domenica, ottobre 28, 2007

Il trionfo dei ratti malgrado l'agio della civiltà

di Pierpaolo Ascari - il manifesto, 26 ottobre 2007
immagine di banksy


Nonostante se ne fosse già parlato alcuni anni prima, quando il sindaco Giuliani ne aveva fatto l'oggetto di una guerra senza quartiere, fu solo nel settembre del 2000 che il rattus norvegicus associò il proprio nome a quello dell'uomo più potente del mondo. Anche per un mammifero che intorno al 1750 era emigrato dalla Russia per figliare nelle capitanerie di mezza Europa e portare a termine la navigazione dell'Atlantico in un giorno imprecisato del diciannovesimo secolo, gli onori della stampa internazionale non erano affatto scontati.

Eppure il rattus norvegicus era lì, installato al centro della campagna elettorale per le elezioni del presidente americano. A trascinarcelo erano stati i ragazzi della comunicazione assunti dal governatore del Texas, o meglio ancora un pensionato di Seattle che, armato di videoregistratore, li aveva messi al tappeto. Gary Greenup, così si chiamava il pensionato, aveva notato come nello spot che riassumeva il punto di vista dei repubblicani sulle qualità di Albert Gore, gli uomini del futuro presidente avessero inserito alcuni fotogrammi subliminali, che per un momento parvero compromettere le aspirazioni di Bush alla Casa Bianca. In quei fotogrammi appariva una scritta di sole quattro lettere - rats, ratti appunto - che Greenup era riuscito a stanare dalle fogne della competizione politica.

Che si trattasse del rattus norvegicus, il ratto marrone, non poteva essere motivo di discussione: infatti, una volta sbarcati sul suolo americano, i topi scandinavi (così classificati solo grazie a causa di un errore contenuto nei Profili della storia naturale della Gran Bretagna di John Berkenhout) avevano costretto i pochi cugini neri sopravvissuti a ritirarsi sulle palme e nelle soffitte di Los Angeles. In ogni caso, la comparsa dei ratti nel videoregistratore di Seattle operava una sorta di processo ai limiti della democrazia - tanto simile all'esercizio di un voto estemporaneo da mortificarsi nella pulsazione di un fotogramma - e il fatto che a rivelarne l'oroscopo fossero proprio loro, i topi di fogna, non aveva nulla di occasionale.
Anche nell'inchiesta - titolata Ratti, trad. di Carlo Torielli, Isbn - che Robert Sullivan ha dedicato al rattus norvegicus qualche mese dopo le elezioni del presidente americano, infatti, si direbbe che tutto ciò che appartiene all'universo dei topi si inserisca in una prospettiva analoga a quella indicata dalle scritte di Bush. I ratti fanno tendenzialmente schifo, questo è noto, trasmettono le pulci della peste, la febbre gialla, il virus del Nilo, si cibano di immondizia e soprattutto hanno la propensione a rivelare gli aspetti più sgradevoli e maleodoranti di tutto ciò che finisce nel loro raggio di azione.

Un esempio tra i tanti lo potrebbe fornire Barry Beck, il più grande derattizzatore di New York, che non si perde in giri di parole per ammettere di non essere minimamente interessato a chiunque gli impedisca di fare cassa: «Sono un capitalista - taglia corto. - Se non ci guadagno non ho bisogno di te». Ancora meno sorvegliate potrebbero risultare le parole pronunciate dal rappresentante di una grande compagnia per il controllo dei parassiti, nel corso di un convegno organizzato dalla rivista «Pest Control Technology»: «La cattiva notizia - dichiara l'esperto - è che i ratti vinceranno la guerra contro gli uomini. La buona notizia è che potremo fare un mare di soldi».

Soldi già fruttati a Kit Burns, un immigrato irlandese che a partire dal 1840 organizzò combattimenti tra uomini e animali alla Sportsman's Hall, una specie di arena nella quale gli uomini dovevano decapitare i ratti con un morso, qualche decennio prima che gli uni e gli altri venissero salvati dal nuovo entusiasmo del pubblico per il baseball.

In virtù del significato che hanno storicamente assunto nella sfera simbolica, si direbbe che le pantegane custodiscano il segreto delle verità ripugnanti e che lo trasmettano per contagio, aggirandosi nel sistema fognario di una civiltà che allo stesso tempo sfruttano e aggrediscono, saccheggiano e santificano, popolano e tradiscono. A volte basta loro una piccola parte in commedia, come quando il sindaco di Milwaukee, impegnato in una campagna di disinfestazione, esclude che vi sia un qualsiasi rapporto tra l'aumento della criminalità e l'impoverimento dei sobborghi: il punto è che commettere reati sarà sempre «più divertente che immergere una lega di metallo in qualche sostanza chimica in una centrale termica». Perché svaligiare un attico o rapinare una banca è più eccitante che lavorare, alla faccia di tutti i discorsi che tenderebbero a dissimulare il contenuto di violenza delle differenze di ceto. Ma forse la verità dei ratti e delle fobie che ispirano, alla resa dei conti, è mutuata proprio da qui, dal ruolo che interpretano nella dialettica tra il dicibile e l'indicibile, la conformità e l'indecenza, il puro e l'impuro.

Una volta Italo Calvino scrisse che il programma della modernità si poteva riassumere nella riduzione del mondo a un «cromato candore ospedaliero e dentistico», un sogno malato di purezza che l'esistenza dei ratti, di per sé, sembra deputata a squadernare. Di tutti i ratti, dice Sullivan, anche di quello che nuota nelle acque di scarico per spuntare dal water e che si fa interprete di una potenza della vita irriducibile a qualsiasi modello sanitario. A dirla tutta, esistono forme di liberazione meno traumatiche della comparsa di un topo di quaranta centimetri tra gli elementi della nostra camera da bagno, ma è pur vero che il rattus norvegicus oppone alla sterilità dell'ambulatorio la buona novella di una vita sensibilmente più impura, compromessa e quindi reale. «Una scintilla feconda - come la chiama Robert Sullivan, - che vi piaccia o meno».

Nessun commento: