giovedì, giugno 14, 2007

Punto d'incontro tra conflitti reali e digitali

di Boris Butina - da Zone-H

Spesso abbiamo testimoniato come le guerre e le rivolte abbiano anche una forma digitale. Prendiamo in esame un paio di casi di storia recente: il conflitto tra Israele e Libano si è trasferito sul campo digitale attraverso l'incremento dei defacements contenenti dei messaggi contro la guerra che, da quanto sembra, non sono destinati a terminare a breve. L'altro caso è quello rappresentato dalle rivolte provocate dalla pubblicazione dei fumetti satirici sul Profeta Maometto, che ha causato dure reazioni da parte del mondo islamico sia per le strade che on-line.

Considerando quanto accaduto, non è neanche una sorpresa che la protesta avvenuta alcune settimane fa in Estonia, a causa della rimozione di un monumento dell' “Armata Rossa”, abbia avuto delle conseguenze anche sul terreno digitale. Con l'inizio delle rivolte a Tallin, alcuni siti web come quello del Ministero degli Esteri hanno subito dei defacement., compreso il sito web del partito politico del Primo Ministro. Infatti, il Primo Ministro Andrus Ansip è stato il principale sostenitore dello spostamento del monumento.
Infine, l'8 Maggio, un ragazzo 19enne di origini russe è stato arrestato con l'accusa di aver pubblicato un invito ad eseguire degli attacchi DoS contro alcuni obiettivi Estoni, fornendo gli indirizzi IP dei siti presi di mira.

Qualcuno avrebbe da ridire sul fatto che la guerra in Libano e la protesta di Tallin non possano essere messe a confronto, e qualcun altro ancora potrebbe sostenere che questi due avvenimenti non abbiano in realtà nessun elemento in comune... tranne per il fatto che sono diventati molto simili dal momento in cui ci si è resi conto della potenza delle armi digitali, ogni conflitto – sia esso una protesta politica, una concorrenza commerciale, o una guerra reale- ha da questo punto di vista molte similitudini.

In ogni genere di conflitto le parti belligeranti fanno uso di armi altamente sofisticate e, potenzialmente, le armi più distruttive sono rappresentate dai cyber attacchi: un potente arsenale o delle truppe di soldati ben armati potrebbero non essere sufficienti, visto che un gruppo di attaccanti potrebbe eseguire un attacco di distruzione di massa semplicemente mettendo fuori uso i sistemi informatici sui quali dipendono le vite di migliaia di persone.

Un altro aspetto che non dovrebbe essere sottovalutato è la potenza delle comunità virtuali. Forum, siti web, ed altri strumenti online sono comunemente usati come “punti di incontro”: sedi virtuali dove fare propaganda, raccogliere fondi, reclutare combattenti, ed invitare ad attaccare gli obiettivi prefissati. Ad esempio, l'uomo arrestato a Tallin aveva pubblicato una lista dei principali forum Estoni, invitando e chiedendo aiuto per eseguire gli attacchi. Questo non è un caso particolare, visto che su Zone-H, così come su altri canali di informazione, ci sono molti casi documentati che testimoniano il ruolo dominante delle cyber community nel supportare questo genere di iniziative digitali. Un'altra caratteristica fondamentale di queste comunità virtuali riguarda il fatto che i membri sono legati tra loro indipendentemente dalla loro nazionalità: ideali, scopi, passioni, religione o punti di vista politici, sono gli elementi reali che rendono le cyber community così forti e coesive.

La potenza della così detta digital Ummah, la nazione islamica senza confini, è basata solo su questi principi, e la sua forza è stata dimostrata in diversi occasioni, come nel caso dei fumetti sul Profeta Maometto o il conflitto in Libano. Certamente, esistono leggi che dovrebbero proteggere la gente dagli attacchi informatici, ma in genere queste leggi perseguono chi commette i crimini solo dopo che gli attacchi sono stati eseguiti, e solo dopo che i danni sono stati ormai fatti. In Estonia si è riusciti ad arrestare un potenziale attaccante, e forse ci saranno altre condanne, ma queste misure potrebbero non essere sufficienti a prevenire gli attacchi. Inoltre, non è sempre facile perseguire gli attaccanti, specie se consideriamo che più un attacco è diffuso meno sono le possibilità di poter rintracciare ed arrestare i suoi autori. Nessun commento riguardo cosa sia giusto o sbagliato. Vogliamo solo dire ancora una volta come la forza di Internet, intesa come arma, è troppo grande per poter essere sottovalutata. Questi attacchi ci mostrano come, potenzialmente, siamo sotto la costante minaccia di un attacco. Non è una questione di mezzi o di circostanze, ma solo una questione di tempo.


mercoledì, giugno 13, 2007

Turbulence + Ephemera

Dopo avervi segnalato l'uscita de lo Squaderno, oggi vi propongo altre due webzines in uscita dedicate a temi "caldi" per i movimenti europei: Turbulence e Ephemera. Di seguito le presentazioni dai rispettivi siti...



Turbulence - Ideas for movement

"Turbulence is a journal-cum-newspaper that we hope will become an ongoing space in which to think through, debate and articulate the political, social, economic and cultural theories of our movements, as well as the networks of diverse practices and alternatives that surround them.

We don’t want Turbulence to become yet another journal or yet another edited collection claiming to offer a ‘snapshot of the movement’. Instead we want to carve out a space where we can carry out difficult debates and investigations into the political realities of our time – engaging the real differences in vision, analysis and strategy that exist among our movements. We want to widen the scope of the project and are looking to involve more groups and individuals in its production and distribution."



ephemera - Theory and Politics in Organization



"ephemera is the free journal for the discussion of theoretical and political perspectives on all aspects of organization.
ephemera 7, a special issue entitled 'Immaterial and Affective Labour: Explored', has just been been published."



martedì, giugno 12, 2007

Perché Death Proof è un capolavoro

di Mauro Gervasini - da Carmillaonline

L’accoglienza del nuovo film di Quentin Tarantino Death Proof, segmento espanso del dittico Grindhouse uscito con l’episodio di Robert Rodriguez Planet Terror solo negli Stati Uniti, dimostra quanto il giornalismo cinematografico sia schiavo del marketing. Siccome l’operazione è stata venduta come una decalcomania del cinema di serie B o C, quello low budget proiettato nei cinemini periferici (le grindhouse, appunto), tutti, specie i critici, si sono fatti bastare l’informazione e hanno ripetuto quest’unico concetto. Death Proof sarebbe quindi il solito pastiche del regista di Kill Bill: una lunga citazione che tritura (to grind…) titoli, autori, colonne sonore. Insomma: niente di nuovo sotto il sole. Anzi - si è detto e scritto - l’ex enfant prodige continua ad avere un certo talento ma deve crescere, i suoi divertissement cinefili hanno stufato, non se ne può più. Fin qui la pubblicistica istituzionale più qualche critico militante e snob che sceglie la via più facile perché Quentin è troppo cool e troppo cazzone per piacere (ancora) ai piani alti.

Se davvero Death Proof fosse quello che dicono e scrivono, Tarantino sarebbe un pazzo e avrebbe realizzato un’inutile schifezza. Davvero un film di genere che comincia con quindici minuti di dialogo in un’auto si sarebbe potuto proiettare in una grindhouse? Non era Roger Corman a dire che l’exploitation è valida se si ammazza qualcuno entro un quarto d’ora dall’inizio e si mostrano le tette dell’attrice non oltre i primi dieci minuti? L’incredibile miopia nei confronti di Death Proof è la prova che non si è più capaci di guardare il cinema. Lo si vede, certo. Se ne assorbe la superficie ma non si riflette neppure più sull’evidenza. Possibile che nessuno – nessuno! – abbia pensato che non è un caso se i protagonisti sono controfigure? E che addirittura una di loro, Zoe Bell, è una vera stunt, cosa che innesca un doppio corto circuito teorico?

Un concetto sul quale autori e intellettuali postmoderni sono tutti d’accordo: il cinema è morto. Quello di Tarantino riesce a essere “a prova di morte”. Si è rigenerato dalle ceneri riciclando energia dai frammenti di visioni eterogenee (poliziottesco, Hong Kong, blaxploitation, horror…) per creare una sintesi inedita e potente. Non si può dire uno sguardo nuovo, perché Godard, con Fino all’ultimo respiro, fece per primo la stessa cosa (solo con riferimenti diversi, all’epoca considerati comunque bassi) ma con sguardo rinnovato, questo sì. Quel che resta del cinema è sembianza, spettro digitale, algida perfezione, Death Proof replica la modalità di riproduzione sporca, il cambio di formato, il montaggio sconnesso. Quasi un dietro le quinte della forma spettacolare contemporanea, il suo body double, la controfigura, appunto. È lei che si fa male sul serio. Della finzione rappresenta il lato vero.

Si è detto che sì, va bene, Tarantino è bravo ma riflette sul cinema come in una eterna seduta di autocoscienza, con tutto l’onanismo intellettuale tipico di un topo da videoteca. Gli mancherebbe la visione del mondo. Chi la pensa così si merita Lars von Trier tutta la vita!! Il fine dell’autore di Pulp Fiction è un immaginario: già di per sé, quindi, una weltanschauung. Concepita sull’asse radicale degli estremi: ellissi e dilatazioni, piani sequenza interminabili e accelerazioni vorticose, clichè primari dell’avventura (erotismo e violenza) e dialoghi estenuanti, passione vorace per i generi e modalità espressive d’autore. Il risultato non è la destrutturazione del racconto bensì una sua diversa formulazione, dove l’esotismo è dato dal cinema stesso. Come dire: al posto della Terra di Mezzo o del Mar dei Carabi i film e le musiche, le locandine e i gadget.

Scrivono però i gazzettieri: quelli di Tarantino non sono veri personaggi ma silhouette. Una critica ideologica per la quale l’autenticità si misura in funzione del realismo oppure delle possibilità di identificazione. Il genere ha una sua nobiltà quando l’eroe è un personaggio ordinario in situazioni straordinarie. Quentin si ribella allo schema: se non si accetta che la Sposa, Zoe e Stuntman Mike siano straordinari a priori, il giudizio sarà falsato. Quindi un personaggio può essere valutato solo se coerente in relazione al contesto. Nel suo immaginario è assolutamente logico che le vittime si vendichino con meticoloso furore dei cattivi. Lo spessore è dato dal loro eccedere la maschera e gli stereotipi imposti dal genere. Non esistono altrove personaggi come la Sposa di Kill Bill o Abernathy e Kim, perché nessuno si era spinto così oltre. Death Proof è il punto estremo della riformulazione; il più teorico e strepitoso dei film di Quentin Tarantino.

Da Rostock a Roma?

di Benedetto Vecchi - da neurogreen

Il corteo contro la visita di Bush è stato un bel corteo che ha tutte le potenzialità di dare corso a quel movimento sotterraneo di presa di congedo dal centrosinistra per chiudere con quella retorica, suicida politicamente, sulla presenza di un governo amico che va criticato, ma
non fino al punto di metterlo in crisi. Il corteo di sabato non porta allo scoperto solo la crisi di Rifondazione, bensì accelera lo sfretolamento del centrosinistra tutto. La destra può anche guardare con soddisfazione l'evanescenza del partito democratico, la velleità della sinistra democratica e la lingua biforcuta di Rifondazione, ma è cosa certa che il prossimo edifico a cadere sarà proprio la Casa delle Libertà.

Ma torniamo al quesito iniziale. La vicinanza temporale con la contestazione al G8 di Rostock fa affermare che c'è continuità tra ciò che si è visto e letto sulle
giornate tedesche e la manifestazione di sabato scorso. La continuità che io vedo tra Rostock e Roma è il cambiamento della geografica politica, culturale, sociale del movimento. A mo' di premessa: il movimento no global è un'araba fenice che viene data per morta, per poi risorgere con modalità e caratteristiche però differenti. E' indubbia la sua crisi dopo l'inizio della guerra in Iraq che nel vecchio continente ha portato alla scomparsa o all'implosione di molte organizzazioni considerate determinanti alla sua crescita. Mi riferisco ad Attac o agli Confederation Paysenne in Francia, ma anche alle convulsioni che hanno segnato la breve stagione di Attac in Italia o il ritono alle compatibilità dettate dal sistema politico per l'Arci o la Cgil. Ma anche alla crisi dell'esperienza dei disobbedienti. Nel resto del mondo, visto che è un movimento globale, le dinamiche sono state diverse e vanno analizzate cercando di coniugare le specificità nazionali con un quadro mondiale in forte fibrillazione. Il movimento globale è tuttavia da considerare uno spazio di politicizzazione dei rapporti sociali che ha dinamiche, modi d'essere, stili di enunciazione, culture politiche, modelli organizzativi in perenne mutamento. Che nel vecchio continente la crisi delle organizzazioni stava cedendo il passo a qualcos'altro era nell'aria. Possiamo citare la contestazione al G8 in Svizzera, in Inghilterra, lo stesso forum sociale europeo di Atene, ma il dato politico che emerge da questi ultimi, difficili anni è inequivocabile: il movimento coltiva la sua autonomia come un bene comune da salvaguardare. Che poi questo ha significato una diversa articolazione della sua presenza nell'arena politica è un dato su cui riflettere attentamente. Per questo motivo, va discussa a fondo la lettura che alcune aree del movimento hanno dato della sua crisi, come fine e inizio di un nuovo ciclo. Continuo a pensare il movimento come uno spazio di politicizzazione dei rapporti sociali, senza per questo nascondere aporie e crisi che lo ha caratterizzato.
Questo movimento ha di fronte a sé un cambiamento radicale del neoliberismo che vede sì la sconfitta militare degli Stati uniti in Iraq, ma non sa proporre altra weltanshauung dei rapporti sociali. Basti solo ricordare le politiche enunciate dal G8 di Rostock sul libero commercio e sulla trasformazione dei beni comuni in materie prime di una accumulazione capitalistia che vede convivere brutale sfruttamento da accumulazione primitiva e retorica sulle classi creative. Né credo che un cambio nell'amministrazione statunitense coincida con una inversione di tendenza. Detto più esplicitamente. I democratici di Hilary Clinton o di Barack Obama punteranno sicuramente a un disimpegno militare degli Stati uniti dall'Iraq, ma dubito che punteranno a una deglobalizzazione dell'economia statunitense.
Come è noto, è stato Walten Bello, cioè un nostro compagno, che ha lanciato la parola d'ordine della deglobalizzazione. Per Bello, la deglobalizzazione coincide con la crescita di forti economie regionali sovranazionali che definiscono certo i criteri della propria interdipendenza all'interno però di una forte cornice intessuta di diritti sociali, del lavoro e civili e da una società civile organizzata che è promotore e protagonista del conflitto per modificare i rapporti di forza all'interno delle società nazionali. La sua è un aproposta "riformista", ma dubito che i democratici la possano far propria. Né credo che vogliano cercare consigli presso l'ex-ministro del lavoro dell'era Clinton Robert Reich, né presso Paul Krugman, due economisti che si sono caratterizzati per una critica a tratti feroce del neoliberismo. Reich, dal canto suo, propone la valorizzazione della cosiddetta economia dot.com coniugata con un welfare state di ascendenza europea, mentre Krugman propone un ritorno al keynesimo old fashion. In entrambi i casi, i democratici dovrebbero fare i conti con la distruzione delle capacità innovative dell'economia statunitense favorita dal neoliberismo.

Anche qui, serve chiarezza: il neoliberismo imbriglia l'innovazione negli Usa attraverso le leggi sulla proprietà intellettuale, ma "saccheggia" il sapere e la conoscenza nel resto del mondo all'interno di un circolo virtuoso che favorisce la diversità delle formazioni sociali. I democratici si apprestano sicuramente a togliere la presidenza ai neocon senza però avere nessuna idea su come far tornare leader gli Stati uniti. D'altronde siamo davvero oltre la distinzione tra sviluppo e sottosviluppo. E da questo punto di vista, la Cina è da considerare il futuro del capitalismo, con le sue capacità di modulare continuamente le gerarchie sociali e economiche al suo interno attraverso la commistione di neoliberismo selvaggio, zone d'eccellenza
in cui è cresciuta la cosiddetta classe creativa e un forte dirigismo politico dal segno autoritario. Se ha senso, come credo, parlare di impero più che agli Stati uniti dovremmo semmai guardare a quanto avviene tanto nelle regioni speciali cinesi che nei conflitti e le rivolte attorno la riforma della terra nel paese che fu di Mao. Per questo, non credo che i democratici statunitensi possano determinare una inversione di tendenza. La necessità di gurdare al contesto globale è data anche dalle dinamiche sociali e politiche che hanno terremotato l'America latina. Occorre però sfuggire alle sirene, mefitiche, di un termondismo che ragiona ancora sul lei motiv suicida del "nemico del tuo nemico è tuo amico".

Un marxista abbastanza tradizionale come Tariq Ali
ha scritto che il fondamentalismo islamico è cugino prossimo di quello dei teo-con statunitensi. Proporrei di essere più radicali: sono due fondamentalismi che confliggono sull'assetto di potere all'inteno del capitalismo globale. Sono cioè due modelli di governance dell'impero in conflitto tra loro. La resistenza irachena avrà pure messo in crisi la strategie della guerra permanente, ma credo che gli insorti iracheni siano le truppe d'assalto di un modello specifico per quanto velleitario di governance dell'impero.
E il movimento in Europa? Non so se è convincente quanto scrivono alcuni compagni sull'emersione di un'attitudine pink o di black resistance, vera novità emersa a Rostock che ha la forza di imprimere radicalità all'azione del movimento. E' certo che il "mare nero" come l'ha chiamato Alex Foti si è trovato a stretto contatto con l'attitudine pink e che il loro incontro ha inciso profondamente nelle mobilitazioni contro il G8. Ma ritengo che tanto la black resistance che i pink abbiano molto a che fare con quella crisi del neoliberismo di cui tutti vediamo le conseguenze senza riuscire a vedere quali siano i suoi punti di rottura. Inoltre, l'Europa che si sta profilando all'orizzonte non ha nulla a che vedere con quanti hanno considerato il processo costituente dell'Europa politica come uno spazio politico da attraversare, bensì come un dispositivo politico e normativo che punta a collocarla, da protagonista, in quella multilevel governance che sta prendendo forma sotto i nostri occhi. Mi sembra cioè che quello spazio politico mostri il volto arcigno di Sarkozy o di Merkel o di Prodi, cioè di una concezione del vecchio continenente come componente appunto di quel governo globale in via di ristrutturazione dopo la crisi, ormai irreversibile, di Wto, Fmi e Banca mondiale.
Uno sfondo che era presente anche nella manifestazione di Roma, inutile negarlo. Che il movimento abbia riaffermato la sua autonomia è stato il passaggio obbligato (la cura di un bene comune) per articolare un'agenda politica che tenga insieme dinamiche globali e contesto locale. C'è Vicenza, certo. C'è la Tav, certo. Ci sono le decine di comitati che esprimono il no a questo o quel tema. Anche questo è vero. Sono la colonna vertebrale del movimento? Su questo sarei molto cauto. Va ricordato che sono mobilitazioni che puntano a difendere questo o quel bene comune (l'acqua, la partecipazione popolare) o per contrastare l'uso capitalistico del territorio, ma solo in casi rari (la Tav, sicuramente) riescono a tessere la tela di una lettura che tenga insieme il locale e il globale. E tuttavia sono mobilitazioni del tutto afasiche su quella guerra a bassa intensità che il neoliberismo ha combattutto contro la "materia grigia" messa al lavoro. Più precisamente, la guerra combattuta contro la cooperazione sociale produttiva, contro la libertà di movimento della forza-lavoro. Una guerra segnata da precarietà e da inediti stati di sospensione del diritto che sono i cpt. E dunque una guerra condotta per riprendere il controllo su una cooperazione sociale produttiva riottosa alle gerarchie e al comando capitalistica che ha provocato però l'impoverimento proprio di quella forza-lavoro postfordista che ha costituito la base materiale del neoliberismo.
Da qui le tante forme di resistenza che hanno provocato quel mutamento della geografia sociale, politica e culturale del movimento. Forme di resistenza capaci di esprimere radicalità, ma anche di indisponibilità a svolgere un ordine del discorso che si misuri con la posta in gioco. Per brevità e semplificando: dalle banlieue a Rostock a Roma il filo rosso che lega l'insorgenza del movimento è allo stato attuale un netto: "avrei preferenza di no".

Da qui dobbiamo partire. Da qui, il discorso deve arricchirsi della presa di parola di noi tutti e di quelli che, magari, esprimono la loro radicalità in altre forme.

Europa: intuizioni politiche e biografiche su una bizzarra creatura

E' disponibile il nuovo numero de Lo squaderno, di seguito il sommario degli articoli.


Europa: intuizioni politiche e biografiche su una bizzarra creatura

Paul Blokker Europe between Efficiency and Solidarity

Peter Schaefer
Mitteleuropa

Kristina Stöckl
Politics, territory and religion. A Europe after…

Iker Barbero Gonzales
Cuando los muros de Europa se agujerean. Aproximación a la emergencia de sujetos políticos

Franco Berteni
I movimenti per un'Europa a 5 dita

Cristina Mattiucci
Le occasioni di trasformazione della città nella rete delle città europee

Oleg Koefoed
The meiotic union and its invisible events. A comment on the 50th anniversary of the European Union

Stefano Zangrando
Lo spirito del romanzo, o l’Europa di Rabelais e Cervantes

Andrea Mubi Brighenti
A personal stroll through a few curious European images

Enditorial

Da Rostock a Roma: l’autonomia dei movimenti in cammino

Un fatto nuovo è accaduto in questa settimana. Da Rostock ad Heiligendamm, fino a Roma, una nuova stagione dei movimenti sembra definitavemente affermarsi. I 150.000 della piazza romana rompono ogni indugio, l’autonomia dei movimenti è la questione ormai decisiva, lo spazio politico dove far emergere una nuova dimensione di progetto.

Per chi parlava di «politicismo» e di «settarismo», invocando l’unità del movimento no-War con chi ha votato il rifinanziamento della missione afghana e sostiene la guerra multilaterale del governo Prodi, la risposta dei 150.000 è inequivocabile, mette all’angolo ogni ambiguità. Politicisti e soli quelli di piazza del Popolo, soli, ma davvero soli, oltre che pochi. A piazza Esedra, invece, un grande movimento, una straordinaria dimensione moltitudinaria, differente ma comune, libera e potente. Un corteo che non ha accettato divieti e ha imposto la sua presenza nel cuore della città, dichiarando Bush ospite indesiderato e respingendo con forza la politica di guerra del governo...


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giovedì, giugno 07, 2007

I movimenti della Germania negli anni ZeroZero

di Alex Foti - da Carta

Dopo gli anni eroici e pionieristici del punk e dello squatting che posero le basi culturali dell'autonomia tedesca, i primi anni '90 coagularono gli eretici della sinistra Wessie e Ossie intorno alla questione esiziale di come far fronte al neonazismo e al xenofobia venuti allo scoperto dopo la Riunificazione. Per esempio, gli anni fluidi successivi alla caduta del Muro portarono a centinaia di occupazioni di case e spazi a Friedrichshain, Prenzlauer Berg e altrove, e ogni sabato era guerra di strada quando i naziskin calavano nei quartieri rossi.

Tutt'oggi, la tendenza antifa (contrazione di Antifaschistische Aktion) è uno dei più ampi fattori
di comunanza e networking dell'estrema sinistra tedesca, tanto che le sue bandiere sovrapposte rossa e nera han fatto il giro d'Europa. Gran parte degli autonomen si dicono antifa, e a Rostock ho contato ben cinque permutazioni della bandiera antifa, che danno un'idea delle differenziazioni ideologiche esistenti nello schieramento antifascista: a sfondo rosso classica, nera anarcosindacalista, verde ecologista radicale, azzurra antixenofoba e filosemita, pink per la coalizione antifa che ha preparato le proteste contro il G8. Una terza fase è quella dello Schwarze Block, sorto come tendenza di guerriglia urbana a partire dai centri sociali tedeschi più importanti alla fine degli anni Novanta e fiorita in questi anni come vera e propria subcultura politica giovanile in tutto il Nordeuropa e in tutto il Nordamerica: da Seattle a Praga e Genova, per arrivare fino a Copenhagen, Rostock e oltre.

Antifascismo e anarchopunk sono la cifra
politica comune a tutto il movimento tedesco. In questo contesto, il black bloc è un modo per far fronte alla sterzata securitaria che è da tempo osservabile in tutta Europa. La violenza contro la proprietà capitalistica e l'azione mordi e fuggi contro la polizia schierata in assetto da guerra con gli idranti, così come la tenuta nera con cappello da baseball e occhiali da sole o volto coperto, danno un senso di appartenenza simbolica e di forza collettiva molecolare e diffusa, oltre a impedire il riconoscimento e ad azzerare le differenze fra i manifestanti. Io sono autonomo, lei è anarchica, lui viene dalla Danimarca, lei è catalana, ma siamo tutti uniti dal nero della negazione del sistema e della ribellione violenta contro l'oppressione poliziesca. Chi ha potuto osservare le assemblee e le azioni dell'anticapitalismo in nero, sa che transnazionalismo, parità di genere e orizzontalismo acefalo sono elementi congeniti al black bloc: una reale pratica internazionalista, transgender e meticcia, piaccia o meno. La felpa nera è ormai un simbolo universale di identificazione noglobal, anche fra quegli attivisti che non hanno mai tirato un sasso.

Secondo il grafico pubblicato dal quotidiano sessantottardo Taz, piuttosto critico con i ribelli di Rostock, la sinistra radicale tedesca può essere classificata in base a due assi: riformismo-radicalismo in politica, verticalismo-orizzontalismo nell'organizzazione. La rete Dissent (Dissentnetzwerke.de), che discende dall'autonomismo anarchico e cosmopolita di People's Global Action, e la Interventionistische Linke (IL) occupano interamente la casella che combina ideologia radicale con meccanismi orizzontali e decentrati di decisione e attivazione collettiva. Queste due forze sono l'anima della protesta a Rostock e Heiligendamm e quindi sono l'essenza della postautonomia tedesca. Dissent, più radicale, è per l'opposizione sociale senza compromessi con la sinistra più o meno istituzionale di ATTAC, Die Linke e le ONG globali, a differenza degli interventisti, più marxisti e meno dogmatici. E' la sinistra interventista che ha dato vita a "Make Capitalism History", il cartello di forze noglobal che si è sobbarcata la gestione politica dei blocchi contro il G8 e che pubblica la testata bilingue G8XTRA (g8-2007.de). IL è molto vicina all'idea che abbiamo in Italia di autonomia, vale a dire la combinazione di teoria negriana e contropotere sociale. In questa componente risaltano la sinistra antifa berlinese (ALB - Antifaschistische Linke Berlin) e soprattutto gli autonomi di FelS (Für eine linke Strömung – Per una corrente di
sinistra), che organizzano l'euromayday a Berlino e che insieme all'euromayday di Amburgo hanno dato vita al blocco pink dei supereroi contro la precarietà alla grande manifestazione di Rostock. Fels è infatti un elemento catalizzante della rete Die Überflüssigen ("I Superflui"), attiva in tutte le grandi città tedesche, che si batte contro la flessibilità a senso unico. Altre componenti di IL sono Avanti (Projekt undogmatische Linke – Progetto sinistra antidogmatica) e le riviste Arranca! e So oder so, che hanno realizzato la pubblicazione teorica più interessante del controvertice, G8: Die Deutung der Welt.

Le perquisizioni poliziesche degli inizi di maggio sulla base dell'infamante accusa di terrorismo hanno duramente colpito la sinistra interventista, come il collettivo AK e il centro sociale Rote Flora ad Amburgo nel quartiere alternativo di Sankt Pauli o il Mehringhof a Kreuzberg, dove ha sede il collettivo editoriale Schwarze Risse e dove si riunisce FelS. La protesta noglobal tedesca ha un appuntamento cruciale il 16 giugno quando si cercherà di impedire lo sgombero dei pirati anarchici del Köpi, storico e combattivo centro sociale berlinese. Non aspettatevi una giornata pacifica. Le proteste e i blocchi contro il G8 hanno reso la postautonomia tedesca più conscia del contropotere che sa esercitare e delle proprie differenze
con la sinistra degli anni Settanta e Ottanta, oggi sempre più riformista e legalitaria, dopo eccessi di violenza assai peggiori di quelli del black bloc di oggi.

mercoledì, giugno 06, 2007

G8 Protests Timeline


Cliccando sull'immagine collegamento diretto con la timeline di Indymedia germania (con aggiornamenti anche in italiano)

martedì, giugno 05, 2007

D'Amore Si Vive - di S. Agosti

Senza parole, come la prima volta che mi capitò di vedere estratti di questo documentario. Imperdibile.



Il nano erotico


I percorsi di lettura sono strani, almeno per me. Ieri guardando la libreria comodamente seduto sul divano ho – come tante altre volte – incontrato con lo sguardo un libro che ha agganciato il mio pensiero e mi è venuta voglia di scriverne su finoaquituttobene. Ma non mi veniva il cosa scrivere: il libro non è una novità, l'ho letto quasi un anno fa e quindi mi sembrava un po' forzato un post che lo consigliasse o lo “raccontasse”.
Allora l'attenzione si è spostata sul mio rapporto con quel libro, perché pensandoci mi è sembrato un ottimo esempio del rapporto feticistico e “relazionale” che mi sembra di sviluppare con molti libri.


Tutto sommato, quanto meno, una soddisfacente soluzione per parlare di un libro non solo come prodotto narrativo, ma anche in funzione del ruolo che esso svolge a un livello meno astratto e più fattuale, incrociando la sfera esperienziale dell'individuo e non solo quella della conoscenza astratta come “da definizione” ci si aspetta di un libro. Ma ancora, prima di arrivare a questo libro che sto ammantando di mistero allungandomi in chiacchere, va aggiunto che i libri, almeno nella mia esperienza, hanno importanza per la storia che che io sento costruirsi fra quel preciso oggetto-libro e gli accadimenti della mia esistenza, più fisica che intellettuale: un rapporto quasi erotico direi.


Le Memorie di un Nano Gnostico è un caso particolarmente esplicativo di quello che tento di dire. Molte volte leggo e compro un libro perché ne ho a sua volta letto, oppure sentito parlare o perché – colpo di fulmine – ha catturato il mio sguardo in libreria. Ovvio, molte altre volte me ne arrivano sotto gli occhi non tanto che non mi piacciono, ma di cui conservo poco a livello esperienziale nella memoria emotiva. Le Memorie di un Nano Gnostico invece l'ho scoperto per caso, infatti l'ho trovato fra una piletta di libri a casa di un'amica che a sua volta li aveva ricevuti come dono – non come regalo – e che voleva farne a sua volta dono. Allora fra quella piletta subito mi colpì il Nano Gnostico: il titolo, poi la copertina e alla fine venne a casa nella mia tasca (assieme ad un altro libro per me non indifferente, il dialogo fra Tullio Regge e Carlo Levi).

Non lo lessi subito, come per coltivare un piacere e coglierlo maturo, ma me lo trovai comunque a fianco per tutte le vacanze l'estate scorsa mentre lo leggeva la mia compagna Giorgia. In Spagna, a Tarifa, mentre il vento dell'oceano mi radrizzava il pelo, mi ricordo che lessi alcune pagine del libro a caso mentre girovagavo per il campeggio; riportavano la scena raccontata da Peppe – il nano gnostico – in cui papa Leone X, prima cardinale Dè Medici, commenta un opera di Lutero, mentre impreca e sbraita sconcerie, fino a gettare in preda alla collera il volume a terra senza smettere di urlare, alza la tunica e piscia sul libro, mentre la collera diventa risa isterica. A ripensarci un momento di divertissement non indifferente per la mia vacanza.

Quando qualche mese dopo lessi il libro da capo a coda mi divertì e colpì tantissimo la prosa di David Madsen, pseudonimo dell'autore del libro dietro cui, secondo quanto scritto nel risvolto di copertina, si nasconde “un teologo e filosofo inglese con particolare interesse per il Rinascimento”, così come la traduzione vivace che pare non tradire mai il registro narrativo del racconto. Così, leggendo il libro, ho scoperto con la passione dell'immedesimizzazione la pratica dello gnosticismo in un contesto che estremizza l'umanizzazione dell'esperienza gnostica raccontata attraverso i sensi di un nano, nel Risorgimento. Freak erudito, amante del gusto della dissacrazione e iconoclasta come solo può esserlo il “nano di compagnia” di un potentissimo – almeno in terra – papa della romanità, Peppe viene educato allo gnosticismo non nei termini dottrinali (non da papa Medici, ça va), ma a partire dalla propria esperienza esistenziale.

Così che il cerchio si chiude, le esperienze sono – per quanto illusoriamente – condivise e parlano ad altri e di altro, come per ogni libro che si rispetti.

giovedì, maggio 31, 2007

Tutto in famiglia

di Alessandro Robecchi - da il manifesto (30 maggio 2007) - immagine da amatrix.noblogs.org

Siccome il Family Day è venuto bene, già si pensa di farne un appuntamento fisso. Molte sono le amene località italiane che vorrebbero ospitare il prossimo Family Day. Forte - sull'onda dell'emozione - la candidatura del ridente borgo di Marsciano (Umbria): moglie incinta ammazzata di botte, fermato il marito. Anche Belluno ha le carte in regola per ospitare la sagra della famiglia tradizionale: moglie accoltellata dal marito. Anche Parma se lo meriterebbe: moglie strangolata dal marito. Un gemellaggio per ospitare il Family Day si potrebbe tentare tra L'Aquila e Rieti, dove lo stesso tizio ha ammazzato a fucilate la convivent
e e la figliastra. Roma si candida soltanto con il triste episodio della figlia malata di mente che accoltella la madre. Mentre Gorgonzola (Lombardia), presenta il caso più standard: uccisa dal fidanzato che la sorprende con l'amante (tutti stranieri, in questo caso: al Family Day si potrebbe unire la tradizionale fiaccolata della Lega). E queste sono solo le candidature degli ultimi cinque giorni: quelle quotidiane celebrazioni della famiglia italiana dove alla fine, invece dei cantanti, intervengono i Ris e la scientifica. Altro che i bambini fanno oh! Sto aspettando con ansia che qualche esponente della sinistra ci spieghi che «bisogna ascoltare quella piazza». Bravo, ma quale? Belluno o Parma? Marsciano o Gorgonzola? Essere più precisi, please!
Quanto all'emergenza criminalità e alla voglia di sicurezza, la destra che ha trionfato al Nord al grido di «tolleranza zero» dovrebbe valutare alcune opzioni operative, come ad esempio le telecamere nelle sale da pranzo e le ronde notturne nelle camere da letto. Vedremo. Certo non mancano le note positive: se sono scontente della loro presenza nella politica, nell'economia, nelle istituzioni, le donne italiane possono invece gioire per il loro ruolo preminente in famiglia. Come vittime, sono maggioranza assoluta.


mercoledì, maggio 30, 2007

Quasi dimenticavo... i 50 anni dell'Europa!

Approfittandone anche per lanciare l'uscita de lo squaderno dedicato all'Europa. Fra pochi giorni, con un mio piccolo contributo sui movimenti europei.


Filippo Raciti non fu ucciso da un tifoso

di Mazzetta - da mazzetta.splinter.com
Immagine da
scrittureincorso.splinder.com

[Post arricchito sul blog d'origine da un interessante botta e risposta fra l'autore e un "utente anonimo"]


Game over, riposi in pace insieme alla verità.

I terribili ultras non hanno ucciso Filippo Raciti con un lavandino. Il lavandino era stampato in metallo ed era flessibile, non aveva la massa e nemmeno la compattezza per procurare le lesioni riscontrate su Raciti. Se lo avessero mostrato prima sarebbe parso evidente a chiunque.

I Ris di Parma, per dire questa sciocchezza senza sbilanciarsi troppo hanno scritto, riferendosi al lavandino, che: "..pur non potendo esprimersi per una diagnosi definitiva, l'ipotesi della inidoneità sembra riunire maggiori elementi di probabilità". Se a questo si aggiunge che un collega di Raciti ha ammesso di averlo investito con un Land Rover: "...innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull'autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra" e che il patologo ha riconosciuto le lesioni riscontrate sul corpo di Raciti come compatibili con l'investimento da parte del mezzo, non è difficile trarre la conclusione che Filippo Raciti non fu ucciso da un giovane ultras.

Quindi viene da chiedersi perchè, se la polizia sapeva che Raciti era stato investito da un collega, si siano costruite false accuse contro un ragazzo che, per quanto colpevole di altre infrazioni, non è certo un omicida. Perchè la polizia di Catania si è inventata questa storia
con tanto di disegnini, se fin da subito i colleghi di Raciti sapevano che era stato investito da uno di loro? Perchè tutti i colleghi hanno taciuto mentre si montava lo scandalo ultras? Alla famiglia Raciti, quale verità è stata detta? Sono stati i primi responsabili della sua morte ad architettare questo depistaggio, con il rischio di mandare in galera per decenni un ragazzo, o qualche più alta autorità? Perchè nessuno ha dato ancora evidenza al fatto che la morte di Raciti fu dovuta ad un incidente e non ad un omicidio? Scommettiamo che queste domande non avranno risposta?

martedì, maggio 29, 2007

A proposito del caso Wikipedia-Del Papa-Indymedia


di Wu Ming 1 - tratto da Carmillaonline

Sul web, da qualche giorno, non si parla d'altro.
Fatta la tara di tutte le illazioni e sentiti dire, il succo sembra essere questo: il giornalista e blogger fermano Massimo Del Papa, editorialista della rivista "Il Mucchio" e autore di diversi libri (tra i quali ricordiamo Milano Funeral e Il mio mestiere è questa vita), ha minacciato di azione legale l'edizione italiana di Wikipedia e ha informato la polizia di quanto avvenuto intorno alla voce "Massimo Del Papa".

Cos'è avvenuto? Che nei giorni scorsi la voce è stata integrata da una fotografia (le cui sembianze non erano però quelle del Del Papa), una riga di testo in più (in cui si affermava che tra il 2005 e il 2006 Del Papa aveva postato diversi articoli sull'attualmente congelato sito italy.indymedia.org) e un link che rimandava agli articoli suddetti.
Solo che - molti lo hanno appreso soltanto dopo l'esplodere della querelle - quei pezzi non erano stati postati direttamente dal Del Papa, ma da anonimi Pasquini che li trovavano sul suo blog e li ricollocavano beffardamente. Si trattava spesso di articoli durissimi contro Indymedia, da qui il prevedibile, persino ovvio détournement da "autofagia" (Indymedia attacca Indymedia) con relativa catena di sberleffi e contumelie.

Continua qui

venerdì, maggio 25, 2007

Omnia Communia

Un nuovo blog su p2p, democrazia in rete, information economy.

www.omniacommunia.org


"Un blog che fa proprie le tesi di La ricchezza della Rete di Yochai Benkler sul futuro dell'economia dell'informazione. Per difendere i nuovi commons e dare peso politico alla produzione sociale in rete."

mercoledì, maggio 23, 2007

Comunicazione, Potere e Contropotere nella network society


Sempre in tema di network theory, vi invito a leggervi l'interessantissimo saggio di Castells pubblicato sul Internationa Journal of Communication, di cui qui sotto trovate l'abstract.

L'intero saggio in italiano su caffè europa.

Il presente articolo formula una serie di fondate ipotesi sull’interazione tra comunicazione e rapporti di potere nel contesto tecnologico che caratterizza la network society, o “società in rete”.

Partendo da un corpus selezionato di studi sulla comunicazione e da una serie di case study ed
esempi, si giunge alla conclusione che i media siano divenuti lo spazio sociale ove il potere viene deliberato. Mostrando il legame diretto tra politica, politica dei media, politica dello scandalo e crisi della legittimità politica in una prospettiva globale. E avanzando l’idea che lo sviluppo di reti di comunicazione interattiva orizzontale ha favorito l’affermazione di una nuova forma di comunicazione, la mass self-communication (comunicazione individuale di massa), attraverso Internet e le reti di comunicazione wireless.

In un tale contesto, politiche insurrezionali e movimenti sociali sono in grado di intervenire con maggiore efficacia nel nuovo spazio di comunicazione. Sul quale, però, hanno investito anche i media ufficiali o corporate media e la politica mainstream.
Tutto ciò si è tradotto nella convergenza tra mass media e reti di comunicazione orizzontale. E, più in generale, in uno storico spostamento della sfera pubblica dall’universo istituzionale al nuovo spazio di comunicazione.

La vetrinizzazione sociale e i blog.


Iniziamo con un'avvertenza. Questa non è una recensione, anche perché prima di scriverne una deve aver finito di leggere il libro oggetto della recensione stessa. Ma non ho resistito a pubblicare subito il breve estratto che segue da un libro snello ma intenso dal titolo La vetrinizzazione sociale. Il processi di spettacolarizzazione degli individui e della società.

Il libro - scritto da Vanni Codelupi - analizza le trasformazioni delle società occidentali attraverso la lente che segue l'evolversi e lo sviluppo ininterrotto di un particolare fenomeno sociale: la "vetrinizzazione". A partire dal Settecento la comparsa della vetrina - sì, quella dei negozi - ha segnato un importante punto di rottura nella cultura occidentale: mettendo le merci in vetrina soggette al giudizio (visivo) del consumatore, che per la prima volta si trova solo davanti alla merce, si sono poste le basi per la spettacolarizzazione degli individui e delle società: gli individui - da quel momento in poi - hanno imparato attraverso il diffondersi di questo fenomeno sociale una fondamentale modalità di rapporto con il mondo.

Torniamo all'estratto che vi propongo di seguito. Si tratta di un brano in cui Codeluppi analizza da questo punto di vista un fenomeno attualissimo e significativo per riflessioni riguardanti la dimensione della costruzione d'identità - i blog - fornendo spunti molto interessanti.

Buona lettura.


"Dal 1997 in America hanno iniziato a prendere piede i blog personali. In Italia sono circa 250000, ma nel mondo il sito Technorati.com ne conta oltre 27 milioni. Un blog è più di una pagina personale, è una sorta di diario costantemente aggiornato e aperto a tutti, con pensieri, immagini, filmati video e qualsiasi cosa la fantasia consenta di esprimere. Chi lo fa
non pensa di appartenere al sistema dei media o di riempire semplicemente no spazio con dei contenuti. Pensa invece di comunicare con altre persone e in effetti i lettori di blog sono moltissimi: ogni giorno oltre cento milioni di persone.

Persino i militari americani impegnati sul fronte iraqueno realizzano. E lo fanno anche i condannati a morte [...]. Giustamente Derrick de Kerckhove ha sottolineato che "il blog non è la pubblicazione del diario ma è la pubblicazione del diario ma è la pubblicazione del network, del mio network. Ci troviamo di fronte, cioè, a una creatura profondamente connettiva: non collettiva, non privata, ma profondamente connettiva". In questo sta probabilmente anche la ragione del successo del blog. Esso è infatti la realizzazione concreta della posizione in cui si trova oggi l'individuo nelle società ipermoderne: perfettamente al centro tra la dimensione privata e quella pubblica.

Un ulteriore punto di forza dei blog consiste nel fatto che, a differenza degli altri strumenti di comunicazione disponibili su Internet, essi "ragruppano i contenuti per persona, fornendo
agli individui uno strumento di identificazione fortissimo. Questo facilita la relazione sia tra soggetti che già si conoscono, sia con soggetti che iniziano da zero un nuovo contatto" (Granieri).

Insomma, il blog è una forma di rafforzamento dell'identità personale rispetto al processo di "anonimizzazione" che caratterizza il funzionamento della Rete, perché contribuisce a stabilizze nel tempo la presenza degli individui. In questo modo, si stabilizzano anche le relazioni interpersonali e si aprono dei confronti che portano allo sviluppo delle idee e ad un arricchimento delle conoscenze possedute dalla società nel suo complesso. La tecnologia dunque rafforza le possibilità personali di esprimersi e di affermarsi in un contesto dove ciò appare sempre più difficoltoso. Consente, insomma, di essere più visibili all'interno della grande vetrina sociale."

sabato, maggio 19, 2007

All'inizio era Panzieri

Enrico Pugliese - il manifesto 17 maggio 2007

Nel dopoguerra la ricerca sociale in Italia vede una ripresa significativa che porterà al consolidamento, anche in sede accademica, della sociologia come disciplina. Gli stimoli a questa ripresa sono moltissimi, così come diversi sono i filoni culturali che si oppongono all'affermazione della ricerca sociale e della sociologia. Questi provengono dalla tradizione idealistica - sia nella versione crociana che in quella gentiliana - ma anche dal filone marxista più ortodosso, incapace di assorbire le innovazioni gramsciane sul piano dell'analisi sociale e culturale. Gli stimoli alla ripresa, invece, arrivano dalla crescente influenza della cultura americana, che proprio in quegli anni vede un consolidamento delle scienze sociologiche, psicologiche e antropologiche. Ma accanto a questo filone più accademico si sviluppa in molti ambienti una più diffusa attività di ricerca legata al bisogno di comprendere la realtà sociale di quegli anni, in profondo movimento, e soprattutto la condizione delle classi subalterne.

Vi si impegnano studiosi di varie discipline e intellettuali legati al movimento operaio o alla tradizione meridionalista, che nel dopoguerra riprende con vigore e forte carica innovativa in ambiti politici molto diversi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nuclei di studiosi legati a riviste, intellettuali legati ad Adriano Olivetti (come Ferrarotti e altri), docenti impegnati nella scuola di servizio sociale Cepas, gruppi locali impegnati nella ricerca e nella pratica sociale come l'Arn a Napoli, intellettuali interni al sindacato conducono e promuovono inchieste importanti e innovative. Ed è proprio la ricerca non accademica che dà contributi fondamentali alla conoscenza delle metamorfosi della società italiana. Basti ricordare i contributi di Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Danilo Montaldi, Danilo Dolci e tanti altri. Si studiano così i contadini, le comunità locali, gli emigranti meridionali e veneti, gli immigrati nelle grandi città industriali. La nuova classe operaia della grande fabbrica, a partire dalla fine degli anni Cinquanta diventa oggetto di interesse di una ricerca sociale fortemente impegnata. Un ruolo determinante è svolto dai Quaderni Rossi, fondati e diretti da Raniero Panzieri, che pongono al centro del lavoro politico e culturale la classe operaia, della quale si intende comprendere condizioni, orientamenti, cultura e aspettative.

Torino - sede della più importante concentrazione operaia italiana - diventa centro di aggregazione culturale. Raniero Panzieri e il gruppo di giovani raccolti intorno a lui rappresentano un nucleo di impegno politico e sindacale innovativo sul piano della ricerca per orientamento, metodo e contenuti. Alla scuola dei Quaderni Rossi si formano studiosi di scienze sociali e le tematiche sostantive e gli aspetti di metodo caratterizzanti il loro lavoro avranno un'influenza molto vasta per gli studi sulla classe operaia. Il metodo è quello dell'inchiesta, dove ricerca e pratica sociale, impegno scientifico e volontà di cambiamento si intrecciano.
Al contributo dato da questi filoni di ricerca è dedicato il convegno. I tre termini indicati - orientamenti, contenuti e metodi - si riferiscono agli aspetti caratterizzanti la ricerca. I contenuti sono innovativi e affrontano aree e problematiche sociali trascurate dai filoni di ricerca accademici. Volendo indicare gli ambiti più significativi, si può dire che, oltre alla condizione operaia e alle sue espressioni sociali, politiche e culturali, l'attenzione è stata rivolta agli strati marginali della società e alla realtà delle istituzioni totali. Proprio grazie al metodo dell'inchiesta, l'attenzione è stata rivolta alle realtà locali e alle specificità dei contesti rurali e urbani, dando così anche un rinnovato impulso alla ricerca meridionalista: non solo alle condizioni di braccianti e contadini, ma anche al proletariato precario nei quartieri popolari come a Napoli. Tutto questo, con un impegno per la trasformazione sociale a vantaggio delle classi subalterne e per un loro avanzamento nella società.

In questo clima culturale, agli inizi degli anni Settanta nasce la rivista Inchiesta, che affronta temi non toccati dalla tradizionale ricerca sociologica accademica, ma che si impone anche in ambito scientifico per l'originalità dei contributi dati dagli studiosi che vi scrivono: giovani ricercatori provenienti dall'ambito accademico ma anche da altri contesti, quale ad esempio quello sindacale. Si stabilisce così un nesso forte tra studiosi e sindacato in diversi ambienti, per cui il lavoro di inchiesta dà elementi di conoscenza e stimoli all'azione sindacale, mentre la comunità di intenti tra sindacato, operai e ricercatori allarga l'orizzonte conoscitivo della ricerca sociale in Italia.


Dei limiti della sociologia tradizionale e dell'esigenza di aggiornamento si prende atto anche in ambiente sociologico con il convegno su "La crisi del metodo", mentre si afferma con forza il metodo dell'inchiesta che supera l'alternativa schematica tra approccio quantitativo e approccio qualitativo e scava in terreni nuovi individuando rapporti di potere, ingiustizie sociali, forme di oppressione economica e culturale, discriminazioni, ma anche aspettative di cambiamento e trasformazioni sociali e culturali. Infine, più che teorizzare l'approccio interdisciplinare, la pratica dell'inchiesta pone fianco a fianco studiosi di diversa formazione che beneficiano del confronto reciproco e dell'arricchimento che viene dal rapporto con il contesto sociale e umano della ricerca. Si pone in primo piano la condizione umana, analizzata attraverso il rapporto diretto con le persone nella loro quotidianità, mettendo a confronto l'approccio dello studioso con il punto di vista direttamente espresso dai soggetti interessati.

Il dibattito sul mercato del lavoro, che trova nel centro di Portici (Università di Napoli) a metà degli anni Settanta uno dei momenti di più attivo confronto, è espressione di questo incontro di discipline e ruoli diversi, grazie alla partecipazione di sindacalisti e operatori sociali. Questo stesso approccio porterà ad analisi più ricche e articolate delle problematiche territoriali dello sviluppo che, partendo dall'analisi del lavoro a domicilio e del decentramento produttivo (che proprio nella rivista Inchiesta trovano la principale sede di confronto), affrontano il ruolo della piccola impresa e delle istituzioni locali per lo sviluppo economico. Il gruppo di giovani economisti che nel corso degli anni Settanta si forma a Modena, dà contributi innovativi in questo senso e il lavoro di Sebastiano Brusco diventa un punto di riferimento per l'analisi delle nuove forme di organizzazione produttiva nell'epoca della crisi della produzione di massa. La minuziosa indagine empirica e la continua attenzione alle caratteristiche socio-economiche del contesto e al ruolo delle istituzioni sono l'aspetto caratterizzante.

In questo lungo processo di sviluppo della ricerca sociale e di affermazione della pratica dell'inchiesta, Giovanni Mottura è stato uno dei protagonisti, a partire dagli anni Cinquanta con il suo impegno (e le inchieste) tra i contadini siciliani presso il centro di Danilo Dolci, il lavoro di ricerca e di impegno politico nei Quaderni Rossi con Raniero Panzieri, gli studi presso il Centro di Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno (Università di Napoli) e all'Università di Modena, a Bologna presso l'Archivio Storico della Camera del lavoro, nel sindacato con i lavori sugli immigrati per l'Ires-Cgil. Il convegno è in occasione del suo settantesimo compleanno.

venerdì, maggio 18, 2007

Appunti di un consumatore psicoATTIVO

In queste settimane in Italia si stanno sprecando parole senza senso sulla “droga” (ma che è poi?), affermazioni talmente deviate, talmente miopi, talmente criminali che appaiono quasi surreali.

In Spagna è passato senza problemi un disegno di legge che autorizza la coltivazione di cinque piante di marijuana per uso strettamente personale consentendo così al consumatore di non dare immense fortune alle narcomafie e di non assumere erba realmente pericolosa a causa del suo taglio. Insomma senza dubbio dal punto di vista statale è una scelta responsabile che leva soldi al cancro della mafia e giova alla condizione psicofisica dei cittadini e quindi alle casse dello Stato su cui ricade la tutela della loro salute.

In Italia all’incirca nello stesso periodo si gridava allo scandalo, alla follia criminale verso l’innocua (e inutile) “proposta Turco” di aumentare alla comunque ridicola soglia di 1g il limite massimo di principio attivo detenibile(quindi circa 10g di sostanza lorda) per non incorrere in sanzioni penali dai 6 ai 20 anni. Al di sotto di questo insensato limite però non si può certo stare tranquilli, in ogni caso ci sono pesanti sanzioni amministrative che possono anche arrivare al sequestro della patente o al ritiro del passaporto. Il provvedimento del Ministro della salute aveva quindi una portata molto limitata, e non cambiava la sostanza della legge che è totalmente folle.

A questo punto è utile fare una riflessione sulla differenza tra spaccio e spacciatore: l’ex-ministro Giovanardi (a cui dobbiamo insieme al simpatico Fini l’attuale legge sulle droghe) con un’ingenuità sospetta difendeva qualche mese fa il sistema delle tabelle facendo un parallelo tra il consumatore e lo “spacciatore” di sigarette. Infatti per il ministro si è nel primo caso quando si hanno fino a tre o quattro pacchetti in tasca ma non lo si è più dal momento che si hanno 20 stecche a casa. Sorvolando sul fatto che non mi risulti esserci un limite al numero di sigarette detenibili legalmente, questo confronto cannabis/tabacco reggerebbe solo se ognuno di noi potesse andare in un negozio e comprare tranquillamente un paio di grammi d’erba da fumare, ma quando provo a chiedere un articolo del genere al mio tabaccaio di fiducia la risposta non è positiva. È molto importante quindi nel nostro contesto distinguere tra colui che spaccia e lo spacciatore. Moltissime persone (soprattutto tra i più giovani) per necessità vendono una piccola parte della propria “droga” a causa dei prezzi altissimi causati dal proibizionismo, per questo enorme numero di persone i ruoli spacciatore/consumatore si intrecciano e si alternano senza nessun lucro se non quello di fumare gratis. Ben diversa è invece la situazione di chi fa del commercio di droga la sua principale occupazione e fonte di reddito. E se c’è qualcuno che la legge Fini/Giovanardi non tocca è proprio quest’ultima categoria, quella che andrebbe più punita per stroncare il narcotraffico. Questa sottile distinzione è estremamente importante perché lo stato attuale delle cose non consente a molte persone di avere soltanto la proprio “dose personale”,

Altro commento molto pressante da parte di tutte le forze politiche è sul “preoccupante” aumento del consumo di droga “tra i giovani” (per usare termini roboanti tanto cari ai mass-media) imputato, in un crescendo di paradossi, ad una presunta politica lassista e antiproibizionista sugli stupefacenti. L’aumento del consumo non sarebbe quindi “colpa” di una delle leggi più proibizioniste d’Europa che è ormai pienamente in vigore da 444 giorni ma ad una non meglio precisata moribidezza legislativa sul tema (sic!). Da questo visionario presupposto (che acido usano?) partono le esternazioni condivise trasversalmente da centrosinistra/destra di inasprire ancora di più una situazione oltremodo repressiva (i cui danni si sono visti e si stanno vedendo) ripenalizzando addirittura il consumo, distribuendo Kit “da 1984” che permettono di capire se il proprio figlioletto sia un drogato, e tornando indietro sui più basilari punti della riduzione del danno come l’accesso a siringhe pulite per i tossicodipendenti.

Oltre un anno fa gli antiproibizionisti segnalarono come le tabelle della legge Bossi/Fini favorissero in maniera insolita il consumo di cocaina con una soglia massima detenibile molto alta in relazione al suo prezzo e che questo avrebbe portato ad un aumento dello spaccio di questa sostanza (guadagni semplici e minori rischi rispetto, ad esempio, alla cannabis), quindi ad una diminuzione del prezzo e ad una diffusione più capillare. Puntualmente questo è avvenuto ed anche le istutuzioni se ne sono accorte senza però riuscire a capire quanto sia necessario un cambiamento di tendenza rispetto a questa folle legislazione proibizionista visti gli inequivocabili risultati a cui ci sta portando.

E’ necessario un segnale di discontinuità. Le droghe non sono tutte uguali. E non è demagogia questa ma medicina. L’ abbattimento di una distinzione legale tra le varie “droghe! ha portato ad una percezione distorta dei reali danni delle varie sostanze psicoattive.

Inoltre è necessario distinguere tra due comportamenti molto lontani per lo Stato. Infatti è molto diverso (e questo vale per ogni droga, legale e non legale) alterare la propria percezione senza che questo rappresenti un pericolo per gli altri oppure farlo e poi, ad esempio, mettersi alla guida o fare una rissa. Infatti se in quest’ultimo caso lo Stato è legittimato ad intervenire nel primo non lo è affatto anzi è obbligato dalle libertà costituzionali a non farlo in nessun modo. Lo Stato non è autorizzato a limitare le scelte libere e consapevoli del cittadino, quando lo fa si parla di autoritarismo.

E’ necessario che lo Stato favorisca comportamenti responsabili come quello dell’autoproduzione che consentirebbe l’abbattimento di un mercato illegale su cui le narcomafie lucrano tra 312 e 390 miliardi di euro ogni anno. Senza contare la nostra salute, che ne trarrebbe giovamento non dovendo più subire il taglio (spesso più dannoso della sostanza stessa) che viene dato ad ogni droga reperibile sul mercato.

Se lo scopo dei proibizionisti è davvero quello di diminuire il consumo e abbattere le narcomafie (ma ne dubito molto) il fine non è stato raggiunto. Punto.

Chi associa l’antiproibizionismo a criminalità, droga ovunque e morti di overdose è un bugiardo. Dalla liberalizzazione di tutti gli stupefacenti lo Stato ha solo da guadagnare: azzeramento dei reati legati alla droga, maggiori entrate fiscali, maggior controllo sul consumo, duro colpo alla mafia, miglioramento della salute dei cittadini, meno morti per le strade, meno ignoranza, possibilità di impiegare le forze dell’ordine su fronti ben più importanti. L’antiproibizionismo storicamente non ha colore politico: è una scelta responsabile e necessaria.

Invece se c’è qualcosa che unisce partituncoli italiani di ogni schieramento è la deriva verso lo stato salutista che maschera l’interesse delle varie lobby e mafie che premono perchè il mercato degli stupefacenti rimanga sommerso

Siamo stanchi di essere criminali, siamo stanchi di essere perquisiti per due cannette, siamo stanchi di colloqui col Prefetto, siamo stanchi di alimentare le narcomafie, siamo stanchi di dover essere spacciatori, siamo stanchi di assumere sostanze di cui non possiamo sapere la provenienza né la composizione.

C’è bisogno di un cambiamento di tendenza. E non una lieve virata tra qualche anno, serve un inversione di rotta e serve adesso perché il proibizionismo continua a mietere le sue vittime.

Lorenzo - studente del Virgilio.[da .0ic]

martedì, maggio 15, 2007

Nostalghia ;-p




Questo video saltato fuori dallo scrigno di YouTube è stato per me una sorpresa, un amico me lo ha segnalato e vorrei ora omaggiare quei tempi, con cui guardo con nostalghia e tanta simpatia.
Mi ricorda i tempi in cui arrivai a Trento, con le cassettine nell'autoradio del tipo Italian Posse, Onda Rossa Posse e via dicendo.
Ero già in ritardo, era già il 1995 e da lì a poco uscì Conflitto - il disco di Assalti Frontali che più mi ha "segnato" - e le posse già stavano perdendo la dimensione molto roots e genuina che le caratterizzò quando esplosero come fenomeno. Ma anche se avevo sentito quei pezzi alscoltandoli e riascoltandoli passò ancora parecchio tempo prima che uscissero dalle nostre hit.

Le nostre hit, di quella banda che si formò convivendo nello stesso studentato al primo anno d'università che oggi è il C.S.O. Bruno, un'esperienza bella e piena che spero potrà ancora per molto ravvivare la vita trentina. E per tornare al old school italyco delle posse, dedico il video all'esperienza viva del Bruno che ha riaperto le porte del vecchio studentato...

Buon ascolto e buona visione! Isola Posse All Star!