venerdì, novembre 17, 2006

Acqua bene comune.

La questione dei beni comuni è diventata negli ultimi anni centrale nel pensiero altermondista, in particolare la battaglia dell'acqua ha rivestito un importante campo di prova di ciò che ci aspetta. L'acqua è uno dei beni comuni per eccellenza e gli effetti delle privatizzazioni di questa e dei servizi ad essa legati sono degli esperimenti mostruosi, non solo dal punto di vista morale ed etico, ma anche dal punto di vista pratico e per quello che riguarda l'emersione di nuove linee di diseguaglianza sociale.

In Italia quale è la situazione? Quali sono le iniziative in corso per non permettere che l'acqua sia considerata una merce qualsiasi?

Dopo vari tentativi di privatizzazione da parte - manco a dirlo... - della Regione Lombardia nel video qui sotto si può seguire un'intervista di una decina di minuti con Elio Molinari, Presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua, che aggiorna sulle campagne in corso ed anche sulle iniziative legislative in proposito.



giovedì, novembre 16, 2006

Lumi di punk

Di Marco Philopat ho letto la sua trilogia Costretti a sanguinare - La Banda Bellini - I viaggi di Mel. In realtà è una trilogia per il principale motivo che racconta storie che scorrono negli anni '70 e primi '80 proponendoci dei veri e propri mondi che se prima della lettura ci sembravano scontati, alla fine dei libri si scoprono essere mondi molto più complessi e sconosciuti.

In parte penso che ciò sia dovuto al fatto che di molti eventi, di molte culture giovanili, la nostra conoscenza si ferma all'etichetta che negli anni i media e la cultura mainstream hanno cristalizzato; ma anche a chi è attento ed interessato a queste culture giovanili e diffida del pensiero mainstream i libri di Philopat raccontano e mettono in mostra una realtà complessa e vivida di quei movimenti e delle singolarità che ne presero parte che non si trova in nessun saggio sull'argomento.

Ora esce in libreria il nuovo lavoro di Philopat - o meglio a cura di - che riprende l'indagine svolta sulla cultura punk in Costretti a sanguinare, rendendo esplicita - a quanto pare dalla presentazione - una vena semi nascosta nei libri precedenti: una ricerca strorica dal basso basata sulle fonti orali e il loro studio.
Ed è questa vena seminascosta nei precedenti libri di Philopat che li rende secondo me affascinanti e coinvolgenti, questa ricerca attraverso le fonti orali e la messa a punto di uno stile che non permette che i singoli protagonisti delle vicende raccontate soccombano alla pesantezza della soggettivazione.

Così Philopat a proposito di Lumi di Punk:
"Come saprete il libro è frutto di una serie di registrazioni e interventi raccolti tra l'estate del 2005 e l'autunno 2006. Qui in redazione abbiamo lavorato per garantire l'uniformazione narrativa e confezionare il libro come una sorta di mappa della memoria di un periodo storico quasi dimenticato, almeno per quanto riguarda i percorsi personali e politici. Una minuscola generazione stritolata dal correre del tempo, dall'eroina e dal riflusso, ma forse, a distanza di anni, si può dire che i nostri destini non siano finiti nell'immondezzaio, come molti di quelli che ci avevano preceduto. I sessantottini hanno scritto e storicizzato ogni microbo del loro vissuto, quante centinaia di pubblicazioni ci sono state sugli anni Settanta? la nostra esperienza non sarà stata così eclatante ma possiamo contare su pochissimi abiuri. Quasi nessuno è diventato un segretario di Forza Italia o un portaborse di Tronchetti Provera..."

"Lumi di punk è solo la prima tappa di un percorso che abbiamo deciso di intraprendere con altre registrazioni e contributi che si raccoglieranno nel corso di quest'anno, e quindi ogni presentazione locale sarà finalizzata a trovare nuovi punk o ex punk pronti a dare testimonianza orale o scritta del loro vissuto del periodo, per poi realizzare un secondo volume di Lumi di punk."


Fra l'altro il libro è edito dall'Agenzia X, di cui avevo parlato segnalando la rivista Conflitti Globali e in cui alimentavo un pò di suspense proprio su questa sconosciuta casa editrice. Ora abbiamo qualche notizia in più, fra cui che Marco Philopat è uno dei redattori, che scrive della casa editrice:

"La casa editrice si chiama Xbook, un ramo di
AgenziaX – Idee per la Condivisione dei Saperi. La redazione è formata da Paoletta, Caterina, max e il sottoscritto, tutti provenienti dalla dolorosa rottura con la ShaKe. All'interno di AgenziaX si sono aggiunti nuovi soci: Fabio Zucchella di Pulp, Roberto Vai e Francesco Galli. Molti sono i collaboratori, a partire da Giancarlo Mattia, la libreria Calusca, L'Archivio Primo Moroni e tutto il collettivo di Cox 18, poi il gruppo di cineasti indipendenti legati alla realizzazione di due film autoprodotti Fame chimica e Fuori vena, inoltre molti collaboratori di Pulp partecipano al nostro progetto."

Per farsi un'idea delle storie contenute in
Lumi di punk potete leggere l'articolo Punk a Bari: dai Wogs alla giungla (1979-1984) di Enzo Mansueto (The Skizo) su Carmillaonline.

Precarietà, esternalizzazioni e "sindacati di m."

Domenica sera Report oltre a averci dato l'ennesimo esempio di buon giornalismo ci ha mostrato una realtà allucinante, una realtà dove le esternalizzazioni dei servizi ospedalieri ha dato vita ad un sistema criminale e al contempo - in parte - legale, in cui le cooperative sociali sono comparse sulla scena dopo l'approvazione delle legge 30 e si sono ritagliate un posto da protagonista nel sistema criminale di caporalato.
Ma a vedere il servizio - come scrive qui sotto Mazzetta a proposito - la cosa più triste è stata l'intervista ai rappresentanti dei sindacati confederali - tre dissoluti sindacalisti dell'ospedale romano al centro dell'indagine giornalistica - che era l'immagine stessa della pura difesa d'interessi corporativi. L'articolo qui sotto di Mazzetta mi vede totalmente in accordo, oltre che riassumere brevemente la vicenda.


Mi ha fatto male vedere, domenica sera, i sindacalisti di un ospedale romano
che rispondevano svaccati e indifferenti alle domande che un giornalista di Report poneva loro su gravissime questioni riguardo al malcostume che ha ormai travolto l’inquadramento delle maestranze nel loro ospedale.

Sintetizzando la questione, peraltro semplice al di là delle intricate denominazioni e dei numerosi passaggi innalzati a gettare fumo su una truffa e un malcostume colossali, succede che nell’ospedale romano (ma sarebbe meglio dire in quasi tutti gli ospedali ed enti pubblici) è ormai in vigore un vero e proprio racket del lavoro che impone retribuzioni miserrime ai lavoratori a fronte di un costo altissimo delle loro prestazioni per la sanità pubblica.

Tutto accade perché grazie alle leggi per la flessibilità del lavoro, all’apparizione sulla scena delle cosiddette -cooperative sociali- e alla complicità di molti, si è instaurato un fenomeno di caporalato istituzionalizzato. Eppure ci avevano raccontato meraviglie della flessibilità, per anni molti soloni hanno vantato i vantaggi e le economie derivanti dalla esternalizzazione, un neologismo che significa appaltare ad altri soggetti quello che normalmente farebbero i dipendenti di un’azienda.

Flessibilità della forza lavoro ed esternalizzazioni di funzioni diverse dal core business (l’oggetto sociale, nel caso degli ospedali la cura dei pazienti) dovrebbero consentire economie, maggiore competitività e una migliore concentrazione sulla -mission- delle aziende. Lasciando da parte la competitività (e l‘utilizzo di termini inglesi a depistare chi non conosca la lingua), che ovviamente non entra in gioco nel caso di un ospedale pubblico (o di altre attività della funzione pubblica), il servizio di Report ci ha dimostrato con la forza dei numeri che, quando si parla di aziende pubbliche, non esiste alcuna economia e che la “mission” è messa addirittura in pericolo dallo stato di cose che si è venuto a creare.

Succede quindi che il nosocomio romano appalti prestazioni d’opera all’esterno senza conseguire alcun vantaggio, ma pagando in realtà molto di più le stesse prestazioni che potrebbe ottenere assumendo i lavoratori che gli sono necessari. Ovviamente questo non può avvenire senza una rete di connivenze che vanno dai vertici della sanità pubblica, passano per quelli dell’INPS, dei sindacati e infine franano rovinosamente sulle vite dei lavoratori e sui bilanci dello stato. Non per niente la sanità pesa sul bilancio della Regione Lazio per circa il 70%.

Nessuno degli intervistati da Report è riuscito a spiegare perché si permetta
l’esistenza di un meccanismo per il quale ad un costo del lavoro (da contratto nazionale) per operatore di 9€, la Regione Lazio paghi alle cooperative sociali 12€ e al lavoratore ne finiscano 7€. Sono stato approssimativo, ma il rapporto tra le grandezze è quello. Neanche a seguito del servizio si è trovato un politico o un funzionario in grado di sollevare il problema, che rimane per ora lettera morta.

A peggiorare il quadro emerge che le -cooperative sociali- oltre a lucrare indebitamente cifre da inchiesta, mettono in atto tutta una serie di comportamenti semplicemente delinquenziali ai danni dei loro soci-lavoratori.
La mortalità di queste cooperative è infatti molto elevata, tanto da far sospettare che sia strumentale. Le cooperative inoltre, ha dimostrato Report, spesso non pagano i contributi previdenziali, sottopagano regolarmente i lavoratori che per il fatto di essere -soci- si trovano nell’ingrata posizione di chi non può godere dei diritti fondamentali quali le ferie, la malattia e le altre indennità che spettano ai colleghi che lavorano loro accanto nell’ospedale (con un costo minore per la struttura) e che sono regolarmente assunti come dipendenti. Queste non troppo fantomatiche cooperative sono equamente distribuite tra bianchi, rossi ed azzurri ed è evidente a chiunque che la situazione abbia potuto deteriorarsi a tal punto solo grazie alle complicità di un sistema nel quale tutti hanno un loro tornaconto, tranne i lavoratori ed il bilancio pubblico.

Senza complicità a diversi livelli non sarebbe possibile per l’ospedale contrattualizzare forniture di lavoro a prezzi superiori a quelli del CCNL, non sarebbe possibile per le cooperative operare in un regime che non ha nulla a che fare con le norme che regolano l’impresa cooperativa, pagare il lavoro molto meno di quanto previsto dal CCNL, non versare i contributi, estinguersi e poi risorgere più belle che pria dopo aver tirato il pacco all’INPS, esistere in virtù di organi sociali che non si riuniscono mai e in capo a titolari misteriosi dei quali nessuno sa nulla e che non appaiono da nessuna parte. Non sarebbe neppure possibile che una cooperativa con centinaia di soci sia priva di un indirizzo, di una sede sociale, oppure che questa migri in continuazione per la città, addirittura localizzandosi presso i locali di inconsapevoli clienti.

A fronte di una tale massa di irregolarità e di veri e propri reati evidenti,
il servizio televisivo ci ha mostrato solo una solitaria signora dei Cobas, peraltro combattiva, che coglieva l’occasione per ribadire quanto da anni denuncia e I lamenti di alcuni soci-lavoratori (dai volti oscurati per evitare che vengano colpiti da rappresaglie); il resto è stato uno spettacolo da basso impero. I funzionari pubblici interrogati, fatto salvo quello del Ministero del Lavoro che riconosceva le irregolarità rilevate, hanno fatto una magra figura, ma sono stati i rappresentanti dei sindacati confederali a suscitare in me una vera sensazione di schifo a livello epidermico. Loro, quelli che in teoria dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti dei lavoratori e difenderli, non hanno saputo andare oltre uno squallido palleggio durante il quale hanno cercato di minimizzare quanto il giornalista sbatteva loro in faccia. A tratti sembravano non saperne niente, a tratti invece saperne tutto mentre facevano la faccia di circostanza di quelli che non ci possono fare nulla perché l’impresa è al di sopra delle loro forze. In linea di massima la cosa non stupisce, visto che è grazie alla connivenza dei sindacati che la Legge 30, l’art. 18 ed altre meraviglie del genere sono diventate legge. Tutti ricordiamo Cofferati infiammare le folle a Roma e in seguito defilarsi dal referendum chiesto per contrastare l’entrata in vigore dell’art. 18.

Tutti, i lavoratori per primi, abbiamo ormai realizzato che la
funzione dei sindacati si è andata sempre più istituzionalizzando trasformando la Triplice da baluardo in difesa dei lavoratori in controparte funzionale al padronato e ad un sistema malato nel quale l’assalto alle risorse pubbliche è la cifra corrente. La trasformazione dei tre maggiori sindacati italiani in altro dal loro oggetto sociale ha ovviamente offerto spazio all’emergere di altre formazioni, dai Cobas fino ai sindacati di destra, ma ha anche travolto i lavoratori italiani ed i loro diritti, per non parlare dell’effetto devastante che ha avuto sulle loro retribuzioni e sul loro potere d’acquisto. Nel caso dell’ospedale romano e di altre situazioni del genere, purtroppo ormai diffusissime, non parliamo semplicemente di organizzazioni che interpretano quasi la figura del “sindacato giallo” (sindacato che controlla i lavoratori in funzione delle esigenze dei datori di lavoro), ma del totale abbandono dei compiti statutari in favore della connivenza con una rete di poteri che ha tutto fuorché i crismi della legalità. La situazione evidenziata da Report non è una novità di questi giorni, ma si trascina da anni ed è ben conosciuta. E’ conosciuta dai lavoratori, dai sindacati e anche dagli amministratori pubblici. Ora, visto che nessuno di questi tre soggetti in apparenza ci guadagna (nemmeno il sindacato che perde potenziali iscritti e non cerca nemmeno di recuperarli sindacalizzando i precari”ospedalieri), verrebbe da chiedersi il perché di una tale catena di omissioni, distrazioni, silenzi e anche peggio al fine di favorire soggetti ufficialmente sconosciuti, quelli che alla fine incassano i guadagni illecitamente conseguiti dalle cooperative sociali. Tafazzismo esasperato? Allucinazioni collettive imposte attraverso l’ipnosi o droghe sconosciute? Incapacità al cubo diffusa trasversalmente? Ignoranza così diffusa da rendere facilmente truffabili decine di funzionari?

La realtà sicuramente custodisce una verità diversa, nelle quale probabilmente una fitta rete di connivenze assicura vantaggi (in denaro o alte utilità) a tutti quelli che nominalmente non incassano un euro e che non vedono, non sentono e non parlano anche se sono ufficialmente pagati per controllare, ascoltare e denunciare quello che non funziona negli ospedali e negli enti pubblici. Una melma connivente che ruba il denaro pubblico e, grazie alla possibilità di assicurarsi la mediazione ed il controllo sulla fornitura della merce-lavoro, taglieggia, opprime e sfrutta un’umanità dolente di cittadini-lavoratori che vengono trasformati in soggetti sottopagati e privati dei diritti riconosciuti dalle leggi in vigore. Reti del genere pervadono, nel nostro paese sicuramente, la politica, i sindacati, la funzione e le istituzioni pubbliche nell’indifferenza generale, tanto che nessuno, è bene ripeterlo, ha manifestato la minima reazione al servizio di Report. Forse reagirà la magistratura, visto che il servizio evidenziava la commissione di parecchi reati, ma anche quando questa dovesse intervenire potrà solo colpire le singole situazioni; colpire relativamente, visto che gran parte dei suddetti reati sono compresi nel recente provvedimento di indulto. Un pessimo stato di cose accettato da tutti gli affluenti alla classe dominante, questo è bene sottolinearlo anche a costo di deprimersi.

Non è solo
la politica che non reagisce a questi scandali, ma anche l’imprenditoria nostrana, che su queste storture del sistema ha lucrato guadagni immensi negli ultimi anni si segnala per la sua connivenza. Connivenza rafforzata da fior di intellettuali che fanno da megafono alle più colossali sciocchezze mentre ignorano la tragica situazione che pervade il piano della realtà. Non meno schifo dei sindacati suscitano infatti i grilli parlanti che dai quotidiani di Confindustria catechizzano le folle e raccolgono il plauso di fior di “riformisti” e politici organici alla melma. Pensate al Povero Ichino e alle sue tirate contro i dipendenti pubblici fannulloni, o ancora al Geniale Giavazzi che suggerisce di risolvere i problemi dell’università pubblica facendola pagare ai genitori degli sventurati che ancora hanno il coraggio di provare a darsi un’istruzione imboccando le porte di un girone dantesco fatto di baronie, offerte didattiche inconsistenti e deliri burocratici, comunque molto costosi. Pensate a quante volte avete sentito parlare di competitività dai nostri imprenditori nonostante in Germania, ad esempio, il costo del lavoro del lavoro sia più alto, così come maggiore è il famoso “cuneo fiscale”, mentre i prezzi al consumo sono più bassi e di conseguenza il potere d’acquisto per i lavoratori è maggiore.

Infine unite a queste considerazioni quella per la quale le imprese tedesche sono molto più competitive di quelle italiane e quella sulla finanziaria che, riducendo il “cuneo fiscale”, ha destinato gli spiccioli ai lavoratori e la maggior parte dei soldi alle imprese che negli ultimi hanno fatto il record di utili, evitato di pagare molte tasse grazie ai condoni e ad artifici simili, mentre le retribuzioni e le tutele per i lavoratori sono scese in picchiata fin sotto la soglia minima necessaria alla sopravvivenza.

Pensate alla classe parlante italiana e al rapporto tra le fantasie che diffonde e la situazione reale nel nostro paese; pensateci, traete le vostre conclusioni e chiedetevi se per caso dalla caduta del muro di Berlino non esista una new wave per la quale si è deciso di aprire il famoso ombrello di Cipputi senza estrarlo dal suo ripostiglio d’elezione. Quale che sia la risposta che vi darete, ricordatevi di questa riflessione quando vedrete Sir Montezemolo sproloquiare da uno dei tanti palchi che ha a disposizione, o qualche astuto politico parlare di sacrifici necessari per il bene del paese. Forse allora vi verrà in mente che stanno parlando di un paese nel quale a voi è stato negato il diritto di cittadinanza.

di Mazzetta [dalla lista neurogreen]

martedì, novembre 14, 2006

MyCreativity


Forse alcuni dei lettori del blog già conoscono l'istituto di ricerca che viene qui di seguito brevemente segnalato. Si tratta dell'Insitute of Network Cultures di Amsterdam che così si presenta:

"The Institute of Network Cultures (INC), set up in June 2004, caters to research, meetings and (online) initiatives in the area of Internet and new media. The INC functions as a framework within which a variety of studies, publications and meetings can be realised. As indicated by its name, the INC is also active in setting up and maintaining networks. Not only does it facilitate, but also initiate and produce its projects. Its goal is to create an open organisational form with a strong focus on content, within which ideas (emanating from both individuals and institutions) can be given an institutional context at an early stage."



L'occasione per conoscerlo l'ho avuta da un messaggio di Matteo Pasquinelli (già giro Rekombinant) che segnala la conferenza organizzato dall'istituto il 16-17-18 novembre e dal titolo MyCreativity. Il bersaglio della conferenza sono le creative industries, ma c'è spazio per varie riflessioni fra cui la oramai obbligata declinazione delle questioni nello spazio economico cinese. Ed ancora un parallelo creatività/precarietà ed un ampio spazio dedicato all'Europa ed al suo ruolo - passato, presente e futuro - rispetto alle creative industries.


Matteo Pasquinelli parteciperà a più tavoli di discussione ma qui vorrei segnalarvi il suo contributo dal titolo Prototypes of Conflict within Cognitive Capitalism che pone una delle questioni - a mio avviso - centrali nella critica al capitalismo cognitivo, ossia il concetto di valore e il superamento della sua definizione anche nella teoria marxiana.

lunedì, novembre 13, 2006

Cartografieinerba è in corsa!

Volevo riferirvi qui sul blog che il Festival Cartografieinerba è iniziato da una settimana e ci sta dando delle soddisfazioni, magari non in termini quantitativi ma certamente qualitativamente alti. Passati già alcuni appuntamenti, mi sembra doveroso segnalarvi le rimanenti date in cui sono organizzati gli eventi...


- Giovedì 16 novembre ore 21

Mappatura della metropoli e geografia sociale
Incontro con l'archivio Primo Moroni e libreria Calusca (Milano)
La trasformazione della metropoli Milano nel '900
a partire dai lavori di Primo Moroni

- Sabato 18 novembre ore 14.30

BICICLETTATA!
Ritrovo in Piazza Pasi, poi andremo alla scoperta
di luoghi dimenticati e nascosti della nostra città
arrivo al CSA Bruno, piazzale ex-Zuffo, per merenda e aperitivi con l'orso contro lo sgombero!

- Giovedi 23 novembre ore 21

ECOLOGIA ACTIVA
Culture, subculture, tassonomie, cartografie di ecologismo grassroots nel mondo
Incontro con Alex Foti (Neurogreen)

mercoledì, novembre 08, 2006

"54" negli USA, più un omaggio

Riporto qui il commento dei Wu Ming sull'andamento del romanzo 54 negli Stati Uniti, è uno dei miei romanzi preferiti e c'è da stare a vedere se questa volta gli statunitensi lo "capiranno" o se farà la fine di Q, che risultò incompreso.
In 54 si teorizza e si sviluppa appieno il concetto per cui lo stile è un'arte marziale, in particolare attraverso i personaggi di Cary Grant, del maresciallo Tito e del giovane Piérre...

"Soltanto un breve cenno, ché su uno dei prossimi Giap ricapitoleremo l'intera questione.
Per i critici americani, "54" è un autentico rompicapo, un enigma racchiuso in un sogghigno. Le recensioni, ostili o favorevoli che siano, sono perturbate, stranite.
Cionondimeno, per "Kirkus Reviews" il romanzo è uno dei "Best of 2006". Il prossimo numero della rivista conterrà un articolo e una mini-intervista a noialtri. Attendiamo di vederlo, poi faremo un resoconto completo alla comunità dei giapsters."

La citazione che segue è invece un omaggio allo stile, dalla bocca di Tito:

"Accadde cinque anni fa. Kardelj, che quella sera aveva cenato con me, sosteneva l'esigenza di fare il punto sulla teoria leninista in Jugoslavia e respingere le accuse di «trotzkismo» partite da Mosca. Dal fondo del corridoio lo specchio ci spiava, i doppelgängeren seguivano le nostre mosse, forse pronti a rimproverarci. Eccoci, ben nutriti e agghindati, cosí diversi dai giorni della konspiracija. Era solo vanità a dettarci la presa di posizione che ci consegnava alla Storia? Scoprimmo (a notte alta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Kardelj disse che lo specchio è una macchina infernale, perché separa l'individuo dalla comunità, stimolandone il narcisismo piccolo borghese. Io replicai: - E come li curi i tuoi baffi, chinandoti sulle pozzanghere? - e aggiunsi che, al contrario, lo specchio congiunge l'individuo alla comunità, e il suo ingresso nelle case dei proletari ha cementato l'orgoglio di classe, quel senso del decoro sbattuto in faccia ai padroni, «Noi non siamo nulla, e vogliamo essere tutto! Possiamo essere, e siamo, piú eleganti di voi!» È grazie a quel decoro, a quella fierezza, che si è vinta la guerra."


Ed in fine da YouTube il
tema del lavoro degli Yo Yo Mundi sullo stesso 54, sonorizzazione e immagini...


martedì, novembre 07, 2006

Decrescita sì, decrescita no...

In questi giorni sulla mailing list di neurogreen si è aperto un thread - per me molto interessante - sul tema della decrescita. Tutto ha preso il via da una e-mail che in tono un pò polemico chiedeva alla lista: "non inizierete anche voi ad appassionarvi alla decrescita! lasciamola ai cattocomunisti, a carta, ai maussiani... alla neodestracomunitarista..."
Una lunga serie di risposte e controrisposte ha tracciato una riflessione che ha messo a nudo quelle questioni che l'uso del concetto di decrescita lascia aperte, soprattutto se si centra la propria analisi sul capitalismo cognitivo. Insomma, lo sviluppo di questo thread ha messo in evidenza ed ha incontrato le remore che io stesso percepivo nel mio pensiero ma che non riuscivo a mettere completamente a fuoco sulla decrescita.

Giusto per fare il punto: il concetto di decrescita è stato introdotto da Latouche, ed in effetti la stessa costruzione della parola, la sua semantica, richiama e rimanda con forza a dimensioni di penuria, di miseria... allo stesso modo è innegabile che questo concetto abbia negli ultimi anni favorito una riflessione vera sulla sostenibilità del sistema economico attuale, soprattutto attraverso la critica del PIL quale unica misura dei livelli di crescita (visione economicistica).

La critica principale che si rivolge alla decrescita è questo rimando diretto ad una dimensione di penuria, mentre il capitalismo cognitivo ci proietta verso dimensioni in cui la norma è l'eccedenza, in cui le risorse fondamentali per la produzione di ricchezza - conoscenza, linguaggio, informazione - non sono soggetti a scarsità.
Il concetto di decrescita deve essere dunque accantonato perché "immette gia' in un'ottica dialettica, col rischio concreto di condividere i presupposti di cio' a cui pretenderebbe invece di opporsi", rischiando inoltre "di ingenerare una confusione semantica tra decrescita e scarsita'" (gallizio)?

Ed ancora perché "le nozioni hanno una loro storia ed un loro originario significato difficile da ribaltare: quella di decrescita nasce con Latouche e il miserabilsimo terzomondista di Lemonde diplomatique; che sneso ha cercare di rivitalizzarla? La scuola della decrescita non sa neppure che cosa è il general intellect o la produzione immateriale. Usiano altri termini, sopratutto se chiediamo reddito e nuovi diritti. (Bronzini)"

Secondo Magius la risposta alla domanda non è necessariamente affermativa, sta a noi verificare ed evitare un'interpretazione della decrescita che non ci piace: "Decrescita della produzione materiale e crescita della produzione immateriale? La decrescita come utopia senile di Bifo non è necessariamente stasi energetica, morte della creazione. E' appunto una ricombinazione."

E allo stesso tempo fare della decrescita qualcosa che ci piace, a partire dalla convinzione che la decrescita è in primo luogo un meme, che così è definito su Wikypedia: Un meme è un'unità di informazione che è in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria - per esempio un libro - ad un'altra mente o supporto. In termini più specifici, un meme è un'unità auto-propagantesi di evoluzione culturale, analoga a ciò che il gene è per la genetica. La parola è stata coniata da Richard Dawkins nel suo controverso libro Il gene egoista. Un meme può essere parte di un'idea, una lingua, una melodia, una forma, un'abilità, un valore morale o estetico; può essere in genere qualsiasi cosa può essere comunemente imparata e trasmessa ad altri come un'unità. Lo studio dei modelli evoluzionistici del trasferimento dell'informazione prende il nome di memetica.Una sintesi di ciò che ci piace è descritta nell'intervento di Andrea Fumagalli che scrive:

"Una ricombinazione tra l'utilizzo delle risorse (finite) per la produzione materiale e la possibilità di
sviluppare produzione immateriale, non soggetta a scarsità. La conoscenza, nuova leva
dell'accumulazione capitalistica, è infatti un bene non rivale, ovvero che più circola (viene
consumato) più si diffonde in un processo cumulativo, e come tale non può essere soggetto allo
scambio dei diritti di proprietà. La conoscenza non è nè proprietà pubblica, nè proprietà privata,
è un bene comune, in grado (entro determinate condizoni) di rigenerarsi continuamente (come
l'energia solare). La conoscenza quindi non può essere scarsa, vive artificialmente resa scarsa
con l'implementazione dei diritti di proprietà intellettuale. Con il Sole e la Conoscenza, non c'è
decrescita.
Se aggiungiamo la Socialità e le Relazioni Umane, abbiamo una triade di partenza che
presuppone una nuova società libera."

L'ultimo punto lo segna Tulio Liuzza che propone la seguente analisi, molto interessante ed
evocativa:

"Preferisco fare leva su termini composti dal prefisso "eco" che deriva dal greco "oikos", "casa".
Il concetto di casa secondo me già contiene in sé tutte le potenzialità della decrescita senza
trascinarsi le sue connotazioni pauperistiche. La casa infatti ha dei limiti. D'altronde anche l'economia è scienza del limite e in origine era scienza della casa (oikonomia), pertinenza della
donna nella società greca in cui gli uomini si occupavando della politica (il governo della polis),
la sfera del pubblico, mentre alla donna spettava la casa (oikos, appunto), il privato. Ma la casa è anche il luogo in cui si producono eccedenze: relazioni, condivisione (dividere insieme) di cibo (il "mangiare insieme" era già una proprietà fondentale dell'essere amici, compagni nel senso di dividere la pagnotta) e di affettività. In un certo sensola casa sembra essere metafora dello stesso linguaggio e quindi della produzione immateriale, intrinsecamente eccedente. Si parte da un lumero limitato di elementi (stoviglie, mobili, cibo, e così via) per produrre in maniera illimitata (affetti, relazioni). La casa, però, lungi dall'esserci consegnata immutabile, è un campo di battaglia. La sfida oggi è quella di riprogettarla e farla divenire coestensiva alla polis stessa andando oltre la tradizionale distinzione tra privato (oikos, femminile) e pubblico (polis, maschile) per dar vita a un'"ecopolitica" (oikopolis, queer)."

Abbandonare dunque il termine decrescita, recuperarne ciò che si ritiene irrinunciabile per un'azione politica nel secolo attuale, per la costruzione di un soggetto che faccia allo stesso modo riferimento all'ecoattivismo, al pensiero ecologico e alla rivendicazione d'accesso all'eccedenza che ci viene espropriata, sotto forma di diritto al reddito e gestione comune dei beni primari nel capitalismo cognitivo.


Guerra, senenza e decrescita

di Bifo

la guerra al terrore è perduta

Nel quinto anniversario del 911 è diventato ufficiale: l'occidente ha perso la guerra contro il terrore. Il terrore ha vinto. Bush perde la sua guerra, ma la vittoria del terrore non è forse la sua vittoria? Al momento in cui scrivo non so se gli americani puniranno la banda che occupa da sei anni la Casa Bianca. Ma in ogni caso è troppo tardi. La dinamica messa in moto è inarrestabile. Per l'occidente la guerra è persa senza rimedio, ma non per questo è finita. Essa è destinata anzi a proliferare lungo linee che nessuno può più prevedere o controllare.

Perché il gruppo dirigente anglo-americano ha scelto questa via suicida? Le risposte possibili sono molteplici: la prima è che il fanatismo rende ciechi. Ma ci sono altre risposte, più interessanti. Il destino del capitalismo globale non coincide più con il destino degli USA.

Nel ciclo capitalistico il fattore decisivo non è più (come negli anni Novanta) l'informazione. L'informazione non produce più profitti. Il nuovo ciclo trainante è quello biopolitico, per meglio dire tanatopolitico: il ciclo della guerra, della sicurezza, della sanità. L'organizzazione della morte su scala planetaria. Negli anni '00 il settore della sanità e della sicurezza ha creato negli US
quasi due milioni di posti di lavoro. L'informazione nessuno.

la frontiera extra-terra si apre o si chiude

Dopo aver ottenuto dal Congresso (con il voto di molti democratici) l'approvazione del Military Commission Act, la nuova legislazione che sancisce l'abolizione dell'habeas corpus e dell'universalità del diritto cioè dell'intera civiltà giuridica moderna, Bush ha dichiarato che lo
spazio non è aperto agli un-american. Negli stessi giorni sulle prime pagine dei giornali compariva la previsione del WWF secondo cui fra cinquant'anni la terra non sarà più abitabile.
Catastrofismo? Niente affatto. Se consideriamo il grado di esaurimento delle risorse essenziali per la vita e l'incremento del ritmo di sfruttamento richiesto dalla crescita capitalistica globale si tratta di una previsione fin troppo facile. Se aggiungiamo la proliferazione dell'armamento nucleare che segue inevitabilmente alla lezione iraqena (chi non ha l'atomica può fare la fine di Saddam) non rimangono dubbi: meglio andarsene.

Il mondo extra-planetario è la nuova indispensabile frontiera. E solo agli americani è concesso di superarla. La guerra che si prepara ha come oggetto l'accesso alla sopravvivenza extra-terrestre. Solo la razza sintetica, erede dell'intera storia genetica e culturale del passato umano potrà
fuggire dal pianeta in fiamme.
La metafora è chiara: soltanto gli Ubermenschen saranno ammessi sull'astronave.

Ma il popolo americano erede sintetico di tutti i popoli della terra sta perdendo a Babilonia la guerra che doveva permettergli di trasformare l'egemonia militare in superiorità evolutiva. Per il momento la razza sintetica perde la guerra contro la razza umana.

l'89 americano


Il potere economico americano si è fondato negli ultimi cinquant'anni sull'egemonia militare. Ma ora il potere militare americano appare come una tigre di carta. La guerra iraqena ha rivelato l'illusorietà del suo predominio.
E la guerra afghana dimostra che l'effetto della guerra iraqena è l'impotenza occidentale su qualsiasi scenario del pianeta.
Possedere il 50% della potenza distruttiva globale non conferisce alcuna egemonia. Il pensiero strategico americano ha compiuto lo stesso errore ideologico compiuto dall'ideologia economica iperliberista: ha creduto nell'autoregolazione della sfera virtuale, nell'invulnerabile separatezza
della sfera virtuale da quella fisica.

Le teorie sul Netwarfare ispirate da un filone di pensiero che va da Alvin Toffler (War and antiwar) a John Arquilla si sono rivelate un fiasco. Nate sull'onda della ciber-ideologia degli anni novanta queste teorie affermavano la superiorità dell'info-guerra, e attribuivano questa superiorità agli USA, perché capaci di disporre di tecnologie avanzate.

Ma l'inserzione dell'Infosfera sul corpo reale ha prodotto imprevedibili effetti di rigetto, e di incompatibilità operativa. La superiorità tecnologica non si è risolta in superiorità militare perché, come dice Arquilla: "A resistance network has the power to prevail against an enemy whose strategy is based on territorial conquest."
In questo consiste l'asimmetria della guerra in corso: i parametri di valutazione del predominio sono fuori misura. Come è stato possibile a un gruppo di intellettuali islamisti asserragliati sulle montagne dell'Indu Kush dar scacco alla più grande potenza di tutti i tempi? Non certo grazie alla potenza di fuoco, ma provocando nell'organismo occidentale reazioni autodistruttive.
Nell'info-guerra non basta avere tecnologie raffinate, occorre rendere compatibili le tecnologie e il corpo combattente. Come disse Colin Powell il 12 settembre: avevamo ricevuto informazioni su un possibile attacco di Al Qaida a Manhattan, ma informazioni di questo genere sono quotidiane.
Abbiamo troppa informazione e non sappiamo come elaborarla.

911 ha provocato un tilt cibernetico della potenza globale, e questo un processo che presto riconosceremo come l'Ottantanove americano. Gli effetti della catastrofe si dispiegheranno ineluttabilmente. Ma quale direzione prenderanno? Non esiste più un pensiero strategico americano, e questa è una situazione di pericolosità estrema.

l'Europa paralitica e l'utopia senile

Nello spazio europeo la catastrofe dell'Occidente apre prospettive imprevedibili.

Dopo il No franco-olandese al referendum costituzionale l'Europa è paralitica. Fin quando resta incapace di uscire dai limiti del pensiero neoliberista, l'entità europea si riduce a un sistema di automatismi tecno-finanziari, una gabbia che impone il modello della crescita competitiva a una società che non può più né crescere né competere.

L'Europa deve liberarsi dal modello dell'economia di crescita. Ma non può farlo se non per effetto di un trauma.

Il trauma verrà dalla guerra. Nonostante le sue reticenze l'Europa non ha saputo differenziarsi apertamente dalla guerra di Bush. I limiti dell'identificazione occidentale l'hanno resa ostaggio delle fantiche visioni dell'apocalisse di stampo puritano, wahabita o khomeinista. Ma il clima culturale in Europa, nonostante la presenza del cancro vaticano, non è favorevole al fanatismo identitario. Occorrerà probabilmente attendere gli effetti del disastro afghano perché l'opinione pubblica europa si renda conto che occorre scendere in fretta dal carro armato che corre verso l'abisso. Se non è troppo tardi anche per noi.

L'Europa è il punto più avanzato della senescenza globale. La questione della senescenza del genere umano non è ancora stata registrata dal pensiero politico. Finora si è affrontato il problema in
termini di contabilità pensionistica. Miseria dell'economicismo!
La senilizzazione è un processo di riduzione dell'energia psicofisica dell'insieme sociale, un processo che potrebbe cambiare le prospettive in maniera fantastica nei decenni a venire. Le pulsioni libidiche competitive sono destinate a ridursi. Si spegne la retorica dell'energia, connessa allo spirito del Romanticismo e alla dinamica oggettiva del capitalismo.

L'Europa è l'avanguardia di questo processo. Nel quindicesimo secolo era accaduto il contrario: in seguito alla peste devastante del secolo precedente che aveva eliminato più di un terzo della popolazione europea l'Europa aveva goduto di un soprassalto energetico eccezionale, e aveva
saputo investirlo nella gigantesca impresa di colonizzazione del mondo.
Oggi si tratta di metabolizzare culturalmente la senescenza. O l'Europa riesce a trasformare la senilità in un principio positivo di rilassamento dell'organismo sociale, oppure è fottuta. L'utopia senile della decrescita è l'unica via d'uscita possibile dalla congestione ipercapitalistica e dal fanatismo integralista.
L'Europa è lo spazio culturale entro cui la senilizzazione del mondo può cominciare a produrre i suoi effetti positivi: disinvestimento e godimento del presente.

bifo_RKazione

Ogni situazione di catastrofe apre a una biforcazione.
Si può sprofondare in una spirale infernale, se si rimane ostaggio dei dogmi economici dominanti, e si continua nella strada tracciata aumentando gli sforzi nella direzione sbagliata.
O può verificarsi una rottura epistemologica, può emergere un paradigma post-economico e può rivelarsi una visione del tutto nuovo della relazione tra gli esseri umani.

Il luogo di una rottura di questo genere è l'Europa, e il soggetto non può che essere il lavoro cognitivo reticolare precario.
Solo un processo di autonomizzazione del lavoro mentale dalla regola economica può disattivare il congegno suicida dell'etnicismo e quello non meno suicida della crescita che devastano il pianeta. Il lavoro cognitivo reticolare precario è la funzione trasversale capace di ricombinare gli elementi sociali in mutazione perenne secondo una regola non accumulativa, non competitiva, non aggressiva.

Ma l'autonomizzazione della funzione trasversale cognitiva non può compiersi prima che il trauma abbia prodotto i suoi effetti. E questi potrebbero essere irreversibili. La storia a cui assisteremo nel tempo che viene è quella di una gara tra i tempi dell'attivazione autonoma dell'intelletto collettivo e i tempi dell'apocalisse.

venerdì, novembre 03, 2006

A Roma, ci vai?

"Domani a Roma sfilerà il popolo dei precari".

Così viene annunciata sui GR nazionali la manifestazione convocata dal tavolo Stop precarietà per il 4 novembre nella capitale, dopo di che i commenti - come era facilmente prevedibile - si limitano ai commenti del mondo politico istituzionali, fra chi si sente più al governo e chi più in piazza, sull'unità della maggioranza o sulle sue divisioni... poco o nulla sui temi portanti della piattaforma che ha indetto la manifestazione.

Soprattutto sul "vero" tema al centro della manifestazione, ossia il lavoro e la precarietà, visto che sulla legge Bossi-Fini e sulla legge Moratti nessuno sembra averci davvero creduto, o meglio qualcuno ci avrà anche creduto ma, in questo contesto, risultano solo un "contorno" del piatto forte.
Questa settimana sui giornali si è dato conto delle dinamiche che hanno animato la vigilia di questa manifestazione, ma già da settimane i toni si erano scaldati poiché effettivamente - come si segnala da più parti - è parsa schizzofrenica l'annunciata presenza in piazza di almeno una decina di sottosegretari governativi, mentre fino ad oggi il governo Prodi ai precari ha dato ben poco.

Io a Roma ho deciso di non andare, il tavolo Stop Precarietà non mi convinse nemmeno alla sua nascita ed il tempo non ha migliorato la situazione: domani in piazza ci saranno molti precari, ma le parole d'ordine che gli verranno attribuite non penso siano le "nostre" parole d'ordine, cioè quelle emerse dal decennio delle grandi manifestazioni che a partire da Seattle hanno segnato il nostro tempo.


Domani si chiederà a gran voce il ritorno della centralità del lavoro subordinato, mentre si dimenticherà il diritto al reddito o alla formazione.

lunedì, ottobre 30, 2006

La Terra non ci sopporta più.

Ancora cinquant'anni e il pianeta non ci sopporterà più, la catastrofe sembra trovare la cifra da cui far iniziare il count down. Lo dice chiaramente il rapporto - e non è il primo né l'unico - presentato alcuni giorni fa in Cina dal WWF, in cui si evidenzia come con questo trend di crescita a livello globale la terra non riuscirà a rigenerare le risorse minime per evitare il collasso dell'ecosistema terrestre.

Se invertissimo drasticamente il trend potremmo guadagnare qualche decennio - dico io -, ma ciò appare assai improbabile: il Living planet report non è stato presentato in Cina casualmente, ma per l'incidenza sempre maggiore dell'impornta ecologica di quel paese, ma viene da pensare che un altro motivo sia l'atteggiamento di minimizzazione di questi problemi da parte dei paesi occidentali.
E non penso sia una buona ancora della speranza il doversi agrappare alla Cina, ma certo non è intelligente aspettarsi nemmeno che i paesi che fino ad oggi hanno fatto "orecchie da mercante" - e che sono i principali responsabili dello stato delle cose ad oggi - da domani decidano di invertire la rotta.


Qui è disponibile il Living planet report (in english, of course)

Quello che segue un articolo di commento di Marina Forti.


L'umanità insostenibile
Living Planet 2006, il rapporto del Wwf sullo stato degli ecosistemi, presentato ieri in Cina, dice che la vita naturale declina veloce. E che gli umani consumano più risorse di quanto la Terra riesca a rigenerare: è la nostra «impronta ecologica»

Questa volta fa notizia il rapporto Living Planet, pubblicato ieri dal Wwf internazionale, come ogni due anni, per aggiornare sullo stato degli ecosistemi del pianeta. Fa notizia e con ragione: il rapporto «pianeta vivente» 2006 avverte che se l'umanità continua a consumare risorse naturali al ritmo attuale, entro il 2050 ci servirà due volte la capacità biologica del pianeta. Insomma: avanti così il collasso è inevitabile, e anche abbastanza vicino.
Living Planet è il risultato di due anni di studio sui dati del 2003. Descrive lo stato della biodiversità (l'insieme dei viventi che popola il pianeta) e la pressione degli umani sulla biosfera. Per questo usa due indicatori: il primo è battezzato «indice del pianeta vivente» (Living Planet Index) e misura i trend della vita sul pianeta. Più precisamente, osserva 1.313 specie di vertebrati (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) di tutto il mondo: sono solo una parte di tutte le specie viventi del pianeta, ma il trend di queste popolazioni è indicativo dello stato di tutta la biodiversità. Ebbene, tra il 1970 e il 2003 la popolazione dei vertebrati è declinata di circa un terzo: stiamo degradando gli ecosistemi naturali a un ritmo che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
L'altro indice usato dagli scienziati che hanno lavorato con il Wwf è l'«impronta ecologica» (Ecological Footprint). E' un termine noto a ecologi e ambientalisti, forse meno al pubblico più generale (e per nulla a chi determina le decisioni politiche): l'«impronta ecologica» misura la domanda di terra e acqua biologicamente produttiva necessaria agli umani per produrre ciò che consumano. Ovvero: la terra coltivabile, i pascoli, le foreste, i banchi di pesca necessari a produrre il cibo, fibre e legname che consumiamo; più il territorio necessario ad assorbire i rifiuti che produciamo inclusi quelli generati consumando energia (quindi anche l'anidride carbonica che fa effetto serra e modifica il clima) e il territorio che occupiamo per le nostre infrastrutture (il consumo d'acqua dolce non è incluso; il rapporto vi dedica un capitolo a sé).
Ebbene: nel 2003 l'impronta ecologica globale dell'umanità era di 14,1 miliardi di ettari globali (cioè ettari biologicamente produttivi, con capacità media di produrre e assorbire risorse), pari a 2,2 ettari globali per persona. Ma la «biocapacità» totale era di 11,2 ettari globali, pari a 1,8 ettari procapite. Dunque eccediamo la biocapacità del pianeta, ed è così ormai dalla metà degli anni '80: ormai la domanda eccede l'offerta del 25%. E' il «debito ecologico».

Se andiamo a guardare per aree mondiali scopriamo lo squilibrio di sempre: le impronte ecologiche più pesanti sono quelle di Emirati arabi uniti e Stati uniti, la più bassa in assoluto quella dell'Afghanistan; tutti i paesi industrializzati sono ben sopra la media mondiale, l'India al di sotto. La Cina sta circa a metà, poco sotto la media: paese in rapida crescita economica, avrà un ruolo chiave nell'uso più o meno sostenibile delle risorse nei decenni a venire: per questo il Wwf internazionale ha deciso di presentare il suo rapporto ieri proprio a Pechino.
L'Italia ha un'impronta ecologica pro capite di 4,2 ettari globali, con un deficit ecologico di 3,1 ettari pro capite rispetto alla nostra biocapacità. E questo ci mette al 29esimo posto mondiale.
Viene da pensare che nei decenni del grande sviluppo industriale il mondo ha discusso di esaurimento delle risorse naturali come limite allo sviluppo, dal petrolio (risorsa non rinnovabile) in poi. Ma ancora prima delle materie prime naturali, quallo che sta finendo è la capacità della Terra di assorbire i nostri rifiuti e rigenerarsi. L'umanità trasforma le risorse naturali in rifiuti molto più in fretta di quanto la natura ritrasformi i rifiuti in risorse.
E' la catastrofe? Sì, a meno che si inverta la rotta. Il Wwf ipotizza diversi «scenari» e dice che è ancora possibile la transizione a una situazione sostenibile: ma questo implica prendere subito decisioni, perché le politiche e gli investimenti avviati ora persisteranno per gran parte del secolo. Ed è questo che preoccupa: i dirigenti mondiali non hanno finora mostrato di comprendere l'urgenza del problema.

martedì, ottobre 24, 2006

La teoria del valore e YouTube

Circa un anno fa lessi un breve articolo che, a partire da una riflessione generale e poi particolare intorno ad un libro specifico, mi affascinò parecchio, più che altro per la buona sintesi con cui veniva presentato un problema e, al contempo, evidenziata una critica. In questi giorni, per uno strano gioco di ricorsi, mi sono trovato a spolverare my brain in cerca di qualcosa che mi permettesse di ritrovare quel breve articolo che a partire da una disamina breve e incisiva dei mutamenti strutturali e in particolare del lavoro poneva una critica rispetto all'attuale validità della Teoria del valore in Marx.

Alla fine ho ritrovato la fonte: un articolo di Antonio Caronia dell'ottobre 2005 pubblicato su Socialpress (si trova qui), che in realtà a rileggerlo in sé non dice molto ma che per me era stato alquanto evocativo e proficuo, tanto da lasciare una traccia nella mia memoria.

La parte dell'articolo che mi interessa qui richiamare è quella in cui Caronia richiama il libro E-Work. Lavoro, rete, innovazione di Sergio Bellucci - fra l'altro responsabile di rifondazione per la comunicazione e le nuove tecnologie.
Il libro in questione non l'ho letto - certe cose si rimandano per una vita - ma è interessante ciò che fa notare a proposito Caronia, secondo me proponendo una critica che tocca generalmente anche altri lavori a proposito delle "nuove" forme del lavoro nel capitalismo cognitivo: l'idea, in sintesi, che si possa considerare tuttora valida la Teoria del valore di Ricardo e poi di Marx, anche in condizioni strutturali che fanno delle dimensioni comunicativa e linguistica - attraverso la mediazione delle tecnologie telematiche - le risorse fondamentali del processo produttivo e, quindi, della valorizzazione capitalistica.

Scrive Caronia:
"Bellucci ha ben presente tutto ciò [il ruolo delle capacità cognitive e delle tecnologie telematiche, n.d.r.], e cerca di ricavarne alcune direzioni di ricerca per la teoria e per la prassi, sforzandosi per esempio di mettere in relazione l’avvento del digitale con alcuni snodi del pensiero scientifico e filosofico fra Otto e Novecento (dall’algebra di Boole alla meccanica quantistica alle teorie del caos e della complessità).
È vero che non tutto ciò che scrive al proposito è convincente, e alcuni passaggi appaiono forzati e un po’ meccanici. Ma non stanno qui, a mio parere, i limiti maggiori del suo libro, quanto in una "timidezza" teorica che a volte gli impedisce di rimettere in discussione punti decisivi della teoria e delle analisi tradizionali, sì che spesso egli sembra non riuscire a trarre tutte le conseguenze implicite nelle sue stesse premesse."

"È ciò che accade su un punto teorico decisivo come la teoria del valore, che Marx riprese da Ricardo, e che collega il valore di scambio di una merce al tempo di lavoro necessario per produrla. Bellucci (pag. 62) sembra ritenerla ancora valida, mentre a me pare che proprio questa sia una delle parti più caduche del quadro teorico marxiano, tanto più oggi quando (come abbiamo visto) il processo di valorizzazione non appare più confinato ai tradizionali luoghi produttivi (la fabbrica), ma si allarga tendenzialmente a tutta la società."

Certamente la parte che lasciò un segno nella mia memoria fu quella qui sopra sottolineata, in cui appunto si pone il problema di come possa la teoria del valore dar conto dei processi di valorizzazione capitalistica che innervano il capitalismo cognitivo. E certamente mi ritrovai nel individuare nella teoria del valore la parte oggi più dubbia della teoria marxiana.

Da Wikypedia: "L'economia politica ha sempre cercato di dare risposta alla domanda: da dove deriva il valore? Le risposte sono state assai divergenti. Si va dalla scarsità dei beni disponibili, alla loro utilità, alla necessità di remunerare i fattori produttivi, includendovi il capitale e considerando la sua remunerazione – il profitto – come la ricompensa per l'astinenza del capitalista, il quale rinuncia al consumo per impiegare produttivamente la propria ricchezza, e così via." [qui]

Altrettanto interessante è per me il legame fra il processo di valorizzazione capitalistica e i luoghi della produzione: la produzione di fabbrica - pur ancora necessaria e ampiamente diffusa - ha perso la sua egemonia, ossia la sua capacità di "comandare" le diverse forme del lavoro, mentre è emerso con prepotenza il territorio come elemento fondamentale nella produzione di valore, tanto che alcuni autori, nel riferirsi ai rapporti di produzione odierni, ritengono si debbano considerare oltre che Capitale e Lavoro anche il territorio.

Cercherò di tornare in altri post sul ruolo del territorio.

Ora vorrei tornare ai ricorsi di cui parlavo all'inizio di questo post, infatti questo articolo di Caronia mi è stato fatto tornare alla mente da una chiaccherata con un amico impegnato in letture seventies sulla Teoria del valore in Marx (non proprio per sua scelta).

Poi alcuni giorni fa un fatto di cronaca economica ha fatto scattare un ulteriore connessione con questo articolo, quasi una conferma implicita che la teoria del valore ha bisogno quanto meno di una revisione: la vicenda è quella di YouTube e del suo acquisto da parte del colosso Google.

Conosciamo YouTube, anche solo perché su questo blog sono finiti alcuni video da lì scaricati, ma è bene dire in due parole che cosa "produce" YouTube, "chi" e "come" lo produce.
Da Wikypedia: "
YouTube è un sito molto popolare a livello internazionale che consente agli utenti l'upload, la visione e in generale la condivisione di video. YouTube è stato creato nel febbraio del 2005. [...] La popolarità di YouTube è superiore a quella di Google Video, poiché consente l'upload di video creati da chiunque. Infatti YouTube ospita video di: show televisivi, video musicali e video personali fatti in casa dagli utenti. I video ospitati su YouTube possono inoltre essere facilmente inclusi in siti web e blog utilizzando direttamente il codice HTML fornito da YouTube." [qui]

In questa definizione troviamo le risposte alle domande poste poco sopra (evidenziate in corsivo), concludendo che YouTube di fatto mette semplicemente a disposizione una piattaforma che permetta la condivisione di video. Una specie di post-televisione, dove l'utente guarda ciò che vuole e con semplicità offre agli altri utenti suoi materiali video (di ogni genere), all'interno di una struttura agli antipodi di quella della televisione: nessun palinsesto, nessuna struttura.

YouTube, in due parole, è ad oggi un'azienda a zero profitti. La cosa più interessante è che a fronte di un'impresa che non produce nulla il colosso Google (che a sua volta non produce nulla, ma almeno ricava profitti dai serivizi che fanno contorno al motore di ricerca) ha acquisito YouTube per la cifra di 1,65 miliardi di dollari.

Eravamo già abituati a "follie" del genere, ma certo nel contesto di questo post si capisce meglio che cosa possiamo intravedere dietro operazioni del genere. Certo difficilmente potremo ancora pensare che il
valore sia oggi semplicemente determinato dalla quantità di denaro alla quale un bene od un servizio può essere scambiato...

E alla fine un omaggio alla rivincita dei nerds che continua: Steve Chen e Chad Hurley sono i fondatori di YouTube che hanno chiuso l'affare con Google, questo sotto è il video con cui annunciano la vendita...







lunedì, ottobre 23, 2006

La Val di Mello in pericolo! Firma la petizione


Per chi non la conoscesse la Val di Mello è una valle laterale della Valtellina, poco lontano da Sondrio. E' una valle alpina di splendide pareti rocciose e boschi, molto conosciuta nell'ambiente alpinistico (visto che alle alte quote vi sono ancora ghiacciai) e in particolare in quello del free-climbing. Infatti, la Val di Mello è stata terra mitica per l'arrampicata libera in particolar modo per ciò che rappresentarono le sue placche rocciose per una generazione di "arrampicatori" che negli "anni della contestazione" rinnovò le motivazioni e il senso di questa discliplina.
Oggi la Val di Mello è in pericolo: la Geogreen S.p.a. ha sviluppato un progetto che prevede la captazione di ogni torrente che alimenta la Val di Mello, ovviamente a scopi industriali... Quello che segue è l'appello del Comitato in difesa della Val di Mello, in cui fra l'altro ci viene spiegato come è potuta sfuggire a questo destino negli anni passati in cui l'Enel in primis ha sfruttato massicciamente ogni fonte idrica in ogni valle alpina.

Al seguente link trovate una petizione che vi invito a firmare per fermare il progetto:

Petizione Val di Mello

Il comitato in difesa della Val di Mello ha iniziato la raccolta firme contro il progetto della Geogreen spa di captare TUTTI i torrenti che alimentano la Val di Mello.

Progetto folle, sconcertante dal punto di vista ambientale, paesaggistico, turistico e storico. Becero anche prettamente dal punto di vista economico andando a compromettere irrimediabilmente il turismo che è la fonte principale di sostentamento delle popolazioni locali.

La Val di Mello piccola Valle Monumentale riconosciuta in tutto il mondo per le sue straordinarie qualità paesaggistiche, si è salvata negli anni sessanta dalle captazioni dell'Enel, dalle speculazioni edilizie, dalle cave, dalle strade, dalle arginature in cemento... Da quarant'anni è tutelata da leggi dello stato:

Decreto Ministeriale del 16 novembre 1973 che la individua come "zona di notevole interesse pubblico: un quadro panoramico alpino di rara bellezza e incontaminato con magnifica vegetazione di faggi, abeti e betulle formato in primo piano da verdi pascoli e acclivi e ricchi di acque, tesi verso i monti che seguono la valle, punteggiato da massi erratici e da casolari sparsi e malghe che costituiscono un suggestivo e caratteristico aspetto, fuso con la natura, avente valore estetico e tradizionale".

Diventata area SIC (Sito di Interesse Comunitario), facente parte del Nascente Parco del Bernina Badile Disgrazia, promossa a Monumento Naturale... Questo patrimonio ambientale non può finire nel 2006 distrutto per l'interesse speculativo di una ditta privata.

Salvare la Val di Mello è una questione di "buon senso" è un dovere di ogni cittadino, è una forma di riscatto verso tutte le speculazioni che hanno devastato il nostro territorio è fissare un punto oltre il quale non si può andare. Per la nostra dignità e per lasciare alle future generazioni l'ultimo meraviglioso giardino delle nostre Alpi.

venerdì, ottobre 20, 2006

Metamorfosi del guerriero

E' uscito in libreria il nuovo numero della rivista Conflitti Globali, continua così il percorso di ricerca avviato su questa rivista da Alessandro Dal Lago, Max Guareschi, Salvatore Palidda, Roberto Ciccarelli ed altri a partire dalla constatazione che "pensare i conflitti politici e sociali, in un'accezione molto ampia, senza proiettarli su scala planetaria è oggi privo di senso". Una novità si può trovare nella nuova casa editrice che pubblica la rivista che quindi è migrata dalla famigliare Shake Edizioni alla - al momento abbastanza misteriosa, provate a seguire il link... - Agenzia X.


Purtroppo la rivista non ha un sito, soprattutto non sono riuscito a trovare in rete qualche pezzo in anteprima da potervi servire come "antipasto", quindi ho pensato - dopo avervi brevemente presentato questo numero - di pubblicare l'editoriale al primo numero della rivista che rappresenta un pò il progetto di ricerca che sottende alla rivista.

Ma prima, per restare a Metamorfosi del guerriero, una breve presentazione (per quello che ho scovato e visto in rete...): numero che continua appunto la riflessione sulle nuove forme dei conflitti e che in particolare si dedica al
tratteggio dei nuovi guerrieri (che oggi si chiamano militari ma anche bodyguard, mercenari, legionari, fino a terroristi) e che quindi investe un'ampia gamma di questioni correlate.

In questo numero della rivista semestrale Confltti globali vengono presentati gli articoli di: Jean-Paul Hanon, Mauro Bulgarelli, Umberto Zona, Emilio Quadrelli, Dario Malventi, Roberto Ciccarelli, Mario Vegetti, Claudio Azzara, Gian Piero Piretto, Friedrich Gorge Junger, Georg Rimmel, Augusta Molinari, Mustapha el Quadéry, Georges Canguilhem, Francisco Ferràndz, Stefano Meriggi.


Come dicevo sopra ecco di seguito l'editoriale (anno 2005) che traccia gli obbiettivi del progetto di ricerca di Conflitti Globali.


Editoriale a cura della redazione di Conflitti Globali

Pensare i conflitti politici e sociali, in un'accezione molto ampia, senza proiettarli su scala planetaria è oggi privo di senso. Ciò non significa perseguire un'impossibile lettura unitaria o globale del conflitto - come avviene, al prezzo di un'evidente deriva ideologica, nelle teorie oggi prevalenti di destra ("scontro di civiltà") o di sinistra ("guerra civile globale") - quanto piuttosto comprendere la rete di implicazioni di cui ogni conflitto è espressione.
Così, per esempio, la posta del controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente è in gioco su diversi piani: egemonia americana, ruolo dell'Europa (con le sue divisioni e diverse sfere d'influenza), economia globale, mercato petrolifero, crisi dei nazionalismi arabi, movimenti religiosi ecc. Ognuno di questi piani è sia locale, sia globale e interconnesso con gli altri secondo linee di trasformazione che, fase dopo fase, producono un certo quadro strategico.
Pensare di definire il quadro in modo monocausale o ricorrendo a logiche binarie (come il conflitto impero-resistenza globale) oppure alla mera meccanica delle forze (geopolitica) è un modo per inibirsi la comprensione dei conflitti globali. La tentazione, oggi prevalente, di una spiegazione culturalista dei conflitti è priva di respiro, in quanto cristallizza in slogan cognitivi processi molto più complessi e sfaccettati.
Questo emerge dalla situazione irachena, in cui l'evidente alleanza tattica antioccidentale di gruppi che si richiamano a culture o confessioni eterogenee - laici ex baathisti e nazionalisti, gruppi di ispirazione sunnita e sciiti di vario genere, autonomi e filoiraniani, islamici generici, propaggini dell'internazionale miliardaria di bin Laden o di altre reti - ha svuotato di senso l'ipotesi di spiegazione religiosa o culturale della guerra scoppiata dopo la sensazionale dichiarazione di Bush secondo cui la "missione [era] compiuta". Non per questo, ovviamente, si tratta di ignorare il ruolo delle culture (o, in senso lato, della cultura) nell'analisi dei conflitti sociali e politici. È necessario invece abbandonare il pregiudizio secondo cui il conflitto oppone modelli culturali più o meno compatti e riflettere, al contrario, sulla natura politica di molti supposti conflitti culturali.
Un aspetto decisivo dello stile analitico che qui si propone è l'interesse per il carattere aleatorio dei conflitti contemporanei (a partire dalla fondamentale intuizione clausewitziana della guerra come "gioco a rischio"). Sottolineare la dimensione "aleatoria" significa semplicemente riconoscere la limitata prevedibilità dell'esito di ogni partita, tattica e strategica, nella definizione del quadro conflittuale, dal singolo teatro fino alla situazione complessiva o globale. Si deve tenere conto che, date le caratteristiche dei conflitti contemporanei - ubiqui e interconnessi, e in questo senso globali - l'accelerazione dei processi è continua, e comunque superiore a quella che caratterizzava il mondo sinistramente rassicurante del bipolarismo. I processi sono resi sempre più veloci - e quindi scarsamente prevedibili - dal ruolo che il ricorso alle armi ha nella definizione dei conflitti.
L'ubiquità della guerra, e quindi della decisione armata, eventualizza - per così dire - le dinamiche politiche e sociali che siamo abituati a pensare come lunghe o lente.
Quando si sceglie di combattere, si rischia per definizione, ci si espone alla sconfitta (strettamente militare, strategica, tattica o politica a seconda dei casi). Il solo fatto di ricorrere all'uso indiscriminato e normale delle armi produce contraccolpi inimmaginabili, difficili da prevedere per qualsiasi analisi strategica.
Naturalmente, alla guerra corrisponde sempre una resistenza che va al di là della mera o apparente sconfitta sul campo dei più deboli (l'Iraq insegna).
La resistenza tende a trasformarsi in vittoria quando gli sconfitti rifiutano di combattere come vogliono i più forti. Napoleone comincia a perdere il suo impero in Spagna in quanto gli spagnoli non accettano le battaglie campali ma praticano la guerriglia, e in Russia perché gli avversari operano una ritirata strategica in spazi sconfinati; gli americani tendono a perdere le guerre che non si adattano al loro modello strategico (Vietnam, Iraq), allo stesso modo dei russi in Afghanistan e Cecenia. Naturalmente i modelli evolvono: la resistenza popolare alla vietnamita è costosissima (1 milione e mezzo di morti vietnamiti contro i 58.000 americani) e quindi è ragionevole pensare che il "terrorismo" - indipendentemente da considerazioni morali - rappresenti l'inevitabile forma che assume la resistenza contro nemici armati in modo ipertecnologico.
D'altra parte, nulla di particolarmente nuovo sotto il sole: è proprio ciò che oggi chiamiamo "terrorismo" ad avere permesso su scala limitata, non globale, i successi dei gruppi clandestini ebraici contro gli inglesi in Palestina e del Fronte di liberazione nazionale algerino contro i parà francesi...

Con queste considerazioni, non si vuole proporre una rivista di studi militari, ma una rassegna di ricerche e interventi che, nell'analisi dei conflitti locali-globali non ignorino la dimensione militare come interfaccia abituale - oggi, più di ieri - del sociale e del politico.
Quindi, una rivista che assuma le trasformazioni del militare come piano di analisi non esclusivo ma rilevante della conflittualità contemporanea. Ecco allora che diventano cruciali, insieme all'analisi dell'ubiquità della guerra, aspetti e problemi come la militarizzazione della società nell'era del terrorismo, la sorveglianza, il controllo urbano, la gestione militare delle migrazioni, le nuove modalità di internamento (dai campi per "combattenti illegittimi" ai Cpt per migranti "clandestini"), le trasformazioni del diritto in chiave di "emergenza", il peace keeping ecc.
In breve si propone un tipo di analisi che mira a comprendere la dimensione biopolitica e strategica dei conflitti nell'era della globalizzazione. Con il richiamo alla biopolitica e quindi a Foucault non intendiamo rivendicare alcuna filiazione teorica. Diversamente, il metodo elaborato da Foucault nell'ambito di una ricerca ancora legata a un ambito nazionale - appare straordinariamente adatto al quadro di implicazione globale che si offre al nostro sguardo per diverse ragioni:

• Non esiste il Potere globale o l'Impero, ma una rete di poteri imperiali (neocoloniali o continentali) che ridefiniscono continuamente i loro ambiti di reciproca interferenza ed esclusione (oggi il potere degli Stati uniti è in larga parte egemone, sul piano militare, ma non si deve dimenticare che la capacità di intervento americana si scontra con limiti oggettivi: si veda il peso politico-militare effettivo o virtuale di Cina, Russia e altri mondi...).

• Esistono diversi piani strutturali di potere, politico, militare, finanziario, economico, tecnologico, mediale, culturale ecc. Non ha senso presupporre una loro solidarietà a priori (alla lunga, se il prezzo del petrolio cresce in modo esponenziale, qualcuno, negli Stati uniti o altrove, chiederà il conto a G.W. Bush del suo avventurismo), mentre è necessario analizzarne le congiunzioni, le disgiunzioni, le solidarietà e i conflitti.

• I poteri, o le costellazioni di poteri occasionali o stabili, suscitano, per la loro dinamicità e produttività, le correlative resistenze, che a loro volta non sono necessariamente solidali tra loro.

• Non si dà un Soggetto all'opposizione globale, mentre esistono i soggetti in relazione ai poteri, e questi in relazione ai soggetti. Pensare di semplificare il quadro unificando, se non altro su un piano categoriale, i "resistenti" non è altro che un escamotage chiliastico, un modo per non analizzare le costellazioni empiriche poteri-resistenze.

• Non esistono strategie unificate dei poteri globali, e tanto meno intenzionali o onniscienti. Le guerre imperiali in alcuni casi possono condurre a vittorie spettacolari (Golfo 1991, Kosovo 1999), ma anche a ritirate precipitose (Somalia 1993) e a veri e propri fallimenti e impasse (Iraq, a partire dal 2003). Pertanto, i piani strategici si riformulano in continuazione, come politique politicienne armata su scala globale. Il linguaggio foucaltiano - strategie e tattiche, alleanze, avanzate e ritirate ecc. (sempre al plurale) - risulta quindi adeguato per descrivere le trame empiriche dei poteri.

• Internamenti, controlli, sbarramenti, barriere interne ed esterne, confini evolvono in relazione alla gestione, da parte dei poteri, dell'ubiquità del conflitto.

• La vita delle società non può essere pensata in modo autonomo dal quadro delineato di una conflittualità globale. Possiamo ritenere che il mondo evolva - senza immaginare a breve o lungo termine una sua unificazione - in una società globale dei controlli, in cui la singolarità dell'esistenza e delle sue scelte, l'espressione politica dei gruppi, l'azione in difesa delle libertà individuali e collettive sia sempre più condizionata dall'incombere di un opprimente reticolo di condizionamenti.

• In poche parole, si ripropone qui il metodo dell'empirismo radicale o "positivismo" felice di Foucault, per trascenderlo nella scala molto ampia che è divenuta la nostra.


giovedì, ottobre 19, 2006

Gli affreschi per la Cappella di San Precario

Il nostro santo preferito negli ultimi tempi ha perso un poco di appeal o, più probabilmente, seguendo l'andamento del movimento costituito dai suoi fedeli si è fatto dimora negli ambiti più privati e intimi di noi...

Gli affreschi per la Cappella di San Precario sono però alquanto belli e divertenti, quindi oltre a segnalare il link al sito dove possono essere scaricati di seguito alcuni fra quelli che più mi sono piaciuti...














La maternità ed il contratto a termine qui sopra...













Il licenziamento e il padrone qui sopra...

Se volete vedere il bozzetto per la statua del santo e le immagini alla loro fonte d'origine clicca qui su San Precario...

Negli Stati Uniti di fatto abolito l'Habeas Corpus


Alcuni giorni fa, con precisione il 17 ottobre 2006, il presidente statunitense George W. Bush ha firmato l'approvazione del Military Commissions Act of 2006 che di fatto abolisce l'Habeas Corpus e quindi garantisce un potere pressoché assoluto allo Stato. Che cosa è l'Habeas Corpus? Su Wikypedia alla voce Habeas Corpus:

"Comunemente con habeas corpus ci si riferisce a un particolare tipo di ordine denominato (in inglese writ), in forma completa, habeas corpus ad subjiciendum; esistevano tuttavia altri tipi di writs dello stesso tipo, quale il writ habeas corpus ad testificandum.

Il writ di habeas corpus è detto anche Great writ per la sua importanza fondamentale nel sistema di diritto inglese. La sua importanza può meglio essere compresa se si considera che nel diritto delle origini ogni suddito poteva essere soggetto a una pluralità di giurisdizioni locali e signoriali, le quali tutte potevano disporre fisicamente del soggetto. Con l'emissione del writ di habeas corpus una corte reale poteva ordinare a qualsiasi altra giurisdizione la consegna del prigioniero garantendolo dall'arbitrio signoriale."

Chiaro? Ma richiamiamo anche un pò della sua storia:

"Il writ di habeas corpus è citato nelle fondi di diritto inglese (Blackstone) fin dal 1305, sotto il regno di Edoardo I, per quanto anche anteriormente a tale data fossero stati emessi writs di contenuto analogo."

Il 27 maggio 1769 venne promulgato l'Habeas Corpus Act per ripristinare l'efficacia di questo strumento che nel frattempo le pratiche delle corti di giustizia avevano indebolito, l'incipit del documento recita: "Whereas great delays have been used by sheriffs, gaolers and other officers, to whose custody, any of the King's subjects have been committed for criminal or supposed criminal matters, in making returns of writs of habeas corpus to them directed, by standing out an alias and pluries habeas corpus, and sometimes more, and by other shifts to avoid their yielding obedience to such writs, contrary to their duty and the known laws of the land, whereby many of the King's subjects have been and hereafter may be long detained in prison, in such cases where by law they are bailable, to their great charges and vexation."

Dal corpus legislativo inglese questo principio fondamentale è stato poi applicato in tutte le costituzioni occidentali, fino ad essere inserito il 10 dicembre 1948 nella Dichiarazione Universale dei Diritti del Uomo, che all'articolo 9 recita: "Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, trattenuto o esiliato."

La questione emerge qui con tutta la sua forza, ma molti ricorderanno che lo stesso presidente G. W. Bush forzò ampiamente questo principio immediatamente dopo la strage delle Twin Towers con l'approvazione del Patriot Act, ma soprattutto con la materializzazione di strutture carcerarie quali Guantanamo. Interessante proporre qui il link con un articolo del 2004 che compare sul sito dell'Associazione italiana dei costituzionalisti e che segnala quali poteri assolutamente straordinari il George W. Bush abbia introdotto nell'ordinamento statunitense con una serie di atti governativi.
I provvedimenti adottati in quel contesto hanno fornito:
  1. la possibilità di intercettare, registrare ed utilizzare le comunicazioni telefoniche a fini giudiziari senza autorizzazione preventiva di un giudice;
  2. l’autorizzazione per i servizi di sicurezza e di informazione di condividere le informazioni,ivi comprese le registrazioni di ascolto telefonico ,senza autorizzazione preventiva di un magistrato ;
  3. l’estensione a 90 giorni della possibilità di procedere a delle intercettazioni telefoniche nel quadro di una inchiesta ,senza l’autorizzazione del magistrato;
  4. l’eliminazione dell’obbligo di dichiarare la posizione sotto controllo di un sospetto nell’ambito delle intercettazioni relative a temi di sicurezza nazionale;
  5. l’obbligo per tutti gli operatori di internet di concedere informazioni confidenziali su semplice domanda delle forze di polizia o dei servizi di sicurezza,senza l’autorizzazione di un magistrato ;
  6. la possibilità dell’esecutivo di far giudicare i terroristi catturati da tribunali militari a porte chiuse ,senza le garanzie usuali dei procedimenti giurisdizionali.
Impressionante, vero? Molto peggio delle maledette leggi speciali introdotte in Italia a partire dagli anni '70, soprattutto quando normalmente ci si riferisce agli Stati Uniti come alla più grande (a questo punto forse per dimensioni?) democrazia del mondo.

Di seguito a proposito del Military Commissions Act of 2006 il commento dell'Associazione U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome che giustamente oltre a rendere nota la loro preoccupazione come cittadini statunitensi si chiedono se il Ministero degli Esteri italiano ha in programma di diramare un avviso per i cittadini italiani che intendono recarsi negli Stati Uniti...
perché, a questo punto, come si decide chi è
un "combattente nemico illegale"?

Avviso per i viaggiatori diretti verso gli Stati Uniti

Per noi cittadini statunitensi, il giorno 17 ottobre 2006 verrà ricordato come un giorno nero nella storia del nostro paese, il giorno in cui il presidente George W. Bush ha firmato il Military Commissions Act of 2006. Questa nuova legge, autorizzata dal Congresso (altro giorno nero ...), conferisce poteri senza precedenti al presidente per imprigionare chiunque egli dovesse ritenere un "combattente nemico illegale" e processarlo attraverso commissioni militari.

In conseguenza di questa legge, ci si chiede se il Ministero degli Esteri italiano ha in programma di diramare un avviso per i cittadini italiani che intendono recarsi negli Stati Uniti. Tale avviso dovrebbe spiegare che la nuova legge lascia al presidente decidere, secondo una definizione vaga ed ambigua, chi è un "combattente nemico illegale".
Questa definizione comprende non solo chi si è impegnato in atti ostili contro gli Stati Uniti o i suoi co-belligeranti, ma anche chi intenzionalmente e materialmente sostiene tali ostilità. Le prove al
riguardo non devono essere rese pubbliche.

L'avviso dovrebbe sottolineare che i cittadini non statunitensi definiti come "combattenti nemici illegali" potrebbero essere arrestati, anche senza capi d'accusa, e imprigionati a tempo indeterminato. La nuova legge, infatti, elimina il diritto all'habeas corpus, ossia il diritto di contestare i motivi della propria detenzione davanti a un tribunale civile.

Secondo i termini di questa legge, se e quando il detenuto viene processato ciò sarà attraverso una commissione militare istituita dal Ministro della Difesa o da altro ufficiale militare e sarà composta di giudici e avvocati militari. Il detenuto non godrà delle protezioni legali riconosciute come fondamentali nei paesi civili. Può non essere informato delle prove contro di sé e sono ammissibili anche le prove ottenute con metodi ritenuti equivalenti alla tortura. Le "tecniche di interrogatorio" applicabili verranno decise da Bush e non saranno rese pubbliche. Inoltre, la possibilità di ricorrere in appello è stata quasi del tutto eliminata, e gli appelli che si basano sulle Convenzioni di Ginevra veranno respinti.

Infine, l'avviso dovrebbe ricordare ai viaggiatori che nel gennaio del 2006 la Kellogg, Brown & Root, filiale del gruppo Halliburton, ha vinto un contratto per 385 milioni di dollari per costruire negli Stati Uniti centri di detenzione, le cui località non sono state rivelate, da utlizzare, come si legge in un comunicato stampa della KBR, per "lo sviluppo rapido di nuovi programmi".