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mercoledì, giugno 11, 2008

Appello a sostegno della Sapienza, a sostegno degli studenti

da uniriot - 10 giugno 2008

Molte cose sono state raccontate in questi giorni sull'università la Sapienza, molte cose non vere hanno preso il posto della verità. L'aggressione contro alcuni studenti ad opera di militanti del partito neofascista Forza nuova è stata trasformata in una rissa, una gioiosa manifestazione di oltre 2000 studenti (nonostante la pioggia) in un sequestro di persona. La verità sappiamo è un campo di battaglia e non sempre bastano i fatti a renderla inattaccabile.

In conseguenza a queste falsità si è dispiegato un singolare attacco nei confronti degli studenti e dell'università tutta. Gli studenti sono stati definiti responsabili di una degenerazione politica senza precedenti, figlia del '68, annus terribilis, secondo il Corriere della sera, da archiviare una volta per tutte; la Sapienza un'istituzione incapace di far parlare forze politiche che, nonostante facciano ripetutamente uso di ideologie xenofobe e razziste, oltre che negazioniste nei confronti della Shoah, abituate all'uso della violenza e dell'aggressione, sono legali e dunque meritano di essere ascoltate da studenti, ricercatori e docenti.

Questo attacco va respinto, perché porta con sé un'ostilità senza precedenti nei confronti del sapere critico, della democazia e dell'autonomia dell'istituzione universitaria. Un'ostilità che colpisce anche la Costituzione repubblicana, espressamente antifascista: pluralismo e tolleranza politica e culturale, in questo senso, non sono disgiungibili dal rifiuto di ideologie, linguaggi e pratiche dichiaratamente fasciste come quelle del partito Forza nuova. L'università è probabilmente un luogo anomalo nel paese, anomalo perchè all'interno di esso la pratica democratica del dissenso trova posto, anomalo perchè la critica può essere esercitata pubblicamente. Un'anomalia positiva, dunque, che tiene assieme la comunità scientifica tutta e che fa dell'università uno spazio democratico da proteggere.
Era inevitabile, infine, che all'interno di questa campagna politica di linciaggio, si collocasse una sentenza del Gip (giudice per le indagini preliminari) che ha imposto gli arresti domiciliari non solo a due attivisti di Forza nuova, gli aggressori, ma anche ad Emiliano, studente della Sapienza aggredito. Chiedere la libertà di Emiliano significa riconoscere la differenza tra aggressori e aggrediti, significa dire la verità sui fatti accaduti alla Sapienza.

Primi firmatari:
Nanni Balestrini (poeta e scrittore), Erri De Luca (scrittore), Valerio Mastrandrea (attore), Serge Quadruppani (scrittore e traduttore), Sandro Mezzadra (docente universitario, Bologna), Adalgisio Amendola (docente universitario, Salerno), Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni (casa editrice Derive Approdi, Roma), Gianfranco Morosato (casa editrice Ombre corte, Verona), Ugo Cornia (scrittore), Valerio Evangelisti (scrittore), Benedetto Vecchi (giornalista de il manifesto), Matteo Pasquinelli (ricercatore universitario, Londra), Carlo Formenti (docente universitario e giornalista), Franco Berardi Bifo (saggista), Agostino Petrillo (docente universitario, Milano), Tiziana Terranova (ricercatrice universitaria, Napoli), Adelino Zanini (docente universitario, Ancona), Augusto Illuminati (docente universitario, Urbino), Angelo Mastrandrea (giornalista de il manifesto), Girolamo De Michele (scrittore), Roberto Gramiccia (medico e scrittore), Gabriele Porro (giornalista, la Repubblica), Alessandro Pandolfi (docente universitario, Urbino), Wu Ming (scrittori), Andrea Fumagalli (docente universitario, Pavia), Christine Ferret (responsabile Centre des Ressources - Ambasciata di Francia, Roma), Veronica Raimo (scrittrice), Luisa Capelli (casa editrice Meltemi), Marco Bascetta (casa editrice manifestolibri), Raffaella Battaglini (autrice teatrale), Elena Vanni (attrice), Marco Philopat (scrittore), Massimo Gaudioso (sceneggiatore), Elio Germano (attore), Ottavio Marzocca (docente universitario, Bari), Pino Marino (cantautore e musicista), Anna Pizzo (giornalista, Carta), Pierluigi Sullo (giornalista, Carta), Luca Casarini (attivista e scrittore), Lanfranco Caminiti (giornalista), Tano D'Amico (fotografo)

Per firme e adesioni: roma@uniriot.org

Immagine di arimoore [tell truth], con licenza Creative Commons da flickr

giovedì, maggio 29, 2008

Sapienza, la verità non si arresta!

Rete per l'autoformazione - Sapienza, Roma

Sono ore convulse, dove poco è il tempo per scrivere, ma molto è il tempo che serve per raccontare. Per raccontare in primo luogo la verità sui fatti accaduti la mattina di ieri, la verità sulla violenza subita, la verità sociale e politica che continua a tenere lontani neofascisti e squadristi dall'università la Sapienza.
Proviamo a procedere con ordine. La presidenza di Lettere e filosofia, lo storico moderno, compilativo e mediocre, di nome Guido Pescosolido, autorizza un convegno di Forza nuova all'interno della facoltà. Inutile dire che il preside, il mediocre, ha fatto finta di non sapere, di non aver capito, peggio si è protetto dietro lo scudo del pluralismo culturale: che ognuno parli, tanto parlare e far parlare non costa nulla, anzi frutta molti soldi e poco importa quali sono i gesti e le pratiche politiche che accompagnano il parlante. Mediocre nel mestiere, mediocre nella vita, questo preside piccolo piccolo che semmai merita un posto nella segreteria tecnica, fotocopie e fotocopie da fare.

In modo tempestivo, lunedì mattina, occupiamo la presidenza, dopo sette ore il pro-rettore Frati revoca l'autorizzazione e il preside piccolo piccolo se ne torna a casa con la sua borsetta da uomo mediocre. Usciamo dalla facoltà e ci ritroviamo telefonicamente qualche ora dopo, voci fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di Forza nuova lungo le mura della città universitaria. 5 macchine, armati, of course (fa parte del galateo politico del tempo presente). La notte trascorre, tutto si fa più chiaro.
Sono le 13, è martedì, e noi usciamo dalla città universitaria per attacchinare e promuovere un'iniziativa sulle trasformazioni della formazione nella crisi della globalizzazione: radicalizzazione dell'autonomia, differenziazione, vuoti del mercato delle competenze, tanti temi e molti problemi per capire dove muove l'università che cambia. Passano pochi minuti e due macchine (forse noleggiate) ci raggiungono, scendono in tanti, scendono con tante armi: spranghe, mazze ferrate, catene, qualche coltello. Sono attimi durissimi. Alcuni di noi sono feriti (punti in testa e spalle rotte), ma loro, adulti (alcuni ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno via.

In tre in ospedale, molti di noi interrogati, la giornata procede dentro la facoltà di Lettere e in un corteo forte, pieno di studenti (almeno duemila), pieno di indignazione. Una giornata in cui in molti hanno deciso di rompere il silenzio, tra professori e ricercatori, molte le parole in nostra di difesa, potente la ricerca di verità. Eppure, puntuale la controffensiva mediatica: "è stata una rissa, uno scontro tra opposte fazioni". Ma di quale opposte fazioni si parla! Da una parte, la nostra, c'è l'università, gli studenti, dall'altra un manipolo di militanti e di squadristi che con l'università non c'entrano nulla, aggressori violenti e razzisti, funzionari politici di un partito che dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire che alla finzione mediatica si è accompagnato l'arresto di Emiliano e Giuseppe, due studenti della Rete, aggrediti alle spalle e feriti. D'altronde all'arresto deve seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il circolo è vizioso.
Ma un passo importante si sta compiendo in questi giorni all'università di Roma la Sapienza: il partito di Forza nuova, sulla base della sollecitazione dei movimenti, viene considerato illegale da un'istituzione pubblica. Se esistesse un'opposizione in Italia, in seguito ai fatti di questa mattina si potrebbe pensare una campagna politica vincente per ottenere lo scioglimento delle forze politiche neo-squadriste e razziste. L'opposizione non c'è, ma ci sono i movimenti, ci sono le persone in carne ed ossa, c'è la voglia di verità, il desiderio di giustizia, e non saranno le finzioni e le menzogne a cancellarli.

La partita, però, va vinta fino in fondo ed è per questo che è decisivo avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe liberi subito, altrettanto dare vita quest'oggi ad una grande assemblea pubblica. Alle ore 9:00 presidio a P. Clodio, in attesa del processo per direttissima, alle ore 14:30 assemblea pubblica nella facoltà di Lettere. Giovedì 29, invece, fondamentale essere in tante e tanti presso l'entrata della facoltà (a partire dalle 8:30), per impedire che gli squadristi possano tornare e che mettano piede dentro l'università.

La verità non si arresta,
La Sapienza sarà libera,
Emiliano e Giuseppe liberi subito!

Foto di elbisreverri [Minerva at sundown], con licenza Creative Commons da flickr


martedì, maggio 27, 2008

In marcia per il clima

O protestatari precari che amate i mille volti della Milano meticcia e le
aree piene di erbacce, roulotte e centri sociali,
O sorelle e fratelli che sognate spazi solidali e alveari antinucleari,
O giardinieri guerriglieri che vi battete contro la città degli speculatori,
O smanettatori ecohacker attivi contro il greenwashing degli inquinatori,
Ci vediamo a piedi o in bici



Sabato 7 giugno, S/Babila ore 15
Manifestazione Nazionale x agire sull'effetto serra e impedire il
ritorno al nucleare
SPEZZONE DELL'ECOSOVVERSIONE
intorno alla CICLOMOBILE SOLARE
realizzata dal SunSystem di Agenzia X e dalla Ciclofficina della Stecca

~ NO OIL, NO NUKES, NO EXPO: Azione Ecoradicale Qui e Ora!!!

info: neurogreen@gmail.com, supersturia@hotmail.com

domenica, maggio 18, 2008

Dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola

Comunicato dell'assemblea aperta cittadina. Verona
17 maggio 2008

Circa dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola Tommasoli, il giovane ucciso nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio da cinque simpatizzanti dei gruppi neofascisti.
Per Nicola la manifestazione si è fermata davanti alla chiesa di San Fermo, per un minuto di silenzio e un lungo applauso, per portare fiori e ricordi sul luogo della sua morte, lì a pochi metri, a Porta Leoni.
A questa grande e importante manifestazione si deve aggiungere quella altrettanto importante e significativa che le organizzazioni dei migranti hanno promosso in piazza Bra.
Da queste manifestazioni nasce una nuova Verona che vuole propagare una nuova sensibilità fatta di socialità vitale e tolleranza.
Il corteo - comunicativo, aperto, partecipato, pacifico - è stato aperto da uno striscione disegnato da un artista/writer amico di Nicola, portava questa scritta: "Nicola è ognuno di noi".

La manifestazione, promossa dall'Assemblea aperta cittadina, ha fatto appello alla coscienza civile e alla capacità di autocritica di Verona per sconfiggere l'intolleranza e la discriminazione, un atto d'amore verso la città stessa, perchè è proprio dalle condizione estreme che possono nascere pensieri e pratiche vivificanti, perchè è proprio dal dissenso che possono nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E' necessario quindi costruire progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere.
Erano presenti molti cittadini, uomini e donne, ragazze e ragazzi, associazioni culturali, musicali, teatrali, sociali di Verona e del territorio. Tra i molti striscioni anche uno degli amici di Nicola, con la scritta: BIBOA, una gioiosa imprecazione inventata da Nicola stesso. Molte anche le realtà giovanili e i centri sociali di varie città, da Roma a Brescia, da Padova a Bologna.

A metà corteo, qualche tafferuglio provocato da poche persone è stato pacificato dai manifestanti stessi. Il corteo si è concluso a piazza Erbe e in piazza Dante con gli interventi delle realtà che hanno organizzato e partecipato alla manifestazione.

Si è manifestato per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non siamo, ciò che saremo dobbiamo inventarlo. Lontani dalle passioni tristi, gioiosamente, naturalmente, vivere come l'aria che si respira, come ha fatto Nicola. A Nicola piacevano il surf, la montagna e il colore arancio. Skate: ebrezza e surf dell'anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte.

martedì, maggio 06, 2008

Il bello è essere in ottantamila - Comunicato post Euromayday 2008

Il bello è essere in ottantamila, migranti e precari, insieme, a Milano, per l'EuroMayDay 008, la parata del primo maggio dei precari europei. Da Piazza XXIV maggio fino a Piazza Castello, 30 carri hanno sfilato dalle tre del pomeriggio alle otto di sera, musica a palla, età media meno di trent'anni. Sotto un sole caldo nel cielo limpido che ha sconfessato tutte le brutte previsioni, alla faccia di chi ci vuole male. Da Torino, da Bologna, da Vicenza, da Brescia, da Piacenza, da Feltre, da Bergamo, da tutta la Lombardia. Apre il carro dei migranti, affidato a San Precario, versione mediorientata, con in testa una kefiah, con gli striscioni che dicono "No border, no precarity", "Libertà di movimento". Il bello è essere in ottantamila a condividere queste rivendicazioni: regolarizazzione permanenet, no al legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, chiusura dei cpt.

Rivendicazioni che parlano di precarizzione della vita e del lavoro e che quindi non riguardano solo i migranti ma tutti/e coloro che hanno invaso le strade di Milano. I tamburi tuonano mentre uomini e donne di nazionalità diversa portano, su un palmo di mano, vien da dire, lo striscione "patchwork" della catena transazionale delle realtà di lotta dei migranti europei, ogni pezzo cucito vicino all'altro corrisponde a un nuovo appuntamento: adesso è qui, EuroMayDay 008. Subito dietro, il carro delle donne precarie che vogliono "partorire i loro diritti" e ballano arrabbiate dentro una gabbia, la gabbia della precarietà che deve saltare. Sfilano le realtà di lavoro della rete Intelligence Precaria: i lavoratori dei call center, gli operatori sociali, le cassiere Esselunga e gli autorganizzati delle Scala, l'autobus delle autoproduzioni, i giornalisti freelance sul carro di City of Gods, la free-press precaria. E poi ancora i centri sociali e i sindacati di base: confederazione Cobas, cub, Sdl, Slai cobas.

Ma non è festa solo per chi marcia, è festa di tutta la città, anche di chi sta ai bordi delle Parade e legge City of Gods, sorride, resta a guardare e commenta. Chi accusa la Mayday di essere "soltanto una festa" dimentica che "uno degli aspetti essenziali della Vera Festa costiste nella presa dello spazio, nel suo rovesciamento, nella risacralizazzione umanizzata" di una festa addomesticata, distante, senile come quella del Primo maggio tradizionale. I precari festeggiano perché è in questo spazio che si risonoscono e perchè è in questo tempo che la loro presa di parola, lasciadosi alle spalle autocommiserazioni e sfighe, si sta tramutando in forza Non ci sentiamo precari/e: lo siamo. Noi siamo precari e precarie, lavoratori e lavoratrici, uomini e donne, migranti e nativi. E siamo i più incazzati Intanto su un balcone, in via Torino, appare una scritta: "Migranti abbiamo bisogno di voi, non lasciateci soli con gli italiani". E dal camion rispondono le voci, al microfono, dei latinoamericani, dei magrebini, dei senegalesi, stanchi di veder appiattita la loro esistenza sul lavoro, ricchezza vitale di uomini e donne che non solo viene disconosciuta ma addirittura si trasforma in problema per una sinistra che ha smarrito il senso di sè e a cui restano solo le politiche securitarie della destra.

La parte migliore di questo paese si è fatta viva a Milano il Primo maggio 2008. Per collegarsi e ricomporsi, i partecipanti raccolgono e mettono insieme i pezzi del puzzle precario distribuito dai carri. Collegamenti anche in senso radiofonico: dal carro dei giornalisti precari di City of Gods vanno in onda i collegamenti in diretta/differita con le Mayday di Aachen, dove Sarkozy e Merkel vengono ricoperti di fischi; con i migranti di San Francisco e Washington; con le Euromayday sparse per tutta Europa, da Lisbona a Maribor. Ci si collega con Pomigliano d'Arco, dove ci si oppone alla deportazione di 316 "operai e precari" e con Roma dove precari e migranti hanno occupato un'ex sede del messaggero proprietà di caltagirone.Una partecipazione, quest'anno, che non solo è cresciuta numericamente e si è allargata a nuovi soggetti precari, ma è maturata, si è fatta più analitica, condivisa e rivendicativa. DeCorato, vicesceriffo di Milano sul Corriere della sera la mette giù così: "A dispetto delle assicurazioni date dagli organizzatori del corteo, i bravi ragazzi dell'area no-global e dei centri sociali che hanno partecipato alla MayDay hanno lasciato il segno. Una vergogna che grazie agli impianti di video sorveglianza e alla collaborazione dei cittadini non resterà impunita!" Come ogni anno, De Corato & company gridano allo scandalo.

E i giornali -- da buoni vassalli -- amplificano. Ovviamente senza scrivere nulla sul perché della MayDay, sui suoi contenuti e sulle decine e decine di migliaia di uomini e donne che l'hanno attraversata. Per i giornali, la MayDay esiste solo grazie alle scritte sui muri. La stampa e De Corato possono stare tranquilli. Finchè l'informazione sarà questa, continueremo a scrivere sui muri. Almeno, alcuni concetti, del tutto condivisibili, quali "Equo canone", "Diritto alla casa" "Più case, meno chiese", passeranno sulle pagine dei giornali. Concetti, inoltre, ben più pregnanti - solidarizziamo con i denunciati !- e sapienti di quelli veicolati attraverso i tantissimi manifesti pubblicitari che infestano le vie della città, rovinandola, oltraggiando il decoro metropolitano, svilendo l'intelligenza dei cittadini. Questo è un vero esempio di vandalismo urbano, come lo sono i cantieri a cielo aperto di decine di parcheggi inutili, costosi e tangentati.

Ed ancora: il vandalismo per noi è quello dell'Expo, come ricorda il carro dei comitati NoExpo: un mostro di precarietà e distruzione degli spazi pubblici della città di Milano. Cementificazioni, infrastrutture immense che "utili" per poco diventeranno un attimo dopo cattedrali nel deserto. Si stanno abbattendo ora le brutture di Italia90. L'Expo attirerà investimenti miliardari che per noi che viviamo qua in basso, nel mondo di sotto, si tradurranno in contratti precari, per i fortunati, in lavoro nero, per tutti gli altri addetti alla costruzione della metropoli vetrina del 2015. Non lamentatevi delle scritte sui muri voi che sfregiate l'anima di una città! Nel silenzio assordante della politica che si ricorda della precarietà solo in campagna elettorale, i precari della EuroMayDay 008 mandano a dire che possono fare da sè. Non hanno solo cuore ma idee, creatività, capacità comunicativa ma anche proposte sul reddito, sul welfare, la casa, l'ambiente.

Mentre la sinistra dei partiti e dei sindacati confederali si lamenta, e s'allontana dal paese reale, la Mayday s'incammina per darsi continuità e stringere nuove complicità precarie .

Una la Long-lunga-larga EuroMayDay che si farà sentire nei prossimi mesi. Ma questa è una altra storia.

Per il momento, ricordiamo il primo appuntamento dell'Assemblea MayDay per domenica, 11 maggio, h.15.00, Ponte della Ghisolfa, V.le Monza 255, Milano.

EuroMayDay Milano

lunedì, maggio 05, 2008

[Precog] mayday protests mar charlemagne prize of eu elites in aachen

di Alex Foti - da Precog

between 10 and 12:30 scuffles with police as a euromayday contingent got up in front of merkel, sarkozy, trichet, barroso, solana, ciampi, balkenende, pottering to wave the four mayday stars and bringing them to account for the inequality, precarity, securitization of european society they are engineering. 7 arrested, among whom author of mayday poster and later released as parade was split in too by riot cops who ran after pink clowns and pink sambas. we are now back at welthaus after having played cat and mouse with police for hours in old quarter and in front of the station of aachen.

in the morning 500 people converged behind two trucks to go to marktplatz. fascists attack pink contingent but are quickly put on the run by koeln antifas. we run thru the city to get to destination. we pass one barrier of vans then another people are stopped and others block police vans. finally half get to the area were a megascreen pictures merkel and the others with charlemagne medal. we get up in front: no border no nation stop deportation in brussels and everywhere. mayday is our day not your day. we are europe, you are the undemocratic rulers of the minor european empire of christian, nationalist, miitarist, charlemagne europe. thanks for poverty, discrimination, monetarism. as they waved the crowd we were there lifting the finger and screaming bastard at a barroso caught under a moment of rain and hail, at a trichet frozen is disbelief and outrage.
then sun return bus from liege arrives and train from koeln. two other soundtrucks join, no border no precarity fight against new inequality, food not bombs too. we are more than 1500 now. turin samba starts playing the vibe is good and we move slowly. they block the vegan truck (another great group,le sabot is feeding maydayers night and day).

we continue and stop at the station. in malaga maydayers are blocking a station at the same time because police wont make 2000 precarious and migrants leave for the parade. 6000 people and 9 trucks in berlin. 100.000 in milan at the mayday parade says the metalwokrers union! we are there asking the release of the four caught when a reported sitin at the start of parade blocked stream of black limousines and got arrested. we wont continue until thezy are releaseed. the atmo for a while winds down. people dance the chiki chiki precario, listen to mayday songs, drink beer, listen to san precario mock prayers. speeches are made. but then the situation gets tens. 400 riot cops are moving in. we gotta move. the organizers many close to die linke are hesitant. the cops are moving in we have just started to move the people to the arrival point of the parade. the cops break the road in two. other than for clowns they split friends in two. two arrests are made before my eyes, two other on the other side. the cops try to push us away. we resist. then after we move.

suddeny they run after us. the parade is broken. clown army and pink samba from liege completely surrounded. some escape on roofs receiving assistance from local people. than after more than one hour we manage to reach the columns and stairs were the sound system is booming. we count th emissing the legal team starts working to release the prisoners. when mike and sebastian get here they are cheered with relief. slowly also the others are liberated. we defended mayday in aachen against karlspreis and exposed the extreme aggressiveness of the german version of the security state that sarko and berlusconi are building in france and italz. cops sought to provoke us into a riot and prevent freedom of movement and expression. they failed. mayday mayday all over europe, solidarity from activists and protesteersfrom belgium, france, holland, italy, spain, japan in aachen/ aix la chapelle, the city of the eu oscar ceremony held on ascension day where charlemagne is buried. let´s build a radical europe against discredited elites....



venerdì, aprile 18, 2008

Euromayday prereport

di Alex Foti - tratto da Carta


E' difficile comunicare l'euforia ritrovata dell'euromayday, quando Mr B si clona per la terza volta al potere e la sinistra scompare dalla scena parlamentare. In Europa chiunque è allibito dal fatto che gli italiani abbiano deciso di far ritornare i criptofascisti al governo...

Ma facciamo finta che le identità nazionali si siano finalmente dissolte. Potremmo allora vedere che uno stellone pink si sta aggirando per l'europa: è lo spirito euromayday, che nel 2008 s'incarna ad Aquisgrana contro l'Europa di Carlomagno celebrata da Merkel e Sarkozy, così come nelle proteste e nelle parate che da Berlino a Malaga, da Milano a Lisbona, da Helsinki a Maribor attraverseranno l'Europa precaria e migrante. Infatti quest'anno il Primo Maggio caro al sindacalismo rivoluzionario coincide con l'Ascensione cara ai democristiani conservatori che fondarono l'Unione Europea, e che dal 1950 assegnano il Prix Charlemagne al più atlantista del reame. Così nella città carolingia viene premiata la Merkel da Sarkozy... il primo maggio! La rete euromayday si è mobilitata per guastare la festa alla diarchia securitaria e atlantista: sarà l'europa anarcosocialista della Mayday contro l'Europa cattonazionalista di Charlemagne... Abbiamo deciso che ad Aachen/Aquisgrana ci sarà per la prima volta una mayday transnazionale contro il Karlspreis, che coinvolgerà come tutti gli attivisti della regione e non solo: collettivi di Liegi, Colonia, Amsterdam participeranno in forze, e l'EuroMayDay Infotour sta toccando ogni città della Renania.

La rete EuroMayDay è attraversata da solidarietà e passione rinnovate, dopo che la scorsa estate a Rostock e Heiligendamm il blocco pink di supereroi precari aveva saputo rinfocolare la voglia di fare le cose insieme trasnazionalmente. Ci siamo trovati a fine febbraio a Berlino insieme alle sorelle e ai fratelli di Liegi, Helsinki, Amburgo, Amsterdam, Terrassa, Malaga, Helsinki, oltre ai pionieri della mayday milanese la sinistra interventista berlinese. Abbiamo deciso che quest'anno la questione migrante sarà particolarmente importante nelle azioni e manifestazioni maydayane, a partire da Milano, dove tutte le reti migranti da Roma in su hanno risposto con entusiasmo all'appello per una long, long mayday. In un paese che ha rimosso gli immigrati dal dibattito pubblico e si rifiuta di vedere che le scuole italiane sono già meticce, e in un'europa in cui lo sfruttamento riguarda sempre più persone discriminate ed escluse dalla cittadinanza, la mayday si appresta a diventare un gigantesco spazio pubblico per le azioni e le rivendicazioni dell'Europa mulatta. Poi si è deliberato di approfondire il legame con la mayday di Tokyo, dopo che tanti di noi hanno ospitato gli attivisti giapponesi venuti a diffondere le iniziative di protesta contro il g8 di Osaka. Abbiamo anche deciso di fare un sito euromayday.org 2.0 e di mettere subito in circolazione le creazioni condivise: chiki chiki precario!!! (se non sai ancora cos'è, vai su http://es.youtube.com/watch?v=TiWTlSrgALU)

Sono appena tornato da Liegi e Bruxelles, dove ho passato un weekend maydayano al 100%. Abbiamo lanciato insieme Euromayday Aquisgrana 008 con assemblee e conferenze, grazie al lavoro sul campo che da anni fanno quelli di flexblues, il collettivo che ha ricevuto il premio dei diritti umani per la lotta degli inchiestisti organizzatisi intorno all'icona di bob le précaire, difensore inafferrabile dei precari belgi. Il primo atto è l'assemblea mayday in una Liegi già tappezzata di poster euromayday in un'affollata sala con attivisti di tutto il belgio venuti ad ascoltare Marc Monaco, Eric Collard, Toni Negri, Valery Alzaga, e attivisti di Aachen, Amsterdam, Malaga, Milano. La sala del centro sociale è decorata degli striscioni dell'azione dell'aprile 2006 a Bruxelles, quando conigli pasquali fecero irruzione nelle sedi delle lobby confindustriali di Bruxelles, al ritmo della resistenza pink delle samba bands valloni e fiamminghe. Tema dell'assemblea: l'europa precaria e migrante dell'euromayday vs l'europa carolingia e securitaria delle élite. Il giorno dopo un seminario molto interessante sulle strategie di attivismo sindacale nei servizi e fra i migranti. Si discute la campagna dei pulitori olandesi, in gran parte immigrati, che, organizzati da Justice for Janitors (J4J) e supportati dai Flexmens, sono riusciti a strappare un contratto miliare che garantisce dieci euro l'ora a Schiphol e in tutti gli aeroporti olandesi.

Segue un dibattito sul network unionism, un approccio innovativo sperimentato dai sindacalisti della FGTB, il sindacato della sinistra socialista che a Liegi ha un buon rapporto coi movimenti, per ricomporre la tutela sindacale lungo l'intera catena di relazioni dell'azienda: la sfida è riuscire a organizzare il lavoro frammentato dall'outsourcing. Concordiamo con Valery di J4J che, ribattezzato in senso più ampio e radicale come network syndicalism, questo possa essere l'approccio del futuro per collegare attivisti e campagne di sindacalizzazione fra precari, migranti, esternalizzati, sottopagati. Il giorno dopo benefit per la pink samba che da Liegi insieme a due altri pullman partirà alla volta di Aachen/Aquisgrana, dove alle 10 di mattina del primo maggio di fronte alla stazione si concentrerà il pink block EuroMayDay. Verso le 13 partirà la MayDay Parade vicino alla Rathaus, il palazzo del comune intorno a cui si concentreranno le proteste organizzate dalla sinistra locale contro il Karlspreis. Si dorme in un palazzo occupato da numerose associazioni, mentre sarà allestito un indymedia center in un edificio con parco vicino alla partenza dalla parade, oltre al convergence center alla stazione.

Siamo a uno snodo politico fondamentale in Europa. Il trattato di Lisbona, l'espansione della NATO nei Balcani, la Grande Recessione proveniente dall'America, stanno rimescolando le carte. La Commissione Europea ha deciso di passare dalla flessibilità alla flessicurezza, vista l'opposizione sociale incontrata su precarizzazione e tagli al welfare. In questa situazione turbolenta, Merkel e Sarkozy si presentano come gli alfieri di una politica di sicurezza, che perseguita e discrimina gli immigrati e i loro figli europei, reprime ogni manifestazione di ribellione e mira a ristabilire l'autorità dello stato e dell'impresa sulla vita delle persone... MAYDAY! MAYDAY!

giovedì, aprile 10, 2008

EuroMayDay008: il primo maggio precario che travolge i confini del futuro!


Ci rivolgiamo a tutti e a tutte; uomini e donne, precari e precarie, native e migranti, lavoratrici e lavoratori dei call center, degli aeroporti, dello spettacolo e della moda, dell'informazione e della formazione, delle ricerca, delle cooperative sociali, della distribuzione.

Ci rivolgiamo agli operai e alle operaie, delle fabbriche e dei servizi, agli studenti, alle associazioni, ai centri sociali, alle mille forme di resistenza e di autorganizzazione che ri-generano i territori e le metropoli martoriati dal vampirismo neoliberista.

La precarietà picchia duro, nel lavoro e nella vita. Non è “sfiga”. Non è cosa passeggera. Non è un problema sociale tra gli altri ne' un titolo di un giornale. Non è semplicemente la perversa proliferazione di contratti atipici ne' un dazio che le giovani generazioni sono costrette a pagare per entrare nel mercato del lavoro.

È il modo contemporaneo di produrre la ricchezza, di sfruttare il lavoro, di asservire ogni stilla della nostra vita al profitto delle imprese. La precarizzazione è la crisi della rappresentanza politica e sindacale del lavoro e nel sociale, e segna un punto sulla linea del tempo rispetto al quale non si può tornare indietro. È il punto da cui è necessario ripensare e sperimentare nuove forme e strategie di lotta; contro lo sfruttamento, le gerarchie e le povertà.

Una lotta che parli chiaro e a voce alta, perché ricca di tutto ciò che la precarizzazione nega e riduce al silenzio. Negli ultimi anni, l'EuroMayDay ha costruito, in Italia e in Europa, uno spazio politico e sociale, condiviso, in cui la presa di parola e il protagonismo dei precari e delle precarie, senza mediazioni e mediatori, ha sperimentato forme inedite di visibilità, comunicazione e conflitto.

Ma la Mayday è un processo sociale che si evolve di anno in anno, per tutto l'anno, e questa edizione, a Milano, rilancia a partire dal protagonismo dei migranti. Il lavoro migrante rivela i segreti della precarizzazione. Il controllo dei confini produce gerarchie spesso razziste tra regolari e irregolari, tra buoni e cattivi, criminalizzati dalle retoriche della guerra e della sicurezza che servono solo a non parlare di coloro che di lavoro muoiono, senza nessuna sicurezza.

La specificità dei migranti è vivere una doppia precarietà. Dentro e fuori i luoghi di lavoro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro li ricatta, i Cpt e le espulsioni li minacciano costantemente. La loro condizione riguarda però tutto il lavoro, è una leva fondamentale della precarizzazione perché alimenta la frammentazione, perché riduce gli spazi di libertà e le possibilità di lotta. Ma in questi anni il protagonismo dei migranti ha prodotto esperienze significative di lotta autonoma in nome della libertà di movimento.

Il primo maggio, a Milano, vogliamo condividere questa forza, amplificarla, congiungerla con quella degli altri precari. Condividere esperienze che sono transnazionali, e che danno il segno di una May Day che attraversa l'Europa da Aachen/Aquisgrana a Berlino, Copenhagen, Hanau, Amburgo, Helsinki, Lisbona, Madrid, Malaga, Maribor, Napoli, Palermo, Terrassa, Vienna... e va oltre, perché passa per la Tokyo MayDay in Giappone, e si collega alla manifestazione dei migranti negli Stati Uniti del prossimo primo maggio.

Vogliamo costruire una long/larga/lunga MayDay che sappia porre un confronto serrato e continuativo, fra tutte le realtà lavorative, sociali, sindacali che lottano, ogni giorno, in ogni dove, contro la precarizzazione, sulle tematiche che da sempre hanno caratterizzato l'idea del primo maggio precario: la continuità di reddito intesa come un nuovo orizzonte delle politiche rivendicative, del welfare e la trasformazione del protagonismo precario e migrante in un conflitto nuovamente diffuso ed incisivo.

La precarizzazione, lo ripetiamo, picchia duro e segna una discontinuità profonda con il passato. E' un equilibrio sapiente fra ricatto e consenso e agisce sul sociale in modo diverso, dividendoci e confondendoci. Atomizza le nostre vite e saccheggia i territori e le metropoli in cui viviamo. Milano è fresca di nomina per l'Expo 2015. Tremiamo pensando alle conseguenze di ciò: l'orgia bipartisan dell'orgoglio nazionale di speculazioni ed appalti allestirà il palcoscenica nascosto per lo sfruttamento intensivo di lavoro precario e migrante in un'oscena colata di cemento.

Non ci sono dubbi, siamo incompatibili con tutto ciò: se questa è una vetrina che lo sia della nostra capacità di conflitto e di un'idea di valorizzazione delle nostre vite ben differente Di questo si discuterà nelle Fiere Precarie che precederanno, attraverseranno e seguiranno la parade mettendo a confronto esperienze di autoproduzione, di cooperazione e di condivisioni dei saperi.

Let's MayDay,

Milano, primo maggio,

Porta ticinese, ore 15.00

giovedì, marzo 20, 2008

La normalità del male

di Blicero - da Supporto Legale

Martedì 11 marzo 2008 i pubblici ministeri Petruzziello e Ranieri Miniati hanno letto le loro richieste di pena per i 45 imputati per i fatti di Bolzaneto: le condanne ammontano a qualcosa come 76 anni complessivi, ma solo per 15 degli imputati la pena supera la soglia della condizionale (ventiquattro mesi) e solo per 8 di questi quella dell'indulto (tre anni). Per i restanti trenta le condanne sono di circa un anno (o meno) a testa, anche considerata la peculiarità delle condizioni che si sono verificate a Bolzaneto - hanno detto i pm. Il problema è che non c'è nulla di straordinario in Bolzaneto, se non il fatto che ciò che è accaduto sia sostanzialmente di dominio pubblico.

La caserma del VI Reparto Mobile di Genova a Bolzaneto nel luglio 2001 era uno dei due luoghi adibiti a ricevere i fermati e gli arrestati per poi trasferirli alle carceri di destinazione (o rilasciarli nel caso dei primi). L'altro luogo era Forte San Giuliano, una caserma dei Carabinieri. A Bolzaneto per l'occasione si costruì una palazzina in cui le forze dell'ordine operanti in ordine pubblico dovevano portare i fermati, consegnarli agli uomini della Digos e della squadra mobile presenti, con i quali dovevano redigere gli atti relativi al fermo o all'arresto. Gli arrestati poi dovevano essere "passati" alla polizia penitenziaria, immatricolati, visitati e trasportati (o tradotti, come si dice in gergo) nei carceri di Alessandria, Pavia, Voghera, Vercelli.

In realtà - come ormai tutti sanno - a Bolzaneto sin dall'arrivo le persone venivano sottoposte a una sorta di contrappasso violento e umiliante, una specie di vendetta, in cui le forze dell'ordine si autoqualificavano di fatto come avversari dei manifestanti. Questa è la prima inversione che spesso si cerca di fomentare per sminuire i fatti della caserma: nessuna delle persone in stato di "ristretta libertà" ha dato luogo a episodi di resistenza o di violenza, e quindi la decisione vigliacca e vile di esercitare la violenza anziché di svolgere il proprio compito ha una sola origine ben definita. Le persone venivano accerchiate, insultate, minacciate e picchiate nel cortile, poi venivano minacciate e percosse negli uffici della Digos e della squadra mobile, al fine di far loro firmare dei verbali redatti in italiano anche per gli stranieri. Ogni volta che le persone venivano spostate dalle celle di sicurezza all'ufficio trattazione atti e viceversa, dovevano passare in mezzo a due ali di agenti che continuavano a menare calci, pugni, sgambetti, insulti, sputi.


Nelle celle di sicurezza le persone non potevano stare sedute, ma dovevano stare in piedi con la faccia al muro, le braccia alzate e le gambe divaricate, tanto che molti hanno avuto malori e conseguenze anche a medio-lungo termine per la posizione imposta. Senza contare gli episodi di violenza fisica e verbale gratuiti. A questo punto i fermati venivano rilasciati, non prima di essere stati fotosegnalati dalla scientifica (dove però non avviene nessun episodio di violenza), mentre gli arrestati passavano nelle mani della Polizia Penitenziaria, dove il trattamento nelle celle continuava: divieto di andare in bagno o l'accompagnamento con pestaggi e umiliazioni; violenze gratuite; minacce e intimidazioni continue. Dalle celle gli arrestati venivano immatricolati senza consentire loro di avvisare i familiari o i propri consolati, poi venivano perquisiti e visitati nella stessa stanza, dove agenti e medici li trattavano con violenza e scherno. Poi tornavano alle celle e infine erano tradotti alle carceri, alcuni dopo oltre 30 ore di permanenza nella struttura temporanea senza cibo e acqua. Per molti l'arrivo in carcere era praticamente una liberazione.

Per tutto questo i pm avrebbero voluto usare il reato di tortura, che però in Italia non esiste, nonostante il nostro paese sia firmatario della convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura del 1989, che impegna i paesi firmatari a tradurre in disposizioni di legge il contenuto della convenzione: a venti anni di distanza nessuna legislatura è stata in grado di portare a termine questo compito. Al di là di questa carenza i pm hanno deciso di individuare e punire con pene più severe il cosiddetto livello apicale, ovverosia i capi dell'ufficio trattazione atti, i capi del sito di Bolzaneto, dell'infermeria, del servizio di traduzione, dei servizi di vigilanza alle celle: in pratica hanno ritenuto che il loro ruolo di responsabilità e garanzia fosse più importante e quindi da punire con più fermezza. Da questo livello hanno deciso di escludere il responsabile formale del sito, il magistrato Alfonso Sabella che pure vi era passato e che aveva a maggior ragione un ruolo di garanzia nei confronti di chi transitava in quei siti. Ma la solidarietà di casta non conosce confini.

Viceversa hanno ritenuto che i livelli intermedi e gli agenti che effettivamente sono stati i protagonisti dei trattamenti fossero responsabili solo di episodi da inserire in un clima di impunità da attribuire ai loro dirigenti. Eccezioni sono ovviamente gli agenti individuati e riconosciuti con chiarezza come protagonisti di singoli atti di particolare crudeltà: ad esempio Pigozzi che prende a due a due le dita della mano di un arrestato, AG, e le divarica fino a provocargli lesioni. Il risultato finale sono una richiesta di pene (da notare che spesso i tribunali comminano pene inferiori a quelle richieste del pm) di circa 76 anni, una sola assoluzione, ventinove posizioni in vista di prescrizione e comunque entro i termini della condizionale, quindici posizioni con pene un po' più cospicue.

Tutti soddisfatti? Direi di no, per almeno due motivi importanti (e una miriade di motivi più triviali): in primo luogo queste condanne equivalgono a meno della metà degli anni di carcere chiesti e ottenuti per le 25 persone accusate di aver partecipato agli scontri della giornata, e l'atteggiamento dei pm nei confronti degli imputati è stato improntato a un garantismo e una prudenza esasperati, tali che se non vi era prova certa del fatto e dell'identificazione di un imputato come autore di quel fatto, si sono pronunciati sempre e comunque per l'assoluzione (fermo restando l'ottimo lavoro svolto dai pm nel clima di difficoltà che un processo contro le forze dell'ordine rappresenta sempre). Non che nessuno sia interessato al fatto che queste persone passino mille anni in carcere, ma una condanna più dura in un caso come questo dove siamo alle porte della prescrizione sarebbe stata un segnale più forte da parte della procura rispetto a quanto è avvenuto e quanto avviene tutti i giorni (vedi sotto). E' facile capire come chiunque sia passato da Bolzaneto e non abbia denunciato quello che vi avveniva lo faccia in malafede e si renda corresponsabile di ciò che è accaduto. Mettete nell'equazione i campi dove tenevano i desaparecidos in Argentina al posto di Bolzaneto e vedrete che i conti tornano. Ma la giustizia si fa garante dell'onere della prova della commissione di un reato solo quando questo reato è esercitato da chi sta tra i ranghi del potere: infatti, per le 25 persone accusate degli scontri di piazza, non vi è stato alcuno scrupolo né nell'individuare i singoli reati commessi, né nello scegliere un capo d'accusa che avesse senso: servivano pene esemplari, e si è usato il reato necessario, anche a dispetto della realtà. La conclusione amara a cui uno deve giungere è che è meglio torturare come sottoposto centinaia di persone, che non spaccare due vetrine o lanciare quattro sassi: nel primo caso prendi 10 mesi e sei libero, nel secondo prendi 10 anni di galera.

Il secondo punto problematico è la motivazione per le pene contenute richieste per gli esecutori materiali: secondo i pm le condizioni della caserma di Bolzaneto sono state eccezionali, nella commistione di diverse forze dell'ordine, nella poca chiarezza delle direttive, nella concitazione di quei giorni. Questa straordinarietà ha convinto i procuratori a non chiedere la recidività delle condotte e a chiedere in prima persona l'applicazione della sospensione con la condizionale della pena. Il problema è che quanto è avvenuto a Bolzaneto non è per nulla eccezionale, ma è la prova vivente di quanto avviene tutti i giorni in moltissimi luoghi del paese, nelle caserme, nei centri di permanenza temporanea, nelle carceri e alle volte (si vedano i casi recenti di Aldrovandri e di Sandri per citarne due) anche nelle strade. Bolzaneto è la rappresentazione dell'anima nera di una buona parte delle forze dell'ordine, della sensazione di chi veste una divisa di essere al di sopra della legge e di poter esercitare arbitrariamente il proprio potere su tutto e su tutti, in particolare su coloro che sono detenuti (o comunque "ristretti" nella loro libertà come i migranti in un CPT o i fermati in una cella di sicurezza della questura). L'arroganza e la prepotenza di moltissimi (non tutti, ci mancherebbe, non facciamo della facile demagogia) membri delle forze dell'ordine è un dato di fatto, e qualificare Bolzaneto come eccezione forse non rende un grande servizio alla possibilità che tutto questo cambi. Ma la strada perché le persone si interessino veramente di come funziona il mondo che le circonda e di come si esercitano il potere del controllo e della repressione è ancora molto lunga. Bolzaneto in questo senso è un'occasione persa, un tentativo di infilare tutto sotto il tappeto considerandolo come un episodio terribile ma isolato. Il male è molto più ordinario di quello che piace pensare.


giovedì, marzo 13, 2008

I gatti hanno imparato a ruggire

da chainworkers.org

Questo è il racconto del «dietro le quinte» di uno sciopero durato 14 settimane, che ha messo in ginocchio Hollywood e trasformato gli sceneggiatori americani nel sindacato più forte e unito degli Stati Uniti.

All’inizio nessun boss degli studios avrebbe scommesso un dollaro che i 15.500 writers iscritti al Wga (Writers Guild of America) avrebbero incrociato le braccia paralizzando cinema, produzioni tv, facendo saltare i Golden Globe e mettendo a rischio la notte degli Oscar.

«Non ce la farete mai», avevano detto beffardi i rappresentanti delle sette corporation a Patric Verrone, presidente del Wga, e agli altri colleghi del consiglio.
«Organizzare gli sceneggiatori è come mettere insieme dei gatti randagi».
A Patric Verrone la storia dei gatti disorganizzati non è andata proprio giù, e quando è stato il momento, s’è tolto il sassolino dalla scarpa: domenica 10 febbraio, dopo aver annunciato in conferenza stampa davanti a decine di network la firma del contratto e la fine dello sciopero, ha concluso dicendo: «Non solo abbiamo riunito i gatti, hanno anche ruggito».

Lo incontriamo nel suo ufficio al terzo piano della sede del Wga di Los Angeles, un palazzo tutto vetri all’angolo tra la terza e Fairfax, in West Hollywood. Newyorkese, quarantasei anni, nonno italiano, laureato in legge a Harvard, è autore di cartoni celebri come i Simpson, i Muppets, Futurama. È stato eletto presidente della Wga nel 2005, incarico volontario per cui non viene pagato, come del resto anche tutti gli altri consiglieri del Wga. Con lui c’è David Young, cinquantaquattro anni, newyorkese pure lui, esperto di comunicazione sindacale della National Labour Federation e film-maker.

Mr. Verrone, qual è stata la parte più difficile di questa trattativa?

A parte la totale mancanza di disponibilità verso le nostre richieste delle major, con il muro contro muro che ne è seguito, il problema più grave è stato la comunicazione coi media. Non riuscivamo a far passare le notizie che volevamo perché i giornalisti avevano come capi i nostri stessi capi, la controparte con cui abbiamo trattato. Allora abbiamo utilizzato Internet, i blog e tutto quello che poteva fare controinformazione. Anche i picchetti davanti agli studios sono serviti moltissimo. Non c’è stato giorno in cui molti di noi non fossero coi cartelli agli ingressi dei grandi network e delle case di produzione. Un impegno costante e molto duro, specie per i colleghi di New York, al freddo e sotto la neve. Ma è così che abbiamo dato visibilità allo sciopero e parlato con la gente che chiedeva spiegazioni.
Aggiunge David Young: «I giornali di spettacolo hanno alimentato indiscrezioni negative che arrivavano dalle loro fonti: tra sussurri e grida scrivevano che lo sciopero non sarebbe durato, che avremmo mollato da un momento all’altro.
Come siete arrivati alla dichiarazione dello sciopero?

Semplicemente perché, all’inizio, gli studios si sono rifiutati di prendere in considerazione tutte le nostre richieste. Durante i primi incontri eravamo in cinquanta: venticinque rappresentanti delle sette compagnie con i loro assistenti, e 25 del nostro comitato, tra cui molti Oscar come Stephen Gaghan (Traffic) e Ronald Bass (Rain Man). Eravamo troppi per fare qualcosa di concreto. La prima cosa che ci hanno proposto è stata di preparare uno studio che sarebbe stato discusso fra tre anni. Nel frattempo niente soldi sullo streaming (prodotti audiovideo scaricati con il pc), stesse percentuali del contratto precedente sui dvd scaricati dai siti, niente controllo sui programmi per Internet. Poi un giorno si sono presentati con un documento di 39 pagine in cui motivavano punto su punto perché rifiutavano ogni nostra richiesta.

E a questo punto, come avete reagito?

Abbiamo chiesto di discutere direttamente con i capi, con gli amministratori delegati delle Corporation, non con i loro manager e assistenti. E di formare delle commissioni per esaminare le diverse questioni. Ma loro hanno continuato a dire no, anche se dietro le quinte ricevevamo molte telefonate. Allora, il 1° novembre siamo scesi in sciopero, con una decisione votata dal 90% dei membri dei due consigli, quelli di New York e Los Angeles.
Una situazione inedita, quella di autori e star in un set di protesta...
Sì. Cinema e produzioni televisive si sono fermati. Autori e sceneggiatori non sono più andati a lavorare, ci sono state manifestazioni in tutto il Paese. Dopo due settimane ci hanno riconvocato, ma invece di trattare ci hanno dato un ultimatum: torniamo a discutere se rinunciate a sei delle vostre richieste. Abbiamo deciso di continuare a scioperare.
Qual è stato l’elemento di rottura?

Ai primi di gennaio, dall’altra parte del tavolo si sono seduti due manager, Peter Chernin della Fox e Robert Iger della Abc, mentre dietro le quinte c’era Leslie Moonves della Cbs. La fase operativa della discussione del contratto è iniziata in quel momento. Ci son voluti due mesi di sciopero per avere degli interlocutori. Avrebbe potuto essere meno doloroso per tutti. A cominciare dal punto di vista economico.

Vi hanno accusato di aver danneggiato e fatto perdere il lavoro ad altre categorie che lavorano nello spettacolo: attori, registi, operatori, truccatori, parrucchieri, ristoratori. La sola cancellazione dei Golden Globe è costata all’economia di Los Angeles 80 milioni di dollari...
È stata dura per tutti, ma credo che questo contratto sia una pietra miliare anche per le altre categorie dello spettacolo. E forse non solo. Lo sciopero ha conquistato la solidarietà di registi e attori, ha spianato la strada al rinnovo anche dei loro contratti, ha avuto un effetto galvanizzante. A gennaio i registi hanno siglato un contratto che ha molte cose in comune con il nostro. Quello degli attori scade il 30 giugno e credo che gli studios vogliano a tutti i costi evitare un altro sciopero.

È stato complesso ottenere un happy end dal vero, anziché sceneggiarlo...

Come no! È la prima volta, da dieci anni a questa parte, che un sindacato raccoglie un successo importante. L’ultima volta a vincere sono stati gli autisti della Ups, il corriere internazionale. Loro hanno trattato con una compagnia, noi con sette società diverse. Certo, ci meritavamo di più, ma per chiudere la trattativa abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa. Dalle percentuali sulla vendita dei dvd e dello streaming sui siti sono esclusi i colleghi che lavorano nell’animazione di cartoons. Ma, al prossimo contratto, otterremo anche questo.

Ci sarà anche lei?

Il mio incarico scade nel 2009 e non ho intenzione di ricandidarmi. Ormai i gatti hanno imparato a ruggire....

martedì, marzo 11, 2008

EuroMayDay-Aachen

On the First of May in Aachen/ Aken/Aix-la-Chapelle/ Aquisgrana/Aquisgrán / Akwizgran/ Ahăn, ancient caroligian city, Nicolas Sarkozy will present Angela Merkel with the EU Oscar, the Prix Charlemagne.

Irony of the calendar, syndicalist MayDay this year coincides with
catholic Ascension Day, when the Eurocracy Awards are traditionally handed out. The duo congratulates itself for having finally shielded the EU from the social demands of the people, who scream for an end to free-market theology in Europe.

The new european diarchy is turning the continent into a police state and would be happy to erase the heretic meaning of
MayDay, and the Anarchist and Socialist traditions of europe along with it.

This year for MayDay, two worlds clash together: the global movement vs strong-armed governments; radical networks and squatted social centers vs the palaces of EU power; Utopian Society vs Capitalist Market; AnarchoSocialist Europe vs ChristianoNationalist Europe. We are gonna spoil the party of the powerful, by raising hell in Aachen and holding our own party: the EuroMayDay Parade, the transeuropean demonstration of all precarious and migrants against workfare, discrimination and border controls held in more than twenty cities.

We, the EuroMayDay Network cannot accept that MayDay is turned into the Ascension Day into stardom of the two failing sovereigns of Christian, NATO Europe. We reject Charlemagne as symbol of Europe, just as we denounce the neoliberalism of the Barroso Commission and
the monetarism of Trichet's Central Bank. Forced to live in precarious hell, we're going to trash the heaven of EU élites. Don't miss it: shame the twin rulers of Europe, expose their authoritarian arrogance, join the thousands coming to Aachen (close to Cologne) for the strongest protest against the core of europower ever mounted.

Show Angie and Sarko what the European movement against neoliberalism and militarism is capable of. Come to the special EuroMayDay Protest+Parade+Party that collectives in Aachen, Liège, Maastricht, and other cities of the region are organizing. Facilities, accommodation and food will be provided to protesters in Aachen in the days immediately before and after the First of May.


Activists, artists, hackers, unionists, migrant associations, queer collectives, critical cyclists, media creatives, leftist radicals of all stripes – red, black, green, pink, purple, silver – are coming to Aachen and other EuroMayDay Parades to join the fight.

Timeline, 1st of May in Aachen:

h10-12 EuroMayDay PROTESTS nearby Rathaus where Karlspreis is given to Merkel by Sarkozy
h13 EuroMayDay PARADE starts nearby site of protests
h17 Parade ends h18 MayDay PARTY in public park

No Borders, No Workfare, No Precarity: Join Us also in the MayDay
Parades in Berlin, Copenhagen, Hamburg, Lisbon, Milano, Malaga, Maribor, Tokyo and many other cities!


lunedì, marzo 10, 2008

5YearsTooMany

March 19th offers a unique opportunity for our movement to grow after 5 years of war. We know there are key pillars of support that enable this illegal and immoral war for oil and global domination to continue. On March 19th we will take nonviolent direct action to disrupt each of these key pillars in Washington DC and in communities across this country. In what we hope will be an unprecedented day of collective action and solidarity we will take a variety of actions over a 24-hour period to commemorate 5 years of war.

5yearstoomany.org

venerdì, febbraio 29, 2008

mercoledì, febbraio 20, 2008

Hollywood, picchetti vincenti per i lavoratori

di Sergio Bologna - tratto da il manifesto del 19 febbraio 2008

Mentre l'Italia registrava l'ennesima morte sul lavoro e le lacrime di coccodrillo da sottile rivolo diventavano torrente in piena, io passavo ore a seguire sul video del mio computer di casa le vicende dello sciopero degli sceneggiatori americani. Non è per raccontarlo, meglio di me altri lo hanno fatto, ma per riflettere sulle possibilità della comunicazione oggi che propongo queste considerazioni. Per dire che il soggetto è doppio, noi che seguiamo da lontano e loro che laggiù agiscono e la riflessione va fatta su tutti e due, perché ambedue siamo coinvolti in un processo di trasformazione. Perché ci ho speso del tempo? Perché ormai i comportamenti conflittuali dei «lavoratori della conoscenza» e della «classe creativa» sono diventati il centro della mia riflessione; ritengo questa una delle componenti sociali più dinamiche in tutti i sensi.

L'industria dell'entertainment produce più occupati dell'industria dell'auto e le forme lavorative al suo interno sono dominate dalle figure tipiche del lavoro postfordista, intermittente, mobile, intellettuale, pressato dalle nuove tecnologie ecc... «Devastante» è stato definito questo sciopero e qui è un altro punto importante: ci sono categorie che possono bloccare il processo produttivo e portarlo alla paralisi, dunque dispongono di potere contrattuale. Ma possono farlo se tengono duro tre mesi.
I sindacati si chiamano «gilde» (la Writers Guild of America West che ha bloccato Hollywood e la Writers Guild of America East che ha bloccato Manhattan, 12mila iscritti circa) e qui si conferma il ritorno alle forme originarie, persino medievali, dell'associazionismo operaio, si conferma il valore del mutuo soccorso (da poco è nata negli Usa la gilda delle mamme imprenditrici, di quelle che hanno figli e debbono portare avanti un'azienda, le «mompreneurs» e altro non sono al 75% che lavoratrici autonome, freelancers, vedi il sito www.moms-for-profit.com).

Come altro avrei dovuto seguirlo questo sciopero? Mandando un mail? (please let me know more...). Aspettando che uscisse un libro? Telefonando ad amici in Canada per vedere se ne sapevano di più? Mandando un sms a Patric Verrone? Sono incerto se ritenere più importante la lotta o la produzione d'informazione sulla medesima, due processi creativi e di trasformazione diversi e che si cumulano. Resti di stucco di fronte a siti dove hai tutte le informazioni che vuoi, minuto per minuto, dove ti puoi vedere video in diretta, gallerie di foto e migliaia di blog, di storie personali, di testimonianze su come la lotta ha cambiato le persone.
Un certo Mark Kunerth dice che la picket line non la mollerà mai, anche se dopo una giornata in cui ha girato in tondo ha percorso 29 miglia, perché per lui la gilda è stata più di una famiglia e racconta una storia terrificante, di una moglie incinta che scopre di avere un cancro al cervello e il sindacato gli sta vicino, procura gli specialisti giusti, le cliniche giuste, l'assicurazione con cui riesce a pagare le cure. Oggi moglie e figlia stanno bene. Gli sceneggiatori hanno una lunga storia di lotte, che risale agli anni 60.

La loro controparte è l'Amptp, l'Alliance of Motion Pictures and Television Producers, che ha sede a Encino (California), ne fanno parte gli otto colossi del settore, dalla Fox alla Disney, dalla Nbc a Viacom. Ogni tre anni rinnovano il contratto, il Minimum Basic Agreement (Mba) cui vengono aggiunte altre clausole. Stavolta la richiesta della gilda era importante: gli sceneggiatori volevano una fetta della torta rappresentata dai nuovi supporti, internet, dvd, videofonini ecc.. Ed è su questo che lo scontro si è inasprito. Convinti di logorarli, l'Amptp ha tenuto duro ed è accaduto il contrario. Il fronte padronale si è sfaldato, una a una le piccolo-medie case produttrici hanno firmato contratti separati, mentre i 12 mila compatti andavano avanti sotto una crescente solidarietà, che andava dalla Screen Actors Guild (Sag), che ha il contratto in scadenza nel giugno 2008, ai vecchi Teamsters e all'International Longshore and Warehouse Union, due sindacati dei lavoratori dei trasporti e della logistica (dice niente?).

Sono commoventi le foto dove vedi vecchie glorie del cinema, ottantenni, novantenni, in carrozzella, sfilare coi giovani e inalberare cartelli, c'è una solidarietà intergenerazionale e professionale sorprendente. I membri della gilda erano tenuti costantemente informati dei negoziati, un rapporto tra base e vertice di grande fiducia (anche se all'approvazione dell'accordo finale ci saranno un po' di contrari). La comunicazione via internet è garanzia di questa trasparenza, di questo rapporto democratico. È Richard Freeman che, alla fine degli anni 90, aveva intravisto le grandi possibilità che internet offre all'organizzazione sindacale, all'associazionismo dei lavoratori («Will unionism prosper in cyberspace? The promise of the internet for employee organization» sul British Journal for Industrial relations del settembre 2002). Ma internet richiede un'organizzazione fitta e competenze sofisticate. Per tenere in piedi per tre mesi siti come www.wga.org oppure www.unitedhollywood.com occorre avere una struttura in grado di reagire in tempo reale, un giro di uomini e donne che manco una multinazionale riesce a mobilitare. Oppure è la mia ignoranza di settantenne che piglia abbagli?

Avere potere d'interdizione, di blocco del processo produttivo, oggi ancora non basta, occorre essere collocati in posizioni di grande visibilità e il mondo del cinema è uno di questi. I militanti di Wga hanno bloccato la consegna dei Golden Globe, un business miliardario. La controparte ha ceduto pochi giorni prima della consegna degli Oscar, perché gli sceneggiatori erano pronti a bloccare anche quella. Il loro sciopero ha lasciato a casa decine di migliaia di lavoratori del ciclo produttivo, appartenenti ad altre categorie. L'Amptp sperava che si rivoltassero e rompessero i picchetti, ma non è accaduto e questo vuol dire qualcosa.
Mentre rivedo gli appunti per l'articolo, i testi che ho scaricato, mi viene un'illuminazione. Non ho visto nessun sociologo, nessun professore pontificare su quella lotta, nessuna sentenza sputata da salive accademiche, miracolo! Stare davanti al video e seguire in diretta questi eventi è come assistere al ricostituirsi di tessuti per anni intaccati dalla metastasi del neoliberalismo, dell'individualismo, dell'ideologia del fai-da-te, è tornare a vedere uomini e donne che fanno la cosa più elementare del mondo: difendere la propria condizione di lavoratori. Una cosa familiare per noi un tempo, oggi diventata rara.

Su Rai3, qualche sera fa, è passato il film di Francesca Comencini In fabbrica. Qui c'è la classe operaia vera, te la ricordi? Diamine, riconosco luoghi, volti, situazioni. Manca un sacco di roba, la chimica tanto per dire, manca la Madre di tutte le lotte, quella degli elettromeccanici milanese del '60. Ma non importa, va bene lo stesso e alla fine il capolavoro, le ultime interviste a metalmeccanici di oggi. Due immigrati-zio Tom e due ragazze spente, un capetto contento di essere competitivo. Ecco come li hanno ridotti un quarto di secolo di cure. Torno al video: la Sinistra, dice una notizia, rimette al centro il lavoro. Avrebbe dovuto farlo vent'anni fa. Oggi non sa nemmeno cosa sia il lavoro.

martedì, febbraio 19, 2008

E' on line kom-pa.org: nuovo webmagazine

KOM-PA è un osservatorio transmediale, uno strumento di indagine e riflessione critica sulla trasformazione della Città.

KOM-PA vive a Palermo e guarda il mondo e, al tempo stesso, guarda il mondo per capire Palermo. In pratica, KOM-PA è un webmagazine: un sito web che raccoglie contributi trasversali sulle tematiche che costituiscono, oggi, il terreno di scontro tra le derive della metropoli e le resistenze dei territori. KOM-PA vuole sviluppare percorsi di analisi, d'inchiesta e di narrazione attraverso l'incrocio degli sguardi di osservatori, attivisti, ricercatori e tutti/e coloro che scelgono di vivere, e non subire, il proprio ambiente quotidiano.

KOM-PA vuole essere un moltiplicatore di conoscenze per realtà in movimento; uno spazio di transito per chi costruisce mondi nuovi. Ma soprattutto, KOM-PA è un laboratorio "in progress" per lo sviluppo e l'utilizzo consapevole e critico delle tecnologie; per una comunicazione che proceda con ogni "mezzo" necessario: contributi testuali, video o audio mixati in un unico contenitore ma scelti di volta sulla base delle loro specifiche potenzialità.

www.kom-pa.org

mercoledì, gennaio 23, 2008

COUNTING TO ZERO: a semi-serious call for ideological transformation and horizontal organizing

Pink, Black, Green Radicals of All Lands and Seas,

The Zeroeth Transnational is a rewind of the past and a fast forward to the future. Since it's numbered nought, zero, cero, null, it wants to travel back in time to before the First International and the split between Marx and Bakunin, and socialism and anarchism. The Zeroeth Transnational aims at federating radicals, activists and their struggles in all regions, like the social democrat and revolutionary syndicalist Second International failed to do, succumbing to nationalism and world war. The Zeroeth Transnational wishes to revive the enthusiasm of the communist Third International, when even anarchosyndicalists joined the leninist cause only to be horribly betrayed and purged by stalinist commissars. The Zeroeth Transnational finds inspiration in the global antifascist (and anticolonial) front of the 30s and 40s, but rejects the auhoritarian communism of the Cominform era.

Let's go fast forward now: the Zeroeth Transnational is a 21st century idea, and as such it is inherently postsocialist and postcommunist. It aims at networking and federating the radical currents of the prague-genoa-rostock movement against neoliberal shock therapy and neoconservative war. Since 2000 the so-called antiglobalization movement has rocked the continents and changed political culture, but has failed to reverse the free-market tide and the increasing securitization of politics. Also, it has faild achieve the right to exist and act socially and politically: its people and spaces are threatened by the state like never before. The rebellious youth that has propelled it constantly risks being criminalized by conservative politicians and tribunals, also because the established left and the reformist Porto Alegre wing of NGOs fails to defend and often in fact condemn the deeds of the heretic left, without whose thrust no progress on agriculture, environment, media, labor, discrimination of minorities and persecution of migrants would have been made. We were strong in Heiligendamm, but we are increasingly weaker in our cities where our heretic communities live and act daily.

Why is it so? Why do we get no credit for the biggest global movement since 1968, in spite of the fact it was the generation of those born in the 70s, 80s and now 90s that created it, just as they created the major cultural and social innovations of our era (urban anarchy, digital networking, media subvertising, free software, queer culture, green hacktivism and on and on). There are several reasons for this, but one is rooted in our lack of an ideology that is distinct from those that preceded us. The crucial question today is not "What Is to Be Done?", but "Who Are We?".

The Zeroeth Transnational is convoked precisely for this reason, to discuss together a new ideological landscape that best synthetizes our ideas and practices, to cultivate a sufficiently flexible but cohesive political identity, that can give stronger purpose and meaning to the manifold mobilizations and campaigns against monetarist, clerical, militarist, ecocidal, racist Occidentalism.

Who are we? We are not the official european left of Die Linke and Rifondazione. We are not the reformist unions like IG Metall and CGT. We are no Trozkyists of the Fourth International and Socialist Worker. We love the zapatistas, but we are no indios. We work for an ecotopia, but we are not Fischer's Greens. We block military bases, but we're no pacifists. We think all cops are bastards, but we're no hooligans. Who are we? We seek autonomy and anarchy in the EU and the world. We're pink, black, green. Pink as queer, black as wildcat, green as chlorophyll. We are pink clowns allied with black blocs doing direct actions with green radicals. We are anarcho-syndicalists. You might say we're anarcho-negrians. We fight for no borders and no detention centers. We are part of PGA and MAYDAY. We were on the barricades in Genoa and Rostock. We are zeroists;)

Zeroism. Zeroeth. Zero, kamikaze of thought. Zero, but no less than zero. Count Zero and cyberpunk. Zero after Ground Zero. Zero at the Zero Hour of Europe. Zero in the double-00s, ahocking pink and islamic green 2000s. Zero as Off. Zero as fuck off. Zero as opposed to the One. Zero, the moss on the crumbling walls of oppressive regimes. Zeroism, the idea emerging from the ruins of the leftist ideologies of the past century.

Zeroism is self-evidently a dadaist provocation, a provisional concept for the ideology we lack and that blunts the appeal of our messages and actions for teens and other people who might otherwise join us. Since we lack strong symbols, an array of recycled icons and emerging images is proposed in a creative cacophony where pirate flags, antifa symbols, cyber fists, zapata stars, vegan carrots, critical bikes, circled As and bolted circles are spurious substitutes of the real thing. For fear of exploring our ideological sources and horizons we adopt a convenient multi-identity that leaves us undefended when strong identities, be they statist, nationalist or religious, move against us.

Zeroism. Zeroeth. Zero, kamikaze of thought. Zero, but no less than zero. Count Zero and cyberpunk. Zero after Ground Zero. Zero at the Zero Hour of Europe. Zero in the double-00s, ahocking pink and islamic green 2000s. Zero as Off. Zero as fuck off. Zero as opposed to the One. Zero, the moss on the crumbling walls of oppressive regimes.
Zeroism, the idea emerging from the ruins of the leftist ideologies of the past century.

Transnationalism has been with us since Seattle and will be with us for the foreseeable future. It's different from the internationalism of the 1st, 2nd, 3rd, 4th... international. Internationalism brought national movements together in a world alliance against capitalism, fascism and imperialism, transnationalism brings cross-border networks in a europe-wide alliance against nation-state and the neoliberal
eurocracy, and in a global alliance vs corporate capitalism and its headquarters in America, Asia, Europe. One obvious reason is that we are in the 21st century, not in the 20th or the 19th century. And with 1999 and 2001 a new century was historically started. A darker and ecocidal phase, more ominous than the late 20th century, but also one where transnational movements decidedly global elites and the transnational corporations that back their power. The movement's transnationalism has been different in political terms from what it was preceded by on the radical left. We are not only confronted with new issues (rebellious megacities, queer liberation, global war, biospheric catastrophe, meginequality and great recession), but with a new way of looking at revolution and socialization of the means of production, new experiments in coordinatin and self-managing social life and social production. Post-structuralism has radically changed
political discourse and modes of self-expression. Male-worker patriarchy has yielded to transgendered polyarchy. Positivist optimism has given way to scientific catastrophism, socialist industrialism to ecological informationalism as dominant epistemologies on the radical left.

Intrigued? Wanna debate a new ideology and a federating symbology?
Then help us thinking about a 0.0 meeting of the Zeroeth Transnational!

QUESTIONS TO FULLY BAKE CAKE

-what kind of ideology is zeroism?

-what is organisational structure of zeroeth transnational?

-what kind of symbolysm is in pink, black & green tricolor?

-what is the difference between zeroism and communism?

-what is the difference between transnational and international?

-what attitude zeroism has to nationalism and patriotism?

-what attitude zeroism has to revolution?

-what attitude zeroism has to private property and privatisation?

-what attitude zeroism has to state and national state?

-what attitude zeroism has to capitalism, market?

-what attitude zeroism has to weapons, war and militarism

-who is zeroist?

lunedì, gennaio 21, 2008

Faith Fighter - da Molleindustria

Nuova creazione dalla fucina video-ludica di Molleindustria, alla realizzazione di Faith Fighter hanno collaborato Studio Centrifuga (design dei personaggi) e DJ I Am the Raëlian Clone Baby (musiche).




"Al giorno d'oggi essere laici non è più politicamente corretto.
Occorre imbracciare le raffinate armi della fede nella ricerca quotidiana della Verità.
"
Quale fede spetta a voi deciderlo con Faith Fighter, un picchiaduro per questi tempi oscuri."

"
Faith Fighter è per tutti voi dubbiosi."




mercoledì, gennaio 16, 2008

Intollerante è chi non accetta il dissenso!

Questa volta a papa Ratzinger è andata male, anche se la sua mossa a sorpresa ha lanciato la corsa a un ceto politico pronto - tutto sembrerebbe, dalla destra alla sinistra dell'emiciclo parlamentare - a prendere le sue difese, in nome di un concetto di confronto democratico che oltre ad essere argomento utilizzato sempre più in maniera strumentale sposta e cela la vera questione al centro della vicenda: il papa era invitato alla Sapienza per l'innaugurazione dell'anno accademico, per una lectio magistralis in cui avrebbe discettato su temi "eticamente sensibili" - come si ama oggi dire - e in cui il "democratico confronto" sarebbe stato ridotto all'"educato ascolto" delle parole di chi, per mestiere, fa il rappresentante di dio in terra, di un dio fra l'altro onnipotente e che tutto conosce.

Insomma, che dialogo possiamo immaginarci fra la comunità dei fisici e il papa nella cerimonia che dovrebbe celebrare la supposta autonomia dell'Università da ogni potere, sia esso politico, economico o religioso?


Che non fosse questo un tentativo di legittimazione reciproca fra due poteri - forse gli ultimi rimasti - di stampo feudale? Il tentativo di scambiare l'autonomia del sapere universitario con la legittimazione delle pretese cattoliche dentro le università, per avere in cambio l'incoronazione di alcuni baroni nelle cattedrali da parte del pontefice?


Quello che segue è il comunicato della Rete per
l'autoformazione di Roma che risponde alle accuse piovute sui contestatori della visita del papa. (frnc)


Una grande vittoria, una pagina importante della vita politica del paese. Non tanto e non solo perché il papa ha deciso di rinunciare all'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza previsto per giovedì 17 gennaio, ma anche e soprattutto perché una verità è stata confermata. La decisione del papa, infatti, dimostra in modo evidente che le istituzioni ecclesiastiche di Benedetto XVI non accettano dissenso, né differenza, né libertà di parola.

L'occupazione del rettorato che abbiamo fatto quest'oggi è stata un grande successo perché ha ottenuto un risultato che qualifica la democrazia e ne garantisce il funzionamento: la libertà di espressione, la libertà di contestare opinioni, posizioni e poteri che vengono ritenuti lesivi dei diritti di tutt*. Non si è trattato né di violenza, né di una cacciata, ma di un esercizio di libertà! L'attacco ai diritti e alle libertà da parte di papa Ratzinger non è cosa nuova e non è invenzione intollerante di un gruppuscolo di laici: ogni giorno gli attacchi alla 194, alla decisione delle donne; ogni giorno l'attacco alle libere scelte sessuali; ogni giorno la crociata contro la laicità delle istituzioni pubbliche. Per non parlare della richiesta pressante di destinare le risorse pubbliche alle strutture formative e di cura cattoliche (lo schiaffeggiamento per Veltroni e Marrazzo della scorsa settimana).

Questo papa è persona di grande
intelligenza, dotato di un pensiero forte, indisponibile alle mediazioni: oggi lo ha dimostrato in modo chiaro (a noi e a tutti quelli che per il loro vuoto politico attendevano una benedizione)! Dicendo di no all'inaugurazione Ratzinger non lascia dubbi, né ambiguità: non accetta la possibilità di critica e di dissenso. Non è il pericolo sicurezza che lo ha spinto a rinunciare, ma il fatto che docenti e studenti ritenevano la sua visita inopportuna e hanno lottato in questi giorni per poter pronunciare queste parole. La richiesta di non militarizzare l'università, la richiesta di poter contestare la sua presenza all'interno della città universitaria evidentemente lo ha indispettito. La disarmonia che tiene lontano il papa per noi ha un altro nome, si chiama democrazia.

L'università non è una famiglia, ma uno spazio pubblico, dove la ragione si esercita con il confronto e le divergenze, anche aspre.
Chi sono dunque gli intolleranti? È questa la domanda che rivolgiamo alla stampa e alla politica. È intollerante chi chiede di poter manifestare all'interno della propria università o chi voleva una vetrina senza incrinature e senza rumori dissonanti? Un elogio va al coraggio dei tanti docenti che con fermezza e passione hanno detto quanto tutta la comunità scientifica italiana avrebbe dovuto dire a gran voce: il pensiero di Ratzinger non ha a cuore la scienza e l'autonomia della ricerca. Questa affermazione che da sola giustifica tanto coraggio sembra suono impercettibile per i tanti che nel mondo politico attaccano docenti e studenti, definendoli mostri laici e integralisti.

Ci vuole davvero scarsa dignità a non prendere sul serio le parole di Ratzinger, perché solo chi non le prende sul serio può ritenerle innocue per la scienza, per i diritti, per la libertà, per i desideri.
Invitiamo, infine, tutt*, studenti e precari, ricercatori e docenti, sindacati di base e centri sociali, associazioni della società civile, a partecipare alla conferenza stampa di domani, sotto la statua della Minerva finalmente libera, e alla manifestazione che si svolgerà sotto la scalinata di Lettere giovedì mattina a partire dalle ore nove. Una festa e una manifestazione nello stesso tempo, tenendo in conto che per gli studenti e i precari le politiche della sinistra di Veltroni e di Mussi in materia di università e di ricerca sono inaccettabili, oltre che lesive.

W la Minerva libera!