome sia finito in qualche nuovo file.

Ma la questione in gioco è molto più complicata dei fastidi a cui siamo ovviamente sottoposti quando viaggiamo e anche della controllabilità teorica delle nostre vite. La realtà è che la differenza tra vita privata e vita in pubblico tende a essere abolita, anzi non esiste già più. Prima dell’informatizzazione globale, la nostra esistenza dipendeva dalla carta. Su di noi esistevano dati anagrafici, scolastici, fiscali, militari, oltre che, se siamo stati giovani e attivi negli anni Sessanta e Settanta, faldoni e dossier di qualche agenzia dello stato. Ovviamente, chi svolgeva qualsiasi ruolo pubblico (politici, imprenditori, giornalisti, sindacalisti, magistrati ecc.) doveva aspettarsi un controllo costante e quindi l’esistenza di appositi schedari. La cosa divertente è che la semplice presenza in uno schedario poteva essere fonte di discredito. Voleva dire che qualche agenzia di controllo si interessava a voi, e quindi dovevate avere scheletri negli armadi. In Italia, paese bizzarro e amante dei complotti, accanto agli schedatori veri c’erano i cercatori e i diffusori di bufale e di disinformazione. Un mondo di carte e di carte false.
L’elettronica ha cambiato tutto. Voi sapete che da qualche parte c’è qualcuno che, in pochi secondi, può sapere tutto di voi, archiviare le informazioni e renderle disponibili ad altri in pochissimo tempo. Combinando i dati, possono costruire o alterare il vostro profilo senza le limitazioni temporali della scrittura manuale e quelle fisiche degli archivi materiali. Di conseguenza, esiste una sorta di mondo parallelo (quarto o quinto, dopo quello fisico, il culturale e la stessa infosfera ecc.) di informazioni sulla vita privata di una quantità inimmaginabile di cittadini. Un mondo plurale, simile più a un arcipelago che non a una bolla, in cui però le singole isole, in cambio di profitti politici e monetari, sono disponibilissime a comunicare con le altre.

Un esempio ovvio di questa intercomunicabilità è dato da un recente scandalo che ha interessato una delle grandi aziende italiane di telefonia. A quanto pare, il sistema della security, in combutta con qualche servizio deviato, “ascoltava” uomini politici, giornalisti ecc. Gran parte di quello che è successo dopo, nel nostro pittoresco paese, deve avere a che fare con il materiale raccolto da quella rete di ascoltatori. Probabilmente rivelazioni a scoppio ritardato partiranno per anni come siluri, contro qualcuno degno di essere un bersaglio, in base a progetti tramati non nell’ombra ma nelle pieghe più o meno nascoste della “società dei controlli”. Nel nostro paese – e qui risiede il fascino di viverci – alla controllabilità universale si aggiunge la tradizione di veleni, coltelli, tradimenti e complotti che già entusiasmava Stendhal. Anni fa, gente che probabilmente pensava di vivere a Oxford e non accanto al Tevere, si è proposta a demolire la propensione italiana a spiegare le emergenze politiche con i complotti. La teoria del complotto verrebbe invocata quando non si riesce a venire a capo altrimenti di qualcosa ecc. Ma qui bisogna distinguere tra complottismo – ovviamente, una metodologia distorta – e la serena, oggettiva, rilevazione che l’uso delle informazioni sulle transazioni private ha un enorme rilievo politico. Se Clinton ha rischiato la poltrona per la sua esuberanza amatoria, perché un uomo politico italiano non dovrebbe rischiarla quando si intrattiene al cellulare con qualche imprenditore di riferimento? Forse, la teoria del complotto non spiega sistemi e strutture, ma gli eventi che li colorano certamente sì.

Dalla controllabilità universale discende un macroscopico cambiamento dell’opinione pubblica, e in primo luogo dei media. Un tempo, il giornalismo raccontava o travisava i cosiddetti fatti. Oggi racconta o travisa la vita privata di chiunque. In nome della libertà di informazione – che ovviamente noi cittadini qualsiasi non deteniamo – conversazioni private (che abbiano una rilevanza pubblica anche indiretta) vengono immediatamente pubblicate. L’antipatia o l’avversione che possiamo nutrire per gran parte del ceto politico non ci deve fare dimenticare che la vita privata dovrebbe essere un santuario inaccessibile in società che si vogliono democratiche. Può non importarci nulla dello sgradevole politicante o affarista che finisce sotto l’azione combinata della disinformazione elettronica e stampata. Ma se noi non ne siamo toccati, è perché non esistiamo pubblicamente, non perché siamo protetti a priori. Inoltre, questa invasione del privato, nel suo apparente cinismo a 360 gradi, è del tutto coerente con la moralizzazione asfissiante della vita privata e delle inclinazioni individuali. Pensiamo alla sciagurata proposta (di un esponente politico noto per parlare spesso a sproposito) di sguinzagliare i carabinieri nelle classi scolastiche in cerca di spinelli. Significa terrorizzare i minori per quell’ossessione della droga che certamente non si manifesta nel caso della cocaina, infinitamente più diffusa in ambienti insospettabili. Le famiglie che approvano la militarizzazione delle scuole non si rendono conto che il profumo della cannabis, opportunamente registrato in file e dossier, aleggerà per molto tempo sull’esistenza dei loro figli.

La schedatura virtualmente universale non significa che qualche Grande fratello sia perennemente in ascolto per registrare le nostre vite. Significa invece, proprio per l’irrazionalità complessiva della società dei controlli, che l’esistenza è sottoposta all’alea di sistemi basati sull’anarchia del profitto e dello scambio, non sull’ossessione centralizzatrice. Se solo gli apparati pubblici ci controllassero, prima o poi susciterebbero resistenze e opposizioni. Alla fine, qualcuno si porrebbe il problema di distruggere il computer centrale, un’evidente sogno o incubo tra fantascienza e fantapolitica. Ma oggi l’informazione sulla vita privata è merce di scambio e quindi segue la logica acentrata del capitale, in cui, per intenderci, oligopoli in competizione producono più profitto delle economie dirigiste e lasciano qualche spazio all’iniziativa dei singoli. Se da una parte questo ci garantisce una sorta di paradossale pluralismo (fino al punto che nessun sistema di controllo può escludere di essere controllato da qualche concorrente), dall’altra rende però infinitamente più disponibili le informazioni, un po’ come l’offerta dei magazzini Gum dell’era sovietica non era comparabile a un qualsiasi supermercato occidentale. Ecco allora che informazioni e disinformazioni seguono la logica del movimento degli elettroni, non della caduta dei gravi. La massa critica periodicamente si scalda e ogni tanto, forse ciclicamente, si arriva alla fusione della vita collettiva, oggi globale. Le guerre degli ultimi quindici anni, preparate in base alla logica dell’informazione/disinformazione globalizzata e acentrata, danno un’idea di quello che stiamo dicendo. Sono l’interfaccia irrazionale (o dalla razionalità imperscrutabile) di un mondo in cui si combatte quotidianamente per l’informazione.

Se le nostre vite sono incessantemente monitorate da una pluralità di sistemi, le reti eversive si adattano perfettamente alla logica del nemico. Sfruttano la stessa dipendenza dalle infrastrutture informatiche, la stessa capacità di riproduzione indipendente, la stessa ossessione per la vita privata. Così come la società cinese non potrà tollerare a lungo il conflitto tra la sua anarchia economica e il centralismo politico, allo stesso modo la società globale dei controlli crea da sola le condizioni per i blackout che periodicamente la colpiscono. Un eccesso di controlli acceca i controllori. Un eccesso di informazione (o disinformazione, quando si finisce per credere a quello che si è inventato) inibisce la conoscenza di chi si deve combattere. I marine che si battono casa per casa nelle vie di Baghdad o di Falluja scontano sulla loro pelle le illusioni della Revolution in Military Affairs (di cui Rumsfeld era un seguace entusiasta) sul ruolo dell’informazione e della comunicazione nel nuovo modo di combattere. Si pensa di sapere tutto sul nemico, perché si è in grado di ascoltarlo, leggerlo, prevederlo e prevenirlo. E quello riscopre, come in Cecenia o in Afghanistan, l’importanza tattica delle macerie, delle grotte, del movimento individuale negli spazi deserti. Armate che avrebbero polverizzato l’intera Wermacht (come infatti è successo con l’esercito iracheno) non possono venire a capo di gente che utilizza quando può i ritrovati più evoluti dell’informatica e della tecnologia militare, ma è capace di muoversi nei mondi dimenticati dall’illusione del controllo globale.

Ma non diversamente accade nella vita civile, in tempo di pace apparente. Qui il caso dell’Italia è un po’ diverso da quello di altri paesi, anche se le logiche sono le stesse. Da qualche tempo uno stato semisovrano (in cui operavano, come è noto, una struttura militare parallela e servizi pubblici di disinformazione coinvolti in ogni iniziativa di destabilizzazione, o stabilizzazione per conto d’altri) si trova a competere con attori privati o semiprivati in materia di creazione dell’insicurezza. Ci ricordiamo tutti di quel “giornalista”, cacciato dalla professione perché sponsorizzato da qualche servizio deviato, che si trovò, chissà perché, nel bel mezzo degli scontri durante il G8 di Genova, in occasione dell’uccisione di un manifestante. Un caso venuto casualmente alla luce, ma che probabilmente non è isolato. Come ormai non è occasionale, ma dilagante, la presenza di guardie private, provocatori e altri attori o disinformatori nelle manifestazioni di piazza. Ora, l’ossessione per il controllo, che si spinge fino alla creazione del disordine, per poterlo reprimere e riscuotere i relativi dividendi, politici e materiali, sembrerà anche un’idea geniale a qualche stratega dell’ordine pubblico o a imprenditori in vena d’innovazione. Ma in realtà è solo foriera di un’instabilità priva di senso strategico. La mercificazione della sicurezza crea solo insicurezza. La retorica della sicurezza a tutti i costi – che esige più controlli, più telecamere agli angoli degli edifici, più arresti nelle strade, più security, più schedature, più incursioni nelle scuole – alla fine creerà quell’anarchia quotidiana insensata, autodistruttrice, autofagica, che qualcuno si illudeva di contrastare alle radici. Se alla fine qualche politico di corte vedute ci lascerà la reputazione (come avviene periodicamente agli uomini d’ordine che provengono dalla cosiddetta sinistra), poco male. Ma è la vita di tutti a risultarne inquinata.

Con questo numero di “Conflitti globali” abbiamo voluto documentare come si è giunti alla società globale dei controlli. Ma anche il suo pluralismo perverso, le sue illusioni e le sue ricadute sulla vita sociale. Un mondo di controlli raccoglie contributi di studiosi, italiani e stranieri, che operano da anni in questo campo di ricerca. Nelle loro analisi, le immagini stereotipe del Grande fratello di Orwell e del Panottico di Bentham, inevitabilmente chiamate in causa quando il discorso cade sulla combinazione di telecamere, sensori e banche dati che punteggia il nostro quotidiano, cedono il passo a considerazioni più articolate. All’idea di un soggetto sovrano che estende il suo sguardo ovunque e accumula una messe di dati che gli consentono di razionalizzare il presente e predire il futuro si sostituisce una puntuale considerazione di contesti più prosaici, in cui ad agire sono una pluralità di attori, pubblici e privati, legati da relazioni di alleanza e competizione a geometria variabile. Una società dei controlli, dunque, non del controllo al singolare. A emergere è poi una realtà nella quale la “superstizione” che immagina di demandare la risoluzione di ogni problema alla presunta onnipotenza dei nuovi artefatti tecnologici si unisce alla pervasività delle logiche securitarie nel determinare il consenso intorno a scelte politiche e a modalità di problem solving la cui inefficacia, rispetto agli obiettivi che si prefigge, sembra andare di pari passo con le pesanti ricadute, in termini di discriminazione sociale e limitazione delle libertà, di cui tali pratiche si fanno portatrici.

Come intermezzo si presenta poi un salto alla metà del xviii secolo, proponendo un testo che ci riporta all’archeologia del controllo sociale, agli ingegnosi progetti di schedatura elaborati da Guillauté. Seguono, nella sezione “Scenari” alcuni contributi volti a sondare l’operatività delle nuove forme di controllo, profilazione, anticipazione in specifici ambiti. Il carcere e la penalità sono analizzati dal punto di vista dell’affermazione, come discorso egemone, del riferimento alla razionalità attuariale e predittiva. L’intreccio fra apparati pubblici e privati nel “commercio” dei dati e delle informazioni, con particolare riferimento ai servizi segreti e alle attività di spionaggio, viene considerato alla luce degli spunti offerti da una vicenda di attualità: il caso Telecom. Non manca poi un viaggio nello spazio, terreno incognito nel quale tuttavia il controllo è già una posta in gioco sensibile.

Costretti all'antifascismo

di Mario Gamba
da deriveapprodi

Ed eccoci di nuovo immersi nell'antifascismo. Non lo avevamo previsto. Non siamo sicuri che sia ben fatto mettersi a farlo. Scelta politica occasionale? Dopo aver tanto puntato su ben altri tipi di conflitti: ad esempio, tra un inquieto precariato cognitivo e i mobili assetti di poteri finanziari/politici, tutto sul terreno dei linguaggi cercando di avvicinare il punto di crisi, l'incompatibilità mortale. Arretramento obbligato? Forse è meglio non impigliarsi in simili interrogativi, forse è inevitabile che essi vengano messi sul piatto. Occorre far politica. Vuol dire pronunciarsi con i propri discorsi su tutto ciò che accade, cronaca compresa. Vuol dire intervenire a largo raggio, non essere assenti quando l'imbarbarimento della vita pubblica assume aspetti preoccupanti. Vuol dire richiamare l'attenzione su un fatto: un apparato mediatico che sembrava motivato dal sensazionalismo (più copie vendute, ascolti record, ecc.) ben presto si trova a fiancheggiare e motivare a sua volta, in termini squisitamente politici, compagini di governo e di "opposizione" (quante virgolette servirebbero?) che producono violenza xenofoba, leggi speciali, virus razzisti, aggressioni sessiste. E queste compagini ottengono proprio sul terreno di una inaudita esibizione autoritaria un consenso quasi "bulgaro".

Impressiona il sondaggio di Ballarò: siete d'accordo o no con l'introduzione del reato di clandestinità, con l'esercito a presidiare le discariche, con le espulsioni in massa di stranieri irregolari? Sì, il 70 o 75 per cento. Cifre che spazzano via anche le distanze elettorali tra i due partiti dominanti. Segno che queste distanze dal punto di vista delle posizioni politiche non c'erano. Succede che un quartiere ex proletario promuove un pogrom anti-rom, succede che cinque tipacci neonazisti uccidono a Verona un ragazzo poco entusiasta di loro, succede che una banda coatta distrugge negozi di integratissimi stranieri al Pigneto di Roma, succede che un migrante muore nel Cpt di Torino (da domani si chiamerà Centro di Identificazione e di Espulsione, cercasi pd che trovi la nuova dizione almeno imbarazzante) perché nessuno si è adoperato per soccorrerlo. E il partito neonazista Forza Nuova va in tv e voleva andare alla Sapienza, Facoltà di Lettere, a coronare questa sequenza di avvenimenti, magari a celebrare l'inizio di un processo politico di cui potrebbe essere ispiratore.

Si può non esserci? Si può non prendersi la responsabilità di chiarire con l'azione, con le iniziative più varie, comprese quelle che prevedono resistenze e attacchi di forza, che non è il caso di cadere nell'abisso? Che non è il caso di dover confidare nel buon Berlusconi, leader massimo, certo, ma propenso a un balletto liberale, se non altro, refrattario per formazione e per interesse alle cupe atmosfere da Ku Klux Klan (e Striscia che fine farebbe?). Non c'è nessun altro che si possa prendere questa responsabilità al di fuori dei movimenti. Di quanto rimane dopo divisioni, regressioni, standardizzazioni pseudopacifiste. E così ci ritroviamo a praticare l'antifascismo. Era negli anni Settanta l'illusoria risorsa di un movimento che moriva. Nel '77 (quando rifioriva) non se ne parlava mica tanto. Siamo costretti all'antifascismo. Sapendo che se non riusciremo in fretta a metterlo da parte, tra i ferri vecchi, se non faremo circolare il più possibile le nostre idee creative e le nostre forme di vita più libere e suggestive, se non diffonderemo il nostro tipo di "contagio", non ci salveremo nemmeno da un poco prevedibile ritorno del fascismo organico.

Foto di Bryce Edwards [Antifa], con licenza Creative Commons da flickr

Odissea nel post-umano

di L. Valeriani - da il manifesto del 1 giugno 2008

4 aprile 1968. Dopo quattro anni di accordi, riprese e lavorazione, esce sugli schermi 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Una performance multimediale come mai a quei tempi: l'apporto di Arthur C. Clarke alla sceneggiatura, e quello dei due Strauss con Ligeti alla colonna sonora, non sono i normali corali ingredienti del prodotto industriale di massa, ma funzioni primarie di un meccanismo che Kubrick intende anzitutto come esperienziale. Ho cercato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio, spiega il regista. Però il pubblico dei colti, così come quello dei fan di fantascienza, non riesce ad aggirare la comprensione: cercano il senso della trama, e restano interdetti dai suoi misteri, cercano uno sviluppo razionale del plot, e restano delusi dalle sue ellissi spazio-temporali, cercano le regole del genere, e si ritrovano un film muto con le scimmie preistoriche, e senza marziani.
Molti addetti ai lavori abbandonano la sala dopo i primi venti minuti di proiezione. E in effetti, su due ore e mezza di film, i dialoghi durano sì e no venticinque minuti. Il resto è musica, che entra nei precordi, o silenzio mistico. Immaginario in libertà. La curvatura spazio-temporale delle trasformazioni epocali è resa con metafore visive così efficaci che immagine e concetto coincidono, e il contenuto emotivo - come vuole Kubrick - penetra direttamente nell'inconscio. Più che simboli, più che allegorie, stupita fatticità.

Si afferma insomma un'estetica altra, che predispone dispositivi esperienziali più che dispiegare narrazioni. A dirla con la terminologia di Marshall McLuhan ripresa da Alberto Abruzzese oltre dieci anni fa, il film percepisce che le logiche della «scrittura» possono essere sovvertite da quelle post-scritturali dei barbari «analfabeti», di coloro cioè solitamente esclusi dalla cittadella del potere intellettuale. Nonostante il disegno tuttora rigoroso e sapiente, i salti logici dell'evento fortemente strutturato sono metabolizzati da un approccio emotivo incalzante e di fatto dominante. Si fa avanti insomma l'esigenza etico-estetica di quelli che oggi anche Alessandro Baricco, con grande successo, chiama i nuovi «barbari».Quanto allo statement, il film va anche oltre, perché le metamorfosi dello spirito producono infine l'alba di un oltre-uomo. Oltre la sapienza dell'intelletto, una prospettiva post-umana.
Calate nella contingenza, le prospettive filosofico-mistiche di 2001, come del resto quelle del musical Hair presentato a Broadway il 29 aprile 1968, sembrano concretizzarsi nell'immediato nel maggio francese. La rivendicazione radicale congiunta di studenti e operai configura l'affacciarsi di un nuovo soggetto sociale, con un punto di vista inedito, anch'esso «barbaro». E' un soggetto creativo, che darà i suoi frutti migliori soprattutto in Italia, negli scritti teorici e nell'attività politica che porteranno l'anno dopo all'autunno caldo e poi all'autocoscienza femminista. Ma i tempi della storia non sono quelli della politica. Il soggetto sociale non diventa anche immediatamente nuovo soggetto politico. La lotta è presto sconfitta, ma il salto è ormai avvenuto. Ce n'est qu'un debut.

2 ottobre 1968. Nella sua casa di Neuilly-sur-Seine, vicino Parigi, muore Marcel Duchamp. Viene così finalmente portato a conoscenza di tutti il suo testamento spirituale, l'opera-installazione cui ha lavorato in segreto per ben vent'anni (1946-1966), con l'idea di farla nascere postuma, orfana di padre, appunto. Quell'opera è un'esperienza visiva che aggira la comprensione. E' un dispositivo che rende sensorialmente percepibile ciò che Duchamp ha sempre detto, e cioè che è lo spettatore che fa l'opera: l'artista non ha alcuna importanza.
Già nel titolo interroga il curioso che le si avvicina: un titolo che pone dei «dati» (Essendo dati : la cascata d'acqua e il gas d'illuminazione...) e prosegue con dei puntini di sospensione, come se perfino il titolo dovesse essere completato da chi la guarda. Il valore dell'opera non è quello che le viene dall'essere «scrittura» autoriale, sta nel processo che il dispositivo innesca quando è visualizzato: esisterà solo se qualcuno, un qualsiasi barbaro, oserà guardare oltre i buchi praticati appositamente sulla porta che nasconde l'istallazione.

Anche il pubblico ristretto dei musei può diventare dunque fruitore attivo, consapevole protagonista di esperienze estetiche ed etiche capaci di negoziare il senso con l'ordine delle istituzioni. Il discorso si estende tuttavia ben al di là del pubblico dei musei. L'idea è che la performatività tipica dell'artista possa allargarsi a ogni potenziale situazione, laddove relazioni creative producano effetti di senso. Dal potere dell'immaginazione all'immaginazione al potere.
Il 5 marzo di quello stesso 1968 c'era stata l'ultima importante esibizione pubblica di Duchamp, anche questa un lascito spirituale. Si trattava di un evento multimediale, organizzato da John Cage a Toronto, e che sembra davvero icona, pur nelle dimensioni élitarie della performance artistica, di quanto accadrà nel maggio studentesco. La manifestazione aveva per titolo Reunion, cioè tematizzava il confluire di una pluralità di persone, e si basava sull'idea di creare una composizione mettendo insieme diversi sistemi sonori, ciascuno attivato da un diverso «compositore», il quale disponeva di una propria fonte e un proprio sistema di suoni. Nell'evento Duchamp e Cage giocavano a scacchi, altre persone guardavano o intervenivano nell'azione, ciascuna operando sui dispositivi sonori attraverso la scacchiera. Questa era collegata a circuiti elettronici, in modo che ogni mossa potesse trasmettere o cancellare i suoni prodotti dagli altri musicisti.
L'invito che viene da Duchamp è insomma a una relazionalità performativa, in cui l'azione del singolo su un territorio comune interagisca alla creazione di sonorità inedite e imprevedibili. Ce n'est qu'un debut.

9 dicembre 1968: la rivoluzione parte dalle università della California. Douglas C. Engelbart, ingegnere elettronico dello Stanford Research Institute, durante una sessione della Fall Joint Computer Conference in San Francisco, presenta per un'ora e mezza davanti ad un pubblico di addetti ai lavori il funzionamento di quello che sarebbe poi diventato il mouse. Allora, il nome del dispositivo non era quello un po' disneyano che ci è familiare, ma il più tecnico «indicatore di posizione x-y per display».
Per essere precisi, Engelbart presentava risultati di un lavoro sui sistemi online cui lui e il suo gruppo dell'Augmentation Research Center lavoravano fin dal 1962. Ma quella era la prima dimostrazione pubblica, e per i mille professionisti d'area che assistevano all'evento si aprì davvero una nuova era. Engelbart parlò di ipertesto, di come indirizzare file e contenuti attraverso collegamenti dinamici, di come fosse possibile a due persone, collocate in postazioni differenti, collaborare su uno schermo condiviso in un sistema di rete con interfaccia audio e video.

Il mouse è solo l'oggetto fisico che visualizza un processo immateriale, lo strumento con cui «afferrare» un nuovo punto di vista. Tanto nuovo che Engelbart, per mostrarlo, non si impelaga in una dissertazione teorica e accademica, ma realizza una performance: mostra dal vivo il programma piuttosto che spiegarne il funzionamento in astratto. Mette in atto quel conoscere facendo cui si è ispirata la migliore pedagogia esperienziale da Dewey a Montessori, e che solo con i nuovi media è diventata prassi quotidiana. Il mouse consente l'esperienza che aggira la comprensione, come era nelle intenzioni di Kubrick. Consente una conoscenza tattile, dà corpo a una fisicità barbarica, a una immediatezza percettiva che il sapere fondato sulla scrittura non è più in grado di rendere creativa.
L'Occidente si è fondato sull'alfabeto, sulle possibilità astrattive della parola scritta, per estendere la creatività e la libertà dei soggetti in processi di civilizzazione che ne hanno costituito la storia. Ma i meccanismi di produzione del valore inscritti nella scrittura si sono inceppati, perché la scrittura è diventata sempre più apparato e sempre meno scoperta. Questo è, forse, il motivo per cui il Sessantotto parte dalle università e fa corpo unico con la «rude razza pagana» in cui MarioTronti identifica gli operai in Operai e Capitale.

Le ricerche di Stanford offrono le protesi per una estensione dell'umano oltre la sua dimensione alfabetica. Engelbart fornisce le armi alla rivolta della Sorbona. Ce n'est qu'un debut. L'ipertesto, la possibilità di intrecciare narrazioni finalmente libere dalla consequenzialità causa-effetto, è un assalto al cielo al sapere autoritario, ben consanguineo alla critica neo-marxiana del Capitale. La possibilità di scambio di contenuti peer-to-peer, che oggi trionfa in YouTube, o nella navigazione dinamica e interattiva del web 2.0, ha mutato il concetto stesso di informazione, non solo la sua gestione. L'immersione cui l'istallazione di Duchamp invita per distruggere la dicotomia soggetto-oggetto, o autore-fruitore, diventa prassi effettiva nella rete. Quella Reunion in cui Cage e Duchamp realizzavano la confluenza di soggettività diverse in una composizione interattiva diventa oggi disseminazione di snodi nelle reti.

Certo, postumano non è ancora l'oltre-uomo, ma l'ibridazione mano-mouse è il passo ulteriore dopo quelle mano-osso e mano-penna di Kubrick. Forse, il soggetto sociale creativo, rivendicativo di un sapere dal basso, critico verso gli apparati, nemico della realtà imposta come unica, può oggi brandire il suo mouse, o il suo telecomando, per un salto politico neodimensionale. Contro ogni resistenza dell'umano ad autosuperarsi, continuons le combat. Con questo articolo si conclude la serie '68 fermo immagine dedicata al quarantennale del Sessantotto.

Immagine di idolumvisions [Introducing the Mouse ], con licenza Creative Commons da flickr

giovedì, maggio 29, 2008

Sapienza, la verità non si arresta!

Rete per l'autoformazione - Sapienza, Roma

Sono ore convulse, dove poco è il tempo per scrivere, ma molto è il tempo che serve per raccontare. Per raccontare in primo luogo la verità sui fatti accaduti la mattina di ieri, la verità sulla violenza subita, la verità sociale e politica che continua a tenere lontani neofascisti e squadristi dall'università la Sapienza.
Proviamo a procedere con ordine. La presidenza di Lettere e filosofia, lo storico moderno, compilativo e mediocre, di nome Guido Pescosolido, autorizza un convegno di Forza nuova all'interno della facoltà. Inutile dire che il preside, il mediocre, ha fatto finta di non sapere, di non aver capito, peggio si è protetto dietro lo scudo del pluralismo culturale: che ognuno parli, tanto parlare e far parlare non costa nulla, anzi frutta molti soldi e poco importa quali sono i gesti e le pratiche politiche che accompagnano il parlante. Mediocre nel mestiere, mediocre nella vita, questo preside piccolo piccolo che semmai merita un posto nella segreteria tecnica, fotocopie e fotocopie da fare.

In modo tempestivo, lunedì mattina, occupiamo la presidenza, dopo sette ore il pro-rettore Frati revoca l'autorizzazione e il preside piccolo piccolo se ne torna a casa con la sua borsetta da uomo mediocre. Usciamo dalla facoltà e ci ritroviamo telefonicamente qualche ora dopo, voci fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di Forza nuova lungo le mura della città universitaria. 5 macchine, armati, of course (fa parte del galateo politico del tempo presente). La notte trascorre, tutto si fa più chiaro.
Sono le 13, è martedì, e noi usciamo dalla città universitaria per attacchinare e promuovere un'iniziativa sulle trasformazioni della formazione nella crisi della globalizzazione: radicalizzazione dell'autonomia, differenziazione, vuoti del mercato delle competenze, tanti temi e molti problemi per capire dove muove l'università che cambia. Passano pochi minuti e due macchine (forse noleggiate) ci raggiungono, scendono in tanti, scendono con tante armi: spranghe, mazze ferrate, catene, qualche coltello. Sono attimi durissimi. Alcuni di noi sono feriti (punti in testa e spalle rotte), ma loro, adulti (alcuni ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno via.

In tre in ospedale, molti di noi interrogati, la giornata procede dentro la facoltà di Lettere e in un corteo forte, pieno di studenti (almeno duemila), pieno di indignazione. Una giornata in cui in molti hanno deciso di rompere il silenzio, tra professori e ricercatori, molte le parole in nostra di difesa, potente la ricerca di verità. Eppure, puntuale la controffensiva mediatica: "è stata una rissa, uno scontro tra opposte fazioni". Ma di quale opposte fazioni si parla! Da una parte, la nostra, c'è l'università, gli studenti, dall'altra un manipolo di militanti e di squadristi che con l'università non c'entrano nulla, aggressori violenti e razzisti, funzionari politici di un partito che dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire che alla finzione mediatica si è accompagnato l'arresto di Emiliano e Giuseppe, due studenti della Rete, aggrediti alle spalle e feriti. D'altronde all'arresto deve seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il circolo è vizioso.
Ma un passo importante si sta compiendo in questi giorni all'università di Roma la Sapienza: il partito di Forza nuova, sulla base della sollecitazione dei movimenti, viene considerato illegale da un'istituzione pubblica. Se esistesse un'opposizione in Italia, in seguito ai fatti di questa mattina si potrebbe pensare una campagna politica vincente per ottenere lo scioglimento delle forze politiche neo-squadriste e razziste. L'opposizione non c'è, ma ci sono i movimenti, ci sono le persone in carne ed ossa, c'è la voglia di verità, il desiderio di giustizia, e non saranno le finzioni e le menzogne a cancellarli.

La partita, però, va vinta fino in fondo ed è per questo che è decisivo avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe liberi subito, altrettanto dare vita quest'oggi ad una grande assemblea pubblica. Alle ore 9:00 presidio a P. Clodio, in attesa del processo per direttissima, alle ore 14:30 assemblea pubblica nella facoltà di Lettere. Giovedì 29, invece, fondamentale essere in tante e tanti presso l'entrata della facoltà (a partire dalle 8:30), per impedire che gli squadristi possano tornare e che mettano piede dentro l'università.

La verità non si arresta,
La Sapienza sarà libera,
Emiliano e Giuseppe liberi subito!

Foto di elbisreverri [Minerva at sundown], con licenza Creative Commons da flickr


Le illusioni perdute della Rete

di Benedetto Vecchi
il manifesto 28 maggio 2008

La dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow fu lanciata, nel lontano 1996, come un sasso nello stagno e a cerchi concentrici di diffuse su Internet. Un testo che letto ancora oggi ha il fascino indiscusso del pamphlet, con quel misto di preveggenza, semplificazione che raramente hanno i documenti politici. John Perry Barlow aveva fatto parte del mouvement contro la guerra del Vietnam, scritto poesie e, soprattutto, era stato nei Grateful Dead, il gruppo rock interprete di quell'attitudine underground che in California stabiliva una linea di continuità tra il free speech di Berkeley, la produzione artistica «di strada» e le prime tecnologie digitali. La sua dichiarazione di indipendenza divenne così il documento politico di chi considerava la frontiera elettronica il luogo, seppur virtuale, dove sperimentare forme diverse di relazioni sociali, di sottrazione dal potere soffocante delle corporate company e del governo federale, nonché di costruzione della decisione politica all'insegna di una democrazia radicale che vedeva nel principio della rappresentanza un fardello da cui liberarsi al più presto. Per anni quel testo è stato il background teorico a cui attinto filosofi, economisti, sociologi e mediattivisti. Internet, il personal computer e il free software erano una «tecnologia della liberazione» che consentiva al cyberspazio di essere un habitat socio-tecnico altero, se non antagonista dell'economia di mercato.

Pragmatici e visionari
Una convinzione che ha caratterizzato anche la produzione teorica di Carlo Formenti, che ha dedicato a Internet due saggi (Incantati dalla rete e Mercanti di futuro, pubblicati rispettivamente da Raffaello Cortina e Einaudi) fortemente condizionati da quella visione libertaria del cyberspazio, seppure con una capacità innovativa e interlocutoria verso il pensiero critico di ispirazione marxiana. A sei anni dalla pubblicazione dell'ultimo saggio Carlo Formenti affronta nuovamente lo stato dell'arte della Rete nel volume Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina, pp. 279, euro 23). Gran parte delle tesi del passato sono passate al setaccio di un principio della realtà e con onestà intellettuale l'autore afferma che le speranze riposte nella Rete come laboratorio sociale per sperimentare nuove forme di democrazia - i soviet del postmoderno - e di produzione alternativa della ricchezza - l'«economia del dono» - si sono dissolte al sole della trasformazione di Internet in un luogo dove è invece egemone una logica capitalista. Saggio autocritico, dunque, che ha il merito di ripercorrere criticamente il meglio della produzione teorica attorno alla Rete - le teorie di Manuel Castells e Yoachai Benkler, ma anche le riflessioni del media theorist Geert Lovink, del «cripto-marxista» Wark McKenzie e del visionario Richard Florida - mettendolo in un rapporto di tensione polemica con il percorso di ricerca che Formenti definisce «postoperaismo», in particolare con il concetto di moltitudine di Toni Negri.

Macchine dell'innovazione

È noto che lo studioso catalano Manuel Castells ha considerato le tecnologie digitali il medium per l'affermazione di un «capitalismo informazionale» che ha «colonizzato» gran parte del pianeta e che è rappresentato come un flusso di capitali, informazioni, merci, uomini e donne che può essere governato solo grazie alla presenza di organizzazioni produttive reticolari e attraverso l'uso intensivo di tecnologie digitali. Allo stesso tempo lo studioso catalano considera le relazioni di complementarietà anche conflittuale delle quattro componenti culturali - tecno-scientifica, hacker, imprenditoriale e degli utenti - presenti nella Galassia Internet come fattori dinamici che garantiscono la costante innovazione della rete sia dal punto di vista del software, dei prodotti e dell'organizzazione produttiva della rete. Una teorizzazione, quella di Castells, che auspica un rinnovamento del compromesso tra capitale e lavoro che consenta una riqualificazione dei diritti sociali di cittadinanza in un mondo che prevede una flessibilità della forza-lavoro complementare a quella dell'organizzazione produttiva reticolare.
Più radicali sono le posizioni di Yochai Benkler, che parla di un «capitalismo in assenza di proprietà privata»; o quelle di Richard Florida che sostiene l'egemonia della «classe creativa» rispetto all'insieme della forza-lavoro; lettura speculare a quella di Wark McKenzie che parla della formazione di una nuova classe sociale che chiama «vettoriale» e caratterizzata da un'etica hacker del lavoro.
Un accumulo di sapere che, seppur diversificato e spesso divergente rispetto agli esiti politici, ha rappresentato Internet come un'anomalia rispetto al mondo fuori allo schermo. Ed è con la convinzione che questi autori siano riusciti a mettere a fuoco alcune tendenze del capitalismo a partire da un'analisi di come funziona Internet che Carlo Formenti giunge alla conclusione che il World wide web è stato colonizzato dalla cultura corporate. Ma più che colonizzato sarebbe meglio parlare del fatto che quel laboratorio chiamato Internet ha funzionato a pieno regime e che ha rotto lo schermo del video, diventando il sistema vigente di produzione della ricchezza. E che i nodi e le aporie nel rapporto tra cooperazione sociale produttiva e capitale cognitivo attendono ancora di essere sciolti in un'ottica di un superamento del regime del lavoro salariato.

Sovranità in formazione
C'è infine un aspetto minore di Cybersoviet che invece apre un terreno di ricerca fin qui poco esplorato. È quando l'autore parla del «neomedievalismo istitutuzionale» che caratterizza le norme internazionali e la legislazione nazionale sulla rete. In questo caso è avvenuto che il processo in corso nella formazione di una nuova sovranità che stabilisca un rapporto dinamico e flessibile tra locale, nazionale e sovranazionale da fuori lo schermo venga esteso anche a Internet. Lo stato, così come gli organismi sovranazionali, hanno infatti perso il monopolio della decisione politica a causa della presenza di factory law private che definiscono norme e regole che spesso aggirano quelle istituzionali. La sovranità ha dunque necessità di una governance dove organismi sovranazionali, stati nazionali, imprese, factory law private e associazioni della cosiddetta società civile «cooperino» tra di loro in un rapporto asimmetrico di potere.
Sgomberato il campo dalle illusioni che il web potesse essere esso solo l'habitat per costruire l'altro mondo possibile, il panorama è occupato da quella cooperazione sociale produttiva che deve essere precaria, e quindi assoggettata al capitale cognitivo, senza però che questa precarietà le impedisca di essere la fonte dell'innovazione. Dunque libertà e assoggettamento, gerarchie light ma all'interno del regime del lavoro salariato. Il problema dunque non è immaginare un cybersoviet, ma un soviet adeguato a una forza-lavoro che manipola manufatti linguistici e manufatti «fisici». Un soviet, cioè, che sia dentro e fuori lo schermo. Come dentro e fuori il video è il capitalismo cognitivo.

martedì, maggio 27, 2008

In marcia per il clima

O protestatari precari che amate i mille volti della Milano meticcia e le
aree piene di erbacce, roulotte e centri sociali,
O sorelle e fratelli che sognate spazi solidali e alveari antinucleari,
O giardinieri guerriglieri che vi battete contro la città degli speculatori,
O smanettatori ecohacker attivi contro il greenwashing degli inquinatori,
Ci vediamo a piedi o in bici



Sabato 7 giugno, S/Babila ore 15
Manifestazione Nazionale x agire sull'effetto serra e impedire il
ritorno al nucleare
SPEZZONE DELL'ECOSOVVERSIONE
intorno alla CICLOMOBILE SOLARE
realizzata dal SunSystem di Agenzia X e dalla Ciclofficina della Stecca

~ NO OIL, NO NUKES, NO EXPO: Azione Ecoradicale Qui e Ora!!!

info: neurogreen@gmail.com, supersturia@hotmail.com

Se il petrolio va a picco

di F. Piccioni
da il manifesto - 25 maggio 2008

Alberto Di Fazio è astrofisico teorico presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera), responsabile italiano del Progetto Igbp/Aimes (Analysis, Integration, and Modeling of the Earth System), presidente Global Dynamics Institute, accreditato presso la Conferenza delle Parti sotto la Unfccc (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici).

Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l'hanno raggiunto - come l'Arabia Saudita e altri minori - non riescono ad aumentare l'estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel '70, così come la Libia; l'Iran nel '74. Gran Bretagna e Novegia tra il '99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell'Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l'offerta è praticamente stabile - tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) - mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.

Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c'è stato tutto il tempo - 20 o 30 anni - per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il '70 e l'80, c'è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.

Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell'Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E' «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti - la metà di quelle iniziali - questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l'Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.

Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l'85% e il 90% dell'energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l'8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c'è praticamente nulla, sulla terra. L'idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l'estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c'è anche l'uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l'alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l'energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.

Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un'economia che va a legna. E nemmeno con l'energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l'agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.

Ma come sono conciliabili capitalismo e decrescita?
In nessuna maniera. Il capitalismo è fondato su un'equazione che è un esponenziale. Ogni incremento annuale è proporzionale a un certo coefficiente moltiplicato il capitale stesso. E' una curva che cresce sempre di più, come quella dell'interesse composto. Il capitalismo è reinvestimento e crescita. Ma non esiste un investitore che cerca di guadagnare meno di quel che investe. E quindi l'intervento pubblico sarà obbligatorio. Mi soprende che se ne cominci a rendere conto la destra, come fa Tremonti nel suo ultimo libro, dove dice apertamente che il mercato non si può più regolare da solo. Mi sorprende che non lo dica invece più la sinistra. Si capisce ormai che è in arrivo una crisi peggiore del '29, ma non si dice il perché. Questa è in realtà più grave, perché nel '29 si era partiti da una bolla speculativa temporanea. Qui avviene per un fatto naturale, geologico. Finiti petrolio, gas e carbone, nessuno ce li rimette più.

Tutto questo era già stato anticipato dal Club di Roma, addirittura nel 1972. Poi non si è fatto nulla. Quelle previsioni furono definite ad un certo punto sbagliate. Come stanno adesso le cose?
Alcuni governi, come Gran Bretagna e Usa, hanno costruito delle task force interministeriali per gettare fumo. Hanno prodotto libri per dire che non era vero, ovviamente senza alcun fondamento scientifico. Il Club prevedeva la crisi economica mondiale nel 2020-2030, il crollo della produzione agricola nello stesso periodo, il calo della produzione di greggio e gas naturale (ma non l'«esaurimento»!), e il picco della popolazione globale un po' più in là nel tempo, nel 2040-50. Sulla popolazione ci hanno preso in pieno: 6 miliardi di persone nel 2000 e così è andata. Sulla crisi industriale, mi sembra proprio che ci stiamo arrivando. Sulla produzione agricola ci siamo già: il prodotto agricolo pro capite ha cominciato a flettere nel '98, ora anche quello totale. Basta guardare i grafici da loro prodotti nel '72, nel '92 e poi ancora nel 2002 per vedere che in tutte e tre le previsioni si calcolava che le risorse nel 2000 sarebbero state consumate per un quarto e quindi, sapendo che il «picco» si colloca sulla metà, invitavano ad agire in tempo. Semmai i loro calcoli sono stati fin troppo ottimistici, visto che siamo sul «picco» già ora invece che nella terza decade di questo secolo. Loro speravano che il sistema avrebbe reagito subito alla scarsità a alle crisi locali, riallocando nella maniera più saggia le risorse. E invece vediamo che persino il protocollo di Kyoto - un puro esperimento di riduzione delle emissioni del 5% (mentre servirebbe l'80%) - è rimasto lettera morta. Il modello, infine, era superottimistico perché non prevedeva né guerre né conflitti sociali di grande ampiezza. E invece, oltre quelle già avvenute o in atto, c'è una pletora di analisti che ci mostrano come altre se ne stiano preparando. E più violente delle attuali.

Foto di ~~ zorro ~~, con licenza Creative Commons da flickr

venerdì, maggio 23, 2008

Follia antizigana in Italia. EveryOne sul rapimento di Napoli

da www.everyonegroup.com

Oltre alla conferma che si tratta di una montatura, Angelica è risultata essere una giovane slava e non una Romnì. Non è la prima volta che reati commessi da altre etnie (ma nel caso di Angelica si conferma anche la sua estraneità ai fatti delittuosi che le sono stati attribuiti) vengono addossati ai Rom al fine di giustificarne la persecuzione.

La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera e propria caccia al Rom, che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio in tutta Italia. Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini, affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle famiglie Rom accampate a Ponticelli. Dopo queste analisi di massima, il Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali - ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta rapitrice, ammetteva:

Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà, perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha voluto trasformarlo in un caso nazionale. Gli inquilini di Ponticelli fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e mettersi contro il comitato di Ponticelli è pericoloso. Angelica, in realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di Napoli, dove è avvenuto l'episodio, continuano gli attivisti del Gruppo EveryOne, ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline. Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata, schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice. E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento. Le conseguenze del caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani.

(continua qui)

Lo stereotipo senza prove che perseguita i rom

di S. Tosi Cambini
da il manifesto - 22 maggio 2008

Quando si dà notizia di fatti come quello recente di Napoli, si apre una voragine in cui la confusione e i luoghi comuni si alimentano a vicenda. Uno studio sui presunti rapimenti di infanti da parte di rom e sinti (che sta per andare alle stampe presso la casa editrice Cisu) ci aiuta a capire meglio. L'indagine fa parte di un progetto di ricerca più ampio sotto la direzione di Leonardo Piasere commissionato dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell'Università di Verona.

La ricerca originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma si è protratta fino al 2007. I casi studiati sono stati individuati e analizzati partendo dall'archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei tribunali. Tra i risultati generali dobbiamo anzitutto dire che non esiste nessun caso in cui si riscontra un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde a una sottrazione dell'infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono a una complessa valutazione dell'esistenza o meno della volontà dolosa. Inoltre, in alcuni casi l'identità rom della persona è solo ipotizzata dai denuncianti; in altri l'esito dell'intervento delle Forze dell'Ordine e delle indagine portano a ritenere che si è trattato di un equivoco, che i fatti svolti non erano tesi a un'azione criminosa e comunque all'assoluta certezza dell'inesistenza di un tentativo di rapimento; ancora: si scopre che coloro che denunciano il fatto sono persone che cavalcano volontariamente il luogo comune degli «zingari ladri di bambini» per un secondo fine; oppure controlli e perquisizioni nei campi nomadi non portano a niente.

Comparando i casi studiati è possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti che le dinamiche: gli elementi ripetitivi dei fatti narrati vanno a costruire una struttura contestuale che si ripete. Ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di «donne contro donne» ossia è la madre (o un'altra parente stretta) ad accusare una donna zingara (o più donne zingare) di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre. Si può affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l'avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo «gli zingari rubano i bambini» risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale «gli zingari rubano»), ma che portino via il bambino. Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti investigativi (sempre negativi).

Howard Zinn on the Ludlow Massacre

martedì, maggio 20, 2008

Pontiac. Storia di una rivolta

Un nuovo esperimento dalla fucina della Wu Ming Foundation, il tentativo di smuovere un prodotto narrativo che si è fatto strada anche nel mercato culturale italiano ma che non riesce a decollare, che non convince fino in fondo: l'audio-libro. Ed ecco che allora, come avevano preannunciato un pò di tempo fa, arriva direttamente on-line un prodotto che incrocia i saperi di tanti e diversi "evocatori" - evocare:"chiamare a manifestarsi da mondi ultraterreni per mezzo di facoltà medianiche o magiche", da Dizionario De Mauro) - che lavorano per costruire una cornice che coinvolga la nostra immaginazione mentale e i nostri sensi.

Il titolo dell'opera (calza chiamarla così, no?) - con testi, disegni, musica - è Pontiac. Storia di una rivolta, può essere letto come un racconto ammutinato di Manituana (l'ultimo romanzo dei Wu Ming) ma è anche assolutamente libero e autonomo rispetto al romanzo. Nella presentazione del progetto così si indica alla centralità della rivolta di Pontiac:

Nelle pagine di Manituana, il nome di Pontiac compare di sfuggita, giusto un paio di volte.
Si può leggere il romanzo senza saperne nulla, eppure la rivolta che porta il suo nome è considerata dagli storici un prologo fondamentale della Rivoluzione americana.
Fu colpa di Pontiac se Re Giorgio III impose un limite alla libera avanzata dei coloni. Quel confine, la Proclamation Line, colpì i sudditi americani almeno quanto la famosa legge sull’importazione del tè.
Fu colpa di Pontiac se le Sei Nazioni Irochesi incrinarono il loro legame, combattendo su fronti opposti per la prima volta dopo seicento anni. Non ci furono scontri diretti, ma i Seneca parteciparono alla rivolta indiana, i Mohawk alla repressione inglese.

Il prodotto è immateriale e non sembra destinato - al momento - al finire in libreria. Potete scaricarlo direttamente - modalità In raimbow dei Radio Head: gratis, prezzo indicato o prezzo libero. La vocazione vera di quest'opera ci dicono sarà lo spettacolo live, aspettatelo quando passa dalle vostre parti e segnatevelo in agenda.

Buona lettura, buona visione e buon ascolto.




(Clicca sul banner qui sopra per il sito dedicato e il download)

lunedì, maggio 19, 2008

Maggio francese

Il seguente testo è l'Introduzione al libro appena edito da DeriveApprodi Maggio '68 in Francia nella collana Biblioteca dell'operaismo. Al centro del libro il saggio "maggio '68" scritto in presa diretta da Sergio Bologna e Giairo Daghini ai tempi dei fatti e pubblicato nel luglio di quell'anno sulla rivista "quaderni piacentini", a cui si affianca un saggio storico che "prevede una presentazione teorica degli autori e il racconto del loro viaggio di andata e ritorno che si avvalse anche della partecipazione di Ruggero Savinio, figlio di Alberto Savinio e nipote di Giorgio de Chirico".

Si tratta di una lettura che già all'epoca venne considerata eretica rispetto ai canoni della sinistra rivoluzionaria tradizionale, che chiaramente oggi può suonare - sia per il linguaggio che per una certa determinazione argomentativa - in parte ridondante, ma che comunque rappresenta ancora una visione fortemente alternativa rispetto alla lettura dei fatti narrati - e di cui quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario - ed è quindi un ottimo antidoto alle interpretazioni oggi dilaganti e pacificatorie sulle rivolte del '68.
(frnc)

di Sergio Bologna e Giairo Daghini
da deriveapprodi

Niente Amarcord, è solo per dire com’è andata che mettiamo giù queste note, per dire quanto eravamo esaltati e quanto riuscivamo a mantenere la mente fredda. Stavamo cenando sul terrazzo della «Comune» di via Sirtori, a Milano, che è stato il luogo di tanti incroci culturali, casa di filosofi della scuola di Enzo Paci, albergo dei compagni di passaggio, sede di tante riunioni di «classe operaia» e, ancor prima, di gente dei «quaderni rossi». Dalla radiolina sul tavolo sentiamo le notizie in diretta sui primi grandi scontri al Quartiere Latino. Avvertiamo che lì si annuncia un immenso scoppio di desiderio che sta coinvolgendo tutta intera la grande città. Non avevamo per niente quello stile un po’ maniacale dei «rivoluzionari di professione». Volevamo avere una vita ricca ed eravamo convinti che anche in Occidente si potessero avviare processi di grandi modificazioni, di nuovi divenire in cui il lavoro, quello operaio e quello «di conoscenza», potesse avere più potere, più rispetto, più libertà. Decidiamo di partire. Il tempo di procurarci qualche minima copertura, una stanza. C’è già lo sciopero dei distributori in Francia. Con previdenza carichiamo sul «Maggiolino» quattro taniche piene da venti litri ciascuna. Viaggiava con noi un amico pittore di nobili tradizioni parigine: Ruggero Savinio. Al confine del Monte Bianco si passa senza controlli, «La Douane aux douaniers» c’è scritto su grandi striscioni. Cominciamo a esaltarci, ma dopo venti chilometri è il gelo nelle ossa. La Francia profonda – e così tutto il percorso fino a Parigi – restava immobile, come se nulla fosse accaduto. Alternandoci alla guida, arriviamo la sera. Da poco erano cessati i secondi grandi scontri al Quartiere Latino, qualche macchina bruciava ancora, selciato divelto, i Crs in posizione. La dimensione e l’estensione delle barricate dovevano essere notevoli, ma tutto sommato – ce ne rendemmo conto nei giorni successivi – non erano quelle le novità, le avevamo viste, magari in formato ridotto, altre volte. Certo, i parametri mentali cominciarono a ballare quando entrammo alla Sorbona trasformata in infermeria, con decine di brandine e feriti distesi, uno stuolo di giovani in camice bianco, stetoscopio al collo e qualcuno con bottiglie che spuntavano dalla tasca, interpretate subito da noi come molotov, invece erano disinfettanti.

La grandezza del maggio francese stava in quello che vedemmo nei giorni successivi, quando la maggioranza s’era fermata, gli operai cominciavano a invadere il centro e quella macchina infernale che si chiama metropoli cominciava a funzionare con altre regole, con altri ritmi. Perché continuava a vivere in un’atmosfera liberatoria, quasi di euforia, in cui tutti sembravano divenire qualcun’altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro. I trasporti erano bloccati, ma la gente s’era inventata di tutto per muoversi, forse scopriva per la prima volta la città e si spostava per grandi insiemi sempre dialoganti, in una grande animazione. Dovevamo ogni giorno aggiustare i nostri schemi mentali, in fin dei conti non ci era mai capitato di vivere una situazione nella quale un’intera società spezza i ritmi, le convenzioni. Così, perché è stufa, ne ha abbastanza, vuol andare altrove dal Piano in cui l’hanno costretta, e in fondo non le importa di come andrà a finire. Certo, il fronte operaio gli obbiettivi concreti li aveva, seguiva la logica del conflitto e del negoziato, qui le cose tornavano, ma in realtà, a pensarci bene, quel che di eccezionale stava succedendo sotto i nostri occhi era qualcosa che non potevi classificare come «rivoluzione», eppure sì, lo era, era la forma contemporanea di quella cosa lì, ma che nulla aveva a che fare con quel che sapevamo del 1789 in Francia o del 1917 in Russia.

Parigi allora recava ancora i segni, il sapore, delle stagioni d’oro degli anni Venti o degli anni Cinquanta, lo studio di Ruggero in rue de l’Abbé Groult, dove dormimmo la prima settimana, sembrava un luogo rimasto uguale dai tempi di Modigliani. Ma il maggio francese e la reazione successiva chiusero per sempre quel capitolo. Da allora Parigi si è sempre più americanizzata e la Parigi esistenzialista è stata reinventata in laboratorio per le greggi turistiche. Ci gustammo anche questo, l’ultimo sprazzo di aura parigina, nella stagione delle ciliegie. Intruppati nelle manifestazioni di massa, presenti in assemblee che duravano per dei giorni, ormai non ci chiedevamo più che cosa ci fossimo venuti a fare, che progetto politico ci fossimo proposti. C’era da viverla questa stagione, e basta.

Quando De Gaulle riprende la situazione in mano e rimanda la chienlit al lavoro, torniamo in Italia e a quel punto non possiamo più sottrarci al problema di che fare di quell’esperienza. Finita la festa sì, ma il processo continua, è stata una spinta – e che spinta! – per riprendere quell’onda iniziata con le rivolte studentesche dell’autunno-inverno 1967 per farla durare il più a lungo possibile. Qui rientra in gioco il nostro «operaismo», il nostro bagaglio teorico-politico torna in primo piano rispetto all’esperienza esistenziale. Scrivere un reportage? Tracce sull’acqua. L’alternativa era quella di tentare di costruire un paradigma, il maggio francese come esemplificazione di una teoria politica, di una teoria delle dinamiche di classe, e come tale offerto alla riflessione del movimento con un preciso intento politico: spostare il suo asse dalla fase studentesca antiautoritaria e terzomondista a una fase operaia. A pensare come sono andate in seguito le cose, ci riuscimmo. La sequenza fa ancora impressione: lotte alla Pirelli nell’autunno, scioperi Fiat nell’estate del ’69, autunno caldo, Statuto dei Lavoratori nel maggio ’70.

Chi volesse capire che cosa è successo quarant’anni anni fa a Parigi deve prendere questo testo con le molle e riconoscerlo nella sua «parzialità». Un po’ di ragione ce l’avevano i nostri compagni situazionisti ad accusarlo di dogmatismo. Però, che dentro quell’evento eccezionale e multiforme ci fosse anche il filo logico che noi credemmo di trovarvi, difficilmente lo si potrà negare. Piergiorgio Bellocchio lo pubblicò nei «quaderni piacentini» (VII, n. 35, luglio 1968). Da persone come lui abbiamo imparato a guardare con distacco anche la nostra esperienza politica; senza persone come lui quella nostra esperienza non avrebbe lasciato il segno che, nel bene e nel male, ha lasciato.

domenica, maggio 18, 2008

Dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola

Comunicato dell'assemblea aperta cittadina. Verona
17 maggio 2008

Circa dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola Tommasoli, il giovane ucciso nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio da cinque simpatizzanti dei gruppi neofascisti.
Per Nicola la manifestazione si è fermata davanti alla chiesa di San Fermo, per un minuto di silenzio e un lungo applauso, per portare fiori e ricordi sul luogo della sua morte, lì a pochi metri, a Porta Leoni.
A questa grande e importante manifestazione si deve aggiungere quella altrettanto importante e significativa che le organizzazioni dei migranti hanno promosso in piazza Bra.
Da queste manifestazioni nasce una nuova Verona che vuole propagare una nuova sensibilità fatta di socialità vitale e tolleranza.
Il corteo - comunicativo, aperto, partecipato, pacifico - è stato aperto da uno striscione disegnato da un artista/writer amico di Nicola, portava questa scritta: "Nicola è ognuno di noi".

La manifestazione, promossa dall'Assemblea aperta cittadina, ha fatto appello alla coscienza civile e alla capacità di autocritica di Verona per sconfiggere l'intolleranza e la discriminazione, un atto d'amore verso la città stessa, perchè è proprio dalle condizione estreme che possono nascere pensieri e pratiche vivificanti, perchè è proprio dal dissenso che possono nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E' necessario quindi costruire progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere.
Erano presenti molti cittadini, uomini e donne, ragazze e ragazzi, associazioni culturali, musicali, teatrali, sociali di Verona e del territorio. Tra i molti striscioni anche uno degli amici di Nicola, con la scritta: BIBOA, una gioiosa imprecazione inventata da Nicola stesso. Molte anche le realtà giovanili e i centri sociali di varie città, da Roma a Brescia, da Padova a Bologna.

A metà corteo, qualche tafferuglio provocato da poche persone è stato pacificato dai manifestanti stessi. Il corteo si è concluso a piazza Erbe e in piazza Dante con gli interventi delle realtà che hanno organizzato e partecipato alla manifestazione.

Si è manifestato per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non siamo, ciò che saremo dobbiamo inventarlo. Lontani dalle passioni tristi, gioiosamente, naturalmente, vivere come l'aria che si respira, come ha fatto Nicola. A Nicola piacevano il surf, la montagna e il colore arancio. Skate: ebrezza e surf dell'anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte.

Provate ad immaginare. L'Italia dei pogrom

da Federazione Anarchica Torinese - FAI

Provate ad immaginare.
Una persona del vostro quartiere è sorpresa dentro un appartamento: forse voleva rubare, forse voleva portar via una neonata. Viene arrestata.

Provate ad immaginare. Il giorno dopo e poi quelli successivi ragazzi in motorino lanciano
una molotov contro la casa di un vostro vicino. L'incendio brucia in parte l'appartamento ma per fortuna l'uomo, la donna e i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati ma incolumi. Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i bastoni e le bottiglie
incendiarie. La gente scappa si rifugia da parenti.

Provate ad immaginare. Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin da quando è nato.

Provate ad immaginare. La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio.
Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma "scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove. Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto, dove, forse potrete resistere per un po'. Fino alla prossima molotov.

Provate ad immaginare. Vostri compaesani e parenti che vivono lontano, in altre città, vengono
assaliti, le loro case bruciate. Anche loro sono in strada.

Provate ad immaginare. Il governo del vostro paese vara misure straordinarie per far fronte
all'emergenza. Leggi per fermare la violenza e l'illegalità. Leggi contro di voi ed i vostri parenti, contro i vostri vicini di casa, contro quelli del vostro quartiere e contro tutti quelli del vostro stesso paese.

Provate ad immaginare di essere in Italia, in questo maggio del 2008. Non vi pare possibile?
Eppure è cronaca di tutti i giorni. La cronaca di un pogrom. Un pogrom che sta incendiando l'Italia. Brucia le baracche dei rom e corrode la coscienza civile di tanti di noi. Qualcuno agisce, i più plaudono silenti e rancorosi, convinti che da oggi saranno più sicuri. Al riparo dalla povertà degli ultimi, di quelli che non si lavano perché non hanno acqua neppure per bere, di quelli che di rado lavorano, perché nessuno li vuole, di quelli che vanno a scuola pochi mesi, tra uno sgombero di polizia ed un rogo razzista.

Forse pensate che questo non vi riguarda. Forse pensate che questo a voi non capiterà mai. Siete cittadini d'Europa, voi. Siete gente che lavora, che paga il mutuo, che manda i figli a scuola. Forse avete ragione.
Forse no. Nella roulette russa della guerra sociale c'è chi affonda e chi resta a galla. Il lavoro non c'è, e se c'è è precario, pericoloso, malpagato. Il mutuo vi strangola, non ce la fate ad arrivare alla fine del mese, a pagare tutte le spese, ma forse, tirando a campare, con la paura che vi stringe la gola, ce la farete. Gli altri, quelli che restano fuori, che crepino pure. Nemici, anche i bambini. O li caccia il governo o ci penserete voi stessi, di notte con i bastoni e le molotov. A fare pulizia. Etnica.

Intanto, giorno dopo giorno, i nemici, quelli veri, vi portano via la vita, rendono nero il vostro futuro. Il nemico marcia sempre alla nostra testa: è il padrone che sfrutta, è il politico che pretende di decidere per noi, che vuole che i penultimi combattano gli ultimi, perché la
guerra tra poveri cancella la guerra sociale.

Provate ad immaginare. Provate ad immaginare che un giorno il padrone vi licenzi, che la
banca si prenda la casa, che la strada inghiotta voi e i vostri figli. Sarà il vostro turno. Ma allora non ci sarà più nessuno capace di indignazione, capace di rivolta.

Provate ad immaginare. Un giorno qualcuno potrebbe chiedervi "dove eravate mentre bruciavano le case, deportavano la gente, ammazzavano i bambini?"
Non dite che non sapevate, non dite che non avevate capito, non dite che voi non c'entrate. Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Provate ad immaginare un futuro come questo presente da incubo.

venerdì, maggio 16, 2008

Emilio Lussu, rivoluzionario

di Valerio Evangelisti - tratto da carmillaonline

Che io sappia, nessun rivoluzionario italiano, prima di Emilio Lussu, aveva scritto un vero e proprio manuale sull’ “arte” di insorgere, e nessuno lo avrebbe fatto dopo di lui. E’ vero che il saggio rappresenta, in larga parte, una disamina delle rivoluzioni dei primi decenni del Novecento, e soprattutto della rivoluzione russa. Però è anche vero che l’analisi non è puramente storica o filosofica, ma persegue un fine preciso: individuare i mezzi necessari per abbattere il fascismo attraverso la lotta armata.

Questo semplice dato fa comprendere la differenza tra Emilio Lussu e altri antifascisti a lui coevi. Quando Lussu scrisse a Parigi la Teoria dell’insurrezione (1936), nella sinistra non comunista in esilio le idee su come abbattere il regime di Mussolini erano confuse. C’era chi pronosticava l’ingresso in Italia, attraverso le Alpi, di una colonna armata (e un discendente di Garibaldi tentò in effetti la costituzione di una velleitaria “legione” destinata a quel compito); c’era chi sperava in sollevazioni spontanee; c’era chi confidava nella propaganda e finiva nell’attendismo. Nei caffè in cui si riunivano gli esuli si riproduceva, amplificato, l’antico vizio dei socialisti massimalisti: parlare di rivoluzione senza farla.

Lussu era un tipo molto diverso, e diverso anche da molti suoi compagni di Giustizia e Libertà. Ex interventista (ma non nazionalista) nella prima guerra mondiale, ex ufficiale abituato alla vita penosa e sordida delle trincee e agli assalti disperati, ex sardista (ma non separatista), non concepiva l’inazione. Ai comunisti, lontani da lui per le tendenze autoritarie, lo accomunava una convinzione: la lotta antifascista doveva radicarsi in Italia, e non essere importata. Inoltre era convinto che la propaganda, per essere efficace, dovesse accompagnarsi all’azione armata. Non il “gesto esemplare” caro a tanti di GL (che pure non andava escluso, anzi), bensì un moto sovvertitore che nascesse dalla società e, facendo perno sulle istanze di giustizia sociale latenti in chi pativa la dittatura fascista, sapesse fondere aspetto politico e aspetto militare.
Lussu in effetti, pur parlando di “insurrezione”, è le rivoluzioni che studia. Di queste, l’atto insurrezionale non è che il primo momento. Per scatenarlo, però, non si può confidare in una semispontanea presa di coscienza delle masse. Occorre invece una “avanguardia” composta da un manipolo di coraggiosi – poco importa che si tratti anche solo di una decina d’uomini – capaci di affrontare la violenza illimitata del nemico senza lasciarsi intimidire, e di reagire colpo su colpo. Il nucleo di un esercito, insomma, che crescerà col progredire della lotta. Il fascismo prospera perché è sicuro di se stesso, e ha liquidato come insetti molesti i socialisti chiacchieroni che, in esilio, si carezzano al bar le lunghe barbe.

Tale sicurezza si incrinerà solo quando i fascisti inizieranno ad avere paura, a temere per le proprie vite. Reagiranno scompostamente, è logico, ma la compattezza dei loro ranghi prenderà a vacillare. In pratica, per imporsi, l’antifascismo deve anzitutto proiettare di se stesso un’immagine forte, temibile. E’ l’unico modo per attrarre il popolo, che le sole promesse vacue di riscatto politico-sociale non indurranno mai all’azione. L’avanguardia è una sorta di giustiziere collettivo, capace di colpire dove e quando vuole e, in tal modo, reclutare “soldati” nell’esercito liberatore.

Si sa che la Liberazione, in Italia, non seguì esattamente questo tracciato. Tuttavia – e credo di essere il primo a notarlo – le “regole” di Lussu troveranno piena applicazione sotto altre latitudini. In America Latina, per esempio. Le rivoluzioni a Cuba o in Nicaragua nasceranno da esigui manipoli di gente determinata: un pugno di uomini e donne decisi, attraverso azioni armate a un primo sguardo avventuriste, a fare sollevare un popolo intero, oppresso da una dittatura. Certo, né Fidel Castro né Che Guevara né Daniel Ortega avevano letto Lussu (suppongo). Ma ciò non fa che confermare la valenza generale dei principi che Lussu trae dalla disamina delle rivoluzioni precorse. Nel caso di quella russa comportandosi, lui saggista politico, da storico.
Si tenga presente che nel 1936 un italiano in esilio aveva a disposizione una quantità esigua di testi sull’Ottobre, ben inferiore a quella odierna. Ebbene, le osservazioni di Lussu sono quasi sempre puntuali, e tuttora utilissime.

Lussu, antifascista impaziente di agire, ricorda un poco un Errico Malatesta, un Camillo Berneri, un Guido Picelli (altro ex ufficiale ribelle), che in epoche differenti compresero che era venuto il momento di spaventare il nemico. Preparati alla sconfitta immediata, però certi che essa avrebbe condizionato il futuro. Purché un’avanguardia si ricostituisse, purché il legame con la questione sociale rendesse una sollevazione di minoranza non gratuita.
Il resto della vita di Emilio Lussu è all’insegna della stessa coerenza. Protagonista di lotte contadine nella sua Sardegna, ostile alle derive moderate del PSI cui aveva aderito, pronto a dissociarsi da un nuovo partito – il PSIUP – non appena questo si era rivelato subalterno al PCI.

Lussu rimane tra le grandi figure rivoluzionarie e libertarie (poche) di questo paese, da Malatesta ad Armando Borghi. E la sua Teoria dell’insurrezione, profetica per tanti versi, potrebbe rivelarsi ancora attuale, se i tempi bui che viviamo si incupissero ulteriormente.

giovedì, maggio 15, 2008

Roma k.o. Romanzo d’amore odio e lotta di classe

di Duka e Marco Philopat - Agenzia X

Alla fine sai cosa penso, Gerardo?
Abbiamo fatto bene a scatenar
e quel putiferio l’altro giorno...
È ora di farne scoppiare un altro.


Roma, settembre 2008. Il Corviale, leviatano edilizio lungo un chilometro, subisce all’improvviso gravi danni strutturali. Il sindaco V. decide di trasferire i suoi seimila abitanti in una tendopoli allestita negli studios di Cinecittà, proprio a ridosso di un grande centro commerciale.
La rabbia degli sfollati e l’irrefrenabile desiderio di possedere merci fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna.
Il romanzo si svolge in cinque adrenalinici giorni, con la continua irruzione della voce del Duka che, attraverso iperboliche testimonianze, narra trent’anni di inedita storia underground, fino allo scontro frontale, a tutta velocità, tra fiction e realtà. Un pugno da K.O. a qualsiasi forma di normalizzazione.

mercoledì, maggio 14, 2008

Assalti Frontali Free Download nuovo singolo: Mappe della libertà

In attesa del nuovo album in uscita in giugno segnalo al volo il nuovo singolo Mappe della libertà che anticipa l'uscita di Un'intesa perfetta, liberamente scaricabile e godibile cliccando sull'immagine qui a fianco.

In questa occasione scopro - tardi, fuori tempo massimo - il sito degli Assalti Frontali e mi sbrigo a segnalarvelo... un sacco di materiali, testi, comunicati e altro. Merita un giro.

www.assalti-frontali.com

martedì, maggio 06, 2008

Il bello è essere in ottantamila - Comunicato post Euromayday 2008

Il bello è essere in ottantamila, migranti e precari, insieme, a Milano, per l'EuroMayDay 008, la parata del primo maggio dei precari europei. Da Piazza XXIV maggio fino a Piazza Castello, 30 carri hanno sfilato dalle tre del pomeriggio alle otto di sera, musica a palla, età media meno di trent'anni. Sotto un sole caldo nel cielo limpido che ha sconfessato tutte le brutte previsioni, alla faccia di chi ci vuole male. Da Torino, da Bologna, da Vicenza, da Brescia, da Piacenza, da Feltre, da Bergamo, da tutta la Lombardia. Apre il carro dei migranti, affidato a San Precario, versione mediorientata, con in testa una kefiah, con gli striscioni che dicono "No border, no precarity", "Libertà di movimento". Il bello è essere in ottantamila a condividere queste rivendicazioni: regolarizazzione permanenet, no al legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, chiusura dei cpt.

Rivendicazioni che parlano di precarizzione della vita e del lavoro e che quindi non riguardano solo i migranti ma tutti/e coloro che hanno invaso le strade di Milano. I tamburi tuonano mentre uomini e donne di nazionalità diversa portano, su un palmo di mano, vien da dire, lo striscione "patchwork" della catena transazionale delle realtà di lotta dei migranti europei, ogni pezzo cucito vicino all'altro corrisponde a un nuovo appuntamento: adesso è qui, EuroMayDay 008. Subito dietro, il carro delle donne precarie che vogliono "partorire i loro diritti" e ballano arrabbiate dentro una gabbia, la gabbia della precarietà che deve saltare. Sfilano le realtà di lavoro della rete Intelligence Precaria: i lavoratori dei call center, gli operatori sociali, le cassiere Esselunga e gli autorganizzati delle Scala, l'autobus delle autoproduzioni, i giornalisti freelance sul carro di City of Gods, la free-press precaria. E poi ancora i centri sociali e i sindacati di base: confederazione Cobas, cub, Sdl, Slai cobas.

Ma non è festa solo per chi marcia, è festa di tutta la città, anche di chi sta ai bordi delle Parade e legge City of Gods, sorride, resta a guardare e commenta. Chi accusa la Mayday di essere "soltanto una festa" dimentica che "uno degli aspetti essenziali della Vera Festa costiste nella presa dello spazio, nel suo rovesciamento, nella risacralizazzione umanizzata" di una festa addomesticata, distante, senile come quella del Primo maggio tradizionale. I precari festeggiano perché è in questo spazio che si risonoscono e perchè è in questo tempo che la loro presa di parola, lasciadosi alle spalle autocommiserazioni e sfighe, si sta tramutando in forza Non ci sentiamo precari/e: lo siamo. Noi siamo precari e precarie, lavoratori e lavoratrici, uomini e donne, migranti e nativi. E siamo i più incazzati Intanto su un balcone, in via Torino, appare una scritta: "Migranti abbiamo bisogno di voi, non lasciateci soli con gli italiani". E dal camion rispondono le voci, al microfono, dei latinoamericani, dei magrebini, dei senegalesi, stanchi di veder appiattita la loro esistenza sul lavoro, ricchezza vitale di uomini e donne che non solo viene disconosciuta ma addirittura si trasforma in problema per una sinistra che ha smarrito il senso di sè e a cui restano solo le politiche securitarie della destra.

La parte migliore di questo paese si è fatta viva a Milano il Primo maggio 2008. Per collegarsi e ricomporsi, i partecipanti raccolgono e mettono insieme i pezzi del puzzle precario distribuito dai carri. Collegamenti anche in senso radiofonico: dal carro dei giornalisti precari di City of Gods vanno in onda i collegamenti in diretta/differita con le Mayday di Aachen, dove Sarkozy e Merkel vengono ricoperti di fischi; con i migranti di San Francisco e Washington; con le Euromayday sparse per tutta Europa, da Lisbona a Maribor. Ci si collega con Pomigliano d'Arco, dove ci si oppone alla deportazione di 316 "operai e precari" e con Roma dove precari e migranti hanno occupato un'ex sede del messaggero proprietà di caltagirone.Una partecipazione, quest'anno, che non solo è cresciuta numericamente e si è allargata a nuovi soggetti precari, ma è maturata, si è fatta più analitica, condivisa e rivendicativa. DeCorato, vicesceriffo di Milano sul Corriere della sera la mette giù così: "A dispetto delle assicurazioni date dagli organizzatori del corteo, i bravi ragazzi dell'area no-global e dei centri sociali che hanno partecipato alla MayDay hanno lasciato il segno. Una vergogna che grazie agli impianti di video sorveglianza e alla collaborazione dei cittadini non resterà impunita!" Come ogni anno, De Corato & company gridano allo scandalo.

E i giornali -- da buoni vassalli -- amplificano. Ovviamente senza scrivere nulla sul perché della MayDay, sui suoi contenuti e sulle decine e decine di migliaia di uomini e donne che l'hanno attraversata. Per i giornali, la MayDay esiste solo grazie alle scritte sui muri. La stampa e De Corato possono stare tranquilli. Finchè l'informazione sarà questa, continueremo a scrivere sui muri. Almeno, alcuni concetti, del tutto condivisibili, quali "Equo canone", "Diritto alla casa" "Più case, meno chiese", passeranno sulle pagine dei giornali. Concetti, inoltre, ben più pregnanti - solidarizziamo con i denunciati !- e sapienti di quelli veicolati attraverso i tantissimi manifesti pubblicitari che infestano le vie della città, rovinandola, oltraggiando il decoro metropolitano, svilendo l'intelligenza dei cittadini. Questo è un vero esempio di vandalismo urbano, come lo sono i cantieri a cielo aperto di decine di parcheggi inutili, costosi e tangentati.

Ed ancora: il vandalismo per noi è quello dell'Expo, come ricorda il carro dei comitati NoExpo: un mostro di precarietà e distruzione degli spazi pubblici della città di Milano. Cementificazioni, infrastrutture immense che "utili" per poco diventeranno un attimo dopo cattedrali nel deserto. Si stanno abbattendo ora le brutture di Italia90. L'Expo attirerà investimenti miliardari che per noi che viviamo qua in basso, nel mondo di sotto, si tradurranno in contratti precari, per i fortunati, in lavoro nero, per tutti gli altri addetti alla costruzione della metropoli vetrina del 2015. Non lamentatevi delle scritte sui muri voi che sfregiate l'anima di una città! Nel silenzio assordante della politica che si ricorda della precarietà solo in campagna elettorale, i precari della EuroMayDay 008 mandano a dire che possono fare da sè. Non hanno solo cuore ma idee, creatività, capacità comunicativa ma anche proposte sul reddito, sul welfare, la casa, l'ambiente.

Mentre la sinistra dei partiti e dei sindacati confederali si lamenta, e s'allontana dal paese reale, la Mayday s'incammina per darsi continuità e stringere nuove complicità precarie .

Una la Long-lunga-larga EuroMayDay che si farà sentire nei prossimi mesi. Ma questa è una altra storia.

Per il momento, ricordiamo il primo appuntamento dell'Assemblea MayDay per domenica, 11 maggio, h.15.00, Ponte della Ghisolfa, V.le Monza 255, Milano.

EuroMayDay Milano