sabato, luglio 19, 2008

Occhio alle mani. Ma quelle sugli archivi

di M. Bascetta
da il manifesto - 17 luglio 2008

L'emendamento vien di notte, favorito dal sonno bipartisan della ragione. Dal 2010 i cittadini italiani dovranno imprimere le proprie impronte digitali sulla carta d'identità. Cesserà finalmente la discriminazione tra pregiudicati e non, tra i rom e gli altri: è il trionfo dell'eguaglianza nel segno dello stato di polizia. Di fronte a un siffatto successo del pensiero egualitario l'opposizione chiede al ministro Maroni di sospendere il censimento poliziesco delle comunità rom: il controllo totale arriverà comunque, senza perdere la faccia in Europa, senza urtare sensibilità ecclesiastiche, senza sospetto di discriminazioni razziali.

Ma il ministro leghista non demorde: si, sono tutti potenziali criminali, ma chi più, chi meno, e dunque con gli zingari si comincia da subito. All'arma dell'emergenza e della propaganda è sempre difficile rinunciare. Fatto sta che sulla schedatura generale della popolazione italiana ben pochi hanno qualcosa da eccepire. Né i liberali che un tempo leggevano e apprezzavano l'Orwell "antitotalitario", né i democratici che pensavano, sempre in quel tempo remoto, che la convivenza civile dovesse fondarsi più sulla fiducia che sul perfezionamento del panopticon poliziesco e il proliferare della delazione.

Tra i molti paradossi dell'ossessione securitaria c'è la convinzione, infinite volte smentita dalla storia nei piccoli come nei grandi fatti, che l'apparato del controllo non possa mai cadere in cattive mani, che il potere sia sempre e per definizione buono e al servizio dei cittadini. Un paradosso tanto più inquietante nel momento in cui, in risposta alla classica domanda «chi custodisce i custodi?», giunge la sentenza del processo di Genova che mette in salvo gli aguzzini di Bolzaneto. Ma, si sa, le forze dell'ordine sono formate da cittadini al di sopra di ogni sospetto e anche di qualche acclarato reato.

Se c'è qualcosa che la ex sinistra comunista avrebbe dovuto gettare senza indugi nella pattumiera della storia è proprio l'invasività dello stato nella vita dei singoli, la vocazione alla sorveglianza, il conformismo imposto per legge, il sospetto preventivo e generalizzato. E, invece, proprio a questi turpi aspetti, sembra essere rimasta tenacemente affezionata. Così la schedatura universale può essere vergognosamente celebrata come una risposta democratica alla schedatura di una sola etnia, contro la quale ci si sarebbe dovuti battere con ogni mezzo necessario. Non ci vuole troppa fantasia per immaginare come questo immenso archivio di impronte digitali potrebbe essere utilizzato. Magari per scoprire chi ha distribuito un certo volantino o premuto i tasti di un computer irriverente?

Naturalmente non c'è chi non sappia (bambini compresi) che ogni criminale che si rispetti fa uso dei guanti. Non è da escludere, allora, un ulteriore emendamento notturno che vieti il commercio di questo capo d'abbigliamento. O forse seguiremo l'ingegno della Stasi che raccoglieva e archiviava l'odore dei corpi. Anche se riportare gli odori sulla carta d'identità da far annusare, all'occorrenza, ai cani-poliziotto non sarà impresa delle più semplici.

Foto di
Xipe Totec39 [Hand prints], con licenza Creative Commons da flickr

giovedì, luglio 17, 2008

Se l'Unione è vuota

di Slavoj Žižek
da il manifesto - 15 luglio 2008

Ci sono momenti in cui siamo così imbarazzati dalle dichiarazioni pubbliche dei leader politici del nostro paese da vergognarci di essere loro connazionali. A me è successo leggendo come ha reagito il ministro degli esteri sloveno quando gli irlandesi hanno votato no al referendum sul Trattato di Lisbona: egli ha dichiarato apertamente che l'unificazione europea è troppo importante per essere lasciata alle persone (comuni) e ai loro referendum. L'élite guarda al futuro e la sa più lunga: se si dovesse seguire la maggioranza, non si otterrebbero mai le grandi trasformazioni, né si imporrebbero le vere visioni. Questa oscena dimostrazione di arroganza ha raggiunto l'apice con l'affermazione seguente: «Se avessimo dovuto aspettare, diciamo così, una iniziativa popolare di qualche tipo, probabilmente oggi francesi e tedeschi si guarderebbero ancora attraverso il mirino dei loro fucili». C'è una certa logica nel fatto che a dirlo sia stato un diplomatico di un piccolo paese: i leader delle grandi potenze non possono permettersi di esplicitare la cinica oscenità del ragionamento su cui poggiano le loro decisioni - solo voci ignorate di piccoli paesi possono farlo impunemente. Qual è stato, allora, il loro ragionamento in questo caso?

Il no irlandese ripete il no francese e quello olandese del 2005 al progetto della Costituzione europea. Esso è stato oggetto di molte interpretazioni, alcune delle quali anche in contraddizione tra loro: il no è stato un'esplosione dell'angusto nazionalismo europeo che teme la globalizzazione incarnata dagli Usa; dietro il no ci sono gli Usa, che temono la competizione dell'Europa unita e preferiscono avere rapporti unilaterali con partner deboli... Tuttavia queste letture ad hoc ignorano un punto più profondo: la ripetizione significa che non siamo di fronte a un fatto accidentale, ma con un'insoddisfazione perdurante negli anni.

Ora, a distanza di un paio di settimane, possiamo vedere dove sta il vero problema: molto più inquietante del no in sé è la reazione dell'élite politica europea. Questa non ha imparato niente dal no del 2005 - semplicemente, non le è arrivato il messaggio. A un meeting che si è tenuto a Bruxelles il 19 giugno i leader dell'Ue, dopo avere pronunciato parole di circostanza sul dovere di «rispettare» le decisioni degli elettori, hanno presto mostrato il loro vero volto, trattando il governo irlandese come un cattivo insegnante che non ha disciplinato ed educato bene i suoi alunni ritardati. Al governo irlandese è stata offerta una seconda chance: quattro mesi per correggere il suo errore e rimettere in riga l'elettorato.

Agli elettori irlandesi non era stata offerta una scelta simmetrica chiara, perché i termini stessi della scelta privilegiavano il sì: l'élite ha proposto loro una scelta che in effetti non era affatto tale - le persone sono state chiamate a ratificare l'inevitabile, il risultato di un expertise illuminato. I media e l'élite politica hanno presentato la scelta come una scelta tra conoscenza e ignoranza, tra expertise e ideologia, tra amministrazione post-politica e vecchie passioni politiche. Comunque, il fatto stesso che il no non fosse sostenuto da una visione politica alternativa coerente è la più forte condanna possibile dell'élite politica: un monumento alla sua incapacità di articolare, di tradurre i desideri e le insoddisfazioni delle persone in una visione politica.

Vale a dire, c'era in questo referendum qualcosa di perturbante: il suo esito era allo stesso tempo atteso e sorprendente - come se noi sapessimo cosa sarebbe successo, ma ciononostante non potessimo davvero credere che potesse succedere. Questa scissione riflette una scissione molto più pericolosa tra i votanti: la maggioranza (della minoranza che si è presa la briga di andare a votare) era contraria, sebbene tutti i partiti parlamentari (ad eccezione dello Sinn Fein) fossero schierati nettamente a favore del trattato. Lo stesso fenomeno si sta verificando in altri paesi, come nel vicino Regno Unito, dove, subito prima di vincere le ultime elezioni politiche, Tony Blair era stato prescelto da un'ampia maggioranza come la persona più odiata del Regno Unito. Questo gap tra la scelta politica esplicita dell'elettore e l'insoddisfazione dello stesso elettore dovrebbe far scattare il campanello d'allarme: la democrazia multipartitica non riesce a catturare lo stato d'animo profondo della popolazione, ossia si sta accumulando un vago risentimento che, in mancanza di una espressione democratica appropriata, può portare solo a scoppi oscuri e «irrazionali». Quando i referendum consegnano un messaggio che mina direttamente il messaggio delle elezioni, abbiamo un elettore diviso che sa molto bene (così egli pensa) che la politica di Tony Blair è l'unica ragionevole, ma nonostante ciò... non lo può soffrire.

La soluzione peggiore è liquidare questo dissenso come una semplice espressione della stupidità provinciale degli elettori comuni, che richiederebbero solo una migliore comunicazione e maggiori spiegazioni. E questo ci riporta all'improvvido ministro degli esteri sloveno. Non solo la sua dichiarazione è sbagliata fattualmente: i grandi conflitti franco-tedeschi non esplosero per le passioni delle persone ordinarie, ma furono decisi dalle élite, alle loro spalle. Essa sbaglia anche nel rappresentare il ruolo delle élite: in una democrazia, il loro ruolo non è solo governare, ma anche convincere la maggioranza della popolazione della giustezza di ciò che vanno facendo, permettendo alle persone di riconoscere nella politica di uno stato le loro aspirazioni più profonde alla giustizia, al benessere, ecc. La scommessa della democrazia è che, come disse Lincoln molto tempo fa, non si può ingannare tutti per sempre: sì, Hitler andò al potere democraticamente (anche se non proprio...), ma nel lungo periodo, nonostante tutte le oscillazioni e le confusioni, bisogna avere fiducia nella maggioranza. È questa scommessa a tenere viva la democrazia - se la facciamo cadere, non stiamo più parlando di democrazia.

Ed è qui che l'élite europea sta miseramente fallendo. Se essa fosse veramente pronta a «rispettare» la decisione degli elettori, dovrebbe accettare il messaggio della persistente sfiducia delle persone: il progetto dell'unità europea, il modo in cui esso è formulato attualmente, è viziato in modo sostanziale. Gli elettori stanno scoprendo la mancanza di una vera visione politica al di là della retorica - il loro messaggio non è anti-europeo, anzi, è una richiesta di più Europa. Il no irlandese è un invito a cominciare un dibattito propriamente politico su che tipo di Europa vogliamo veramente.

In età ormai avanzata, Freud rivolse la famosa domanda Was will das Weib? - Cosa vuole la donna? - ammettendo la sua perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Il pasticcio con la Costituzione europea non testimonia forse lo stesso smarrimento? Cosa vuole l'Europa? Che tipo di Europa vogliamo?

Foto di Sebastià Giralt [Mosaic del rapte d'Europa, Aquileia], con licenza Creative Commons da flickr

martedì, luglio 15, 2008

Una cultura «altra», in attesa del silenzio

di V. Evangelisti
da il manifesto - 13 luglio 2008

I centri sociali furono un tentativo di perpetuare l'eredità del '77 in anni duri e di feroce repressione. Facevano leva su due temi salienti dell'Autonomia: il «contropotere territoriale» e la socialità alternativa, prima di allora teorizzata da Lotta Continua, quando era ormai prossima allo sfascio. In pratica si trattava di sperimentare pratiche di vita comune autogestita, distanti dalle logiche di potere, e destinate a dilatarsi sul territorio. Nessun modello esistenziale valido fuori doveva riprodursi dentro: dall'ansia di competere alle discriminazioni sessiste. Ma non ci si doveva ritirare in una sorta di Shangri-La, o in un monastero benedettino resistente ai barbari (come ha di recente teorizzato a sorpresa Bifo, vinto dal pessimismo). Compito dei Csoa (Centri sociali occupati autogestiti) era compattarsi dentro per proiettarsi fuori. Definire uno stile di vita per poi imporlo, con le buone o con le cattive. Conquistare spicchi di metropoli.

Il modello era naturalmente il Leoncavallo di Milano, però erano ammissibili varianti locali. A Bologna credo che il primo centro sociale a sorgere fosse il Crack. Ospitato in una baracca poi demolita dal Comune, si trasferì in una seconda più ampia, sotto le mura dell'ex manifattura tabacchi. Lo gestivano punk politicizzati e autonomi dissidenti dal filone centrale padovano-romano. L'esperienza durò alcuni anni e si esaurì. Offrì concerti di gruppi punk provenienti da tutto il mondo, discussioni interminabili, manifestazioni «cattive», canzoncine leggendarie («Siamo gli autonomi, siamo i più duri», «Fate largo quando passa la commissione mensa»). Il rapporto con la città? Totalmente conflittuale. Dal Crack si partiva per occupare case e costruire barricate. Si disprezzava Bologna (bottegaia, provvisoriamente picista e codina) come Bologna ci disprezzava.

Dopo il Crack venne La Fabbrica. Un Csoa importantissimo, gestito questa volta dagli autonomi «ortodossi» aderenti al comitato nazionale detto «anti anti» (antimperialisti, antimilitaristi). L'accento fu spostato sui lavoratori immigrati, cui la sinistra istituzionale non prestava attenzione. La Fabbrica li organizzò, nei limiti del possibile. Si aprì anche a una serie di sperimentazioni musicali e teatrali. Tra le colonne enormi di uno stabilimento in disuso si fecero esperienze che le istituzioni si guardavano dal proporre. La cultura «vera» bolognese è transitata anche tra i capannoni de La Fabbrica, piccola società retta dai criteri dell'uguaglianza.

Lo stesso potrei dire per la breve esperienza del Csoa «Il Pellerossa», in piena zona universitaria, e per Villa Serena, stabile molto periferico ma magnifico. Troppe divergenze tra le componenti del movimento, ai tempi della Pantera, fecero implodere quelle occupazioni, senza necessità di una repressione esterna. Resistette solo il Livello 57, creato da militanti provenienti dall'ex Crack. Specializzato in tematiche antiproibizioniste, offrì per anni concerti a un ritmo quasi quotidiano e resistette a mille traversie. Le sue Street Parade annuali diventarono un appuntamento fisso per giovani provenienti da tutta Italia. Per fare scomparire il Livello occorreva un fattore nuovo, che infine arrivò. Di nome faceva Sergio, di cognome Cofferati. Il giustiziere dei centri sociali, per lui puro fattore di disordine in una città che voleva ridotta al rigor mortis.

Prima dell'elezione sciagurata dello sceriffo altri centri erano sorti, e tuttora sopravvivono. Il Tpo, Teatro Polivalente Occupato, nacque appunto in un teatro abbandonato della zona universitaria, poi si trasferì in un acquario in disuso della prima periferia. Adesso sorge nei pressi della stazione ferroviaria, ed è un modello di organizzazione. Promosso da un gruppo di gestione legato ai Disobbedienti padovani, ospita un bar dai prezzi politici, una palestra, una scuola di lingue per stranieri, una radio e altro ancora. In passato conteneva persino un sex shop gestito da femministe (che non hanno saputo resistere, purtroppo, al «dialogo» con Cofferati) e ha avuto ospiti illustri, da Stefano Benni ad altri scrittori e artisti. Grazie ad accordi stipulati quando sindaco di Bologna era Giorgio Guazzaloca, di destra ma tollerante, il Tpo ha vita abbastanza sicura.

Molto travagliata è invece l'esistenza del Laboratorio Crash! Promosso da autonomi «tradizionali» ex Fabbrica, poi sostituiti da leve più giovani ma non meno determinate, combatte con le unghie e con i denti i continui tentativi di sopprimerlo. A un primo sgombero, da un deposito delle ferrovie abbandonato da decenni, ha reagito occupando, nella stessa via, un'antica fabbrica di gelati inattiva da tempo immemorabile. Certi spettacoli di musica d'avanguardia li si trova solo lì. La facciata è dipinta da Blu, un writer multato a Bologna e premiato a New York.

Altri centri sociali, come il Vag61 e l'Xm24, sono invece fusioni di collettivi disparati, dalle molteplici attività e interessi. Settantasettini dai capelli ormai ingrigiti si mescolano a giovani sovversivi, ribelli alle convenzioni. Giovanile è anche il parterre del Lazzaretto occupato, sito in un casolare ai margini della città. Anche qui si può ascoltare gratuitamente musica inconsueta e non commerciale, spesso di altissima qualità.

Fino a poco tempo fa, erano tutti spesso in lite tra loro. La politica della terra bruciata di Cofferati li ha quasi costretti a compattarsi. Non davano fastidio solo per le attività culturali, di cui la giunta comunale se ne frega altamente, ma anche per il loro attivismo politico antagonista. Manifestazioni contro i Cpt, antirazziste, antifasciste, contro la guerra, contro la discriminazione sessuale. Troppo, per un municipio che vagheggia grandi opere in centro e periferie silenziose. Dunque si butti giù, si demolisca. Poco importa che i centri sociali paiano - faticosamente - prefigurare ciò che dovrebbe essere la sinistra. Noi si è una variante moderata della destra. O no?

Partano dunque le ruspe, e torme di vigili urbani finalmente armati come si deve. Attualmente i centri sociali garantiscono concerti, presentazioni di libri, teatro, rassegne di cinema quasi ogni giorno. Non se ne può più. Il cittadino medio bolognese ne ha le scatole piene. Non riesce nemmeno a contare, causa il rumore, quanto denaro ha estorto oggi a uno studente per un posto letto. Bisogna finirla. Non ci è riuscito Guazzaloca? Ci riuscirà Cofferati. Prima o poi, si spera, regnerà su Bologna il silenzio totale. Così confortevole.

Foto di
Libera Strega / LOL² A [una porta al centro sociale], con licenza Creative Commons da flickr

lunedì, luglio 14, 2008

Foucault au secours des intermittents

di C. Fabre
da Le Monde - 11 luglio 2008

On ne lira dans cet ouvrage ni slogan ni formule de calcul pour l'assurance-chômage des artistes et des techniciens du spectacle. Il ne s'agit pas non plus d'un "retour sur" la lutte menée depuis la réforme de juin 2003, entre manifestations et annulations de festivals. Intermittents et précaires rend compte d'une enquête menée sur les conditions de travail de tous ces professionnels du spectacle qui alternent périodes d'emploi et de chômage, au fil des projets qu'ils mènent pour le compte de leurs (multiples) employeurs.

Les auteurs en tirent une réflexion prospective sur la notion de travail : tel une avant-garde, le mouvement des intermittents remet en cause le couple binaire emploi-chômage et nous invite à reconstruire les bases de la protection sociale, nous disent Antonella Corsani, chercheuse de l'équipe Matisse du centre d'économie de la Sorbonne et cofondatrice de la revue Multitudes, et Maurizio Lazzarato, philosophe.

De l'automne 2004 au printemps 2005, une enquête avait été menée par l'équipe de chercheurs Isys (composante du Matisse de Paris-I et du CNRS) à la demande de la Coordination des intermittents et précaires et avec le soutien de la région Ile-de-France. A l'époque, la presse avait critiqué la méthode au motif que des intermittents eux-mêmes participaient à cette étude auprès d'économistes, de sociologues, de statisticiens. Les auteurs défendent leur "expertise citoyenne" qui fait coopérer spécialistes et profanes. Une méthodologie qui interroge les relations entre "savoir, pouvoir et action", expliquent- ils, comme l'ont pratiquée Michel Foucault ou encore Pierre Bourdieu dans son enquête sur La Misère du monde (Seuil, 1993).

Ces précisions faites, les auteurs dressent un tableau inquiétant de l'intermittence. Ou comment la fabrication des spectacles, de documentaires, etc., obéit de plus en plus à une logique de rentabilité, dans un univers où il n'y a "que des cas particuliers": ainsi, le temps de travail sera scrupuleusement comptabilisé dans les secteurs fortement syndiqués ou, au contraire, déclaré de manière forfaitaire, à charge pour le "porteur de projet" de négocier au mieux son cachet.

Sans parler de la variabilité des salaires journaliers ni de la stagnation des revenus, voire de leur baisse depuis dix ans. Certains - des réalisateurs, mais aussi des compagnies de théâtre travaillant au sein d'une collectivité locale - reconnaissent travailler "à la commande". Comme s'ils répondaient à la demande d'un client, ce qui interroge la notion de création. La réduction des budgets et des temps de production impose aux compagnies de réorganiser le travail autour des postes jugés indispensables. L'artistique perd du terrain face à la communication, le nerf de la guerre étant la diffusion des spectacles, dans un contexte très concurrentiel...

Loin des auteurs l'idée que l'intermittence serait à bannir. Au contraire. N'en déplaise aux syndicats, disent-ils, l'emploi stable à vie n'est pas "souhaité et souhaitable par tous". "L'intermittence, sous certaines conditions, est bien cette possibilité pour tout un chacun de garder la maîtrise du temps, de ses intensités (...). Une liberté de mener des projets hors des normes de l'industrie culturelle et du spectacle et, enfin, last but not least, une arme fondamentale dans la négociation des salaires et des conditions de travail", soulignent Antonella Corsani et Maurizio Lazzarato dans le dernier chapitre. Observant que d'autres professions intellectuelles partagent avec les intermittents des pratiques communes, ils appellent à une réflexion sur "un nouveau statut du travail et sur de nouveaux droits sociaux". Stimulant et revigorant.

Intermittents et précaires, d' Antonella Corsani et Maurizio
Lazzarato. Ed. Amsterdam, 232 pages, 18 €

mercoledì, luglio 02, 2008

La condizione post-coloniale

di Salvatore Cavaleri
da kom-pa

Viviamo in una post-epoca?
O forse sarebbe meglio dire che viviamo nell'epoca dei “post”?
Quesiti che nascono spontaneamente gettando lo sguardo agli innumerevoli appellativi che hanno definito la nostra condizione proprio a partire dall'oltrepassamento dell'epoca passata: post-moderno, post-industriale, post-fordista, post-storica, post-strutturalista, “dopo l'orgia”, “oltre il novecento”, ecc...
In ogni caso c'è sempre un “post” onnipresente, come a sottolineare rotture e continuità con un epoca precedente che non c'è più, ma dalla quale non ci siamo ancora del tutto emancipati [1].
Di questa lunga schiera di "post", quella che, almeno in Italia, ha ricevuto minore attenzione è sicuramente quella di “postcoloniale”.
Risulta preziosa allora la pubblicazione de La condizione postcoloniale di Sandro Mezzadra (Ombre corte, Verona 2008), contributo sicuramente originale per il suo indagare a fondo le questioni che questi studi hanno posto.

Quindi, post-coloniale: per comprendere a fondo la nostra epoca globalizzata non possiamo prescindere, non solo da una lettura storica del processo coloniale, ma anche e soprattutto del processo anti-coloniale di ribellione e resistenza che portò alla liberazione dei paesi colonizzati.

E' infatti con il colonialismo che il capitalismo diventa, già nella sua fase di accumulazione originaria, un sistema - mondo. Ed è con il processo inverso di decolonizzazione che il cerchio si chiude. Da qui in poi sarà impossibile cogliere lo spessore di un singolo avvenimento locale senza tenere conto dei legami globali in cui è inserito.

A partire da “I dannati della terra” di Fanon e “Orientalismo” di Said , fino ad arrivare ai più recenti Bhabha ad Appadurai, gli studi postcoloniali sono diventati punto di confronto imprescindibile, inizialmente in ambito storiografico, per poi essere utilizzati anche in antropologia, sociologia, economia, ecc.
Termini come identità, cultura, razzismo, comunità escono stravolti dalla fittissima elaborazione di scrittori che dell'esperienza di liberazione dalla colonizzazione sono stati protagonisti, narratori e interpreti.
Testi che hanno prodotto un vero e proprio terremoto all'interno del dibattito storico. Sia gli apologeti che i critici dell'età coloniale, infatti, hanno sempre descritto un processo storico lineare e unilaterale che andava dal centro (l'Europa) verso le periferie (le colonie). Non è così, la storia coloniale è stata anche storia anti-coloniale e i protagonisti di questa storia non sono stati solamente i colonizzatori, ma anche e soprattutto le rivolte dei popoli colonizzati.
Non si tratta semplicemente del recupero delle storie minori, ma di far emergere come quelle storie minori, “subalterne”, abbiano avuto un ruolo determinante anche nelle storie “maggiori”.
Con lo sguardo dei posteri oggi possiamo vedere, infatti, quanto la storia faccia brutti scherzi e segua percorsi tutt'altro che lineari. Per un bizzarro gioco dell'eterogenesi dei fini oggi risulta paradossalmente difficile trovare un inglese in India o un francese in Algeria, mentre sappiamo bene quanto rilevanti siano le comunità indiane in Inghilterra e algerine in Francia.
Allora chi ha colonizzato chi?

Mettere in discussione la linearità del tempo storico ha così permesso, inoltre, di far emergere anche la non linearità del presente.
E questo è il secondo contributo degli studi postcoloniali: anche la globalizzazione non è un processo lineare di omologazione. Il globale non fagocita il locale. Piuttosto viviamo tutti in “dimensionali multiple”, in cui ognuno di noi attraversa più tempi e più spazi.
Se nei secoli passati furono solo i colonizzatori a sincronizzare i propri orologi su più fusi orari, oggi è esperienza diffusa: dai migranti che vivono il doppio tempo del paese di approdo e di quello di origine, ai manager dell'alta finanza che aspettano le aperture di tutte le borse del mondo, fino ai fans dei telefilm americani che si sincronizzano con la programmazione dell'Abc e non con quella di Rai2.
Il legame con il territorio del resto, oggi non rimanda più a qualcosa di “originario” o arcaico, non rimanda più cioè ad un dato di natura, quanto piuttosto ha a che fare con l'immaginario, con la capacità dell'immaginazione di inventarsi storie e reinvetare comunità. (cfr. La diaspora interculturale di G. Burgio)

La pubblicazione de “La condizione post-coloniale” è importante perché si inserisce in questi dibattiti, ma con l'esplicita volontà di far emergere il segno di questi processi.
Mazzadra tratta sì della trasformazione della dimensione spaziale e temporale nella nostra epoca, dei fattori culturali e identitari, ma, ci tiene a sottolinearlo sin dalla prima riga, ciò che è realmente in questione nel suo libro è il capitalismo contemporaneo.
Non a caso liet motiv è quello di far emergere come il dibattito postcoloniale fornisca elementi di critica che si intrecciano strettamente con il filone Operaista italiano, soprattutto agli sviluppi successivi “al processo di globalizzazione dell'eredità teorica dell'operaismo italiano seguito alla pubblicazione di Impero”.
Il legame tracciato non è per nulla forzato, ci basti sottolineare come questi due filoni di analisi, tanto l'operaismo quanto gli studi postcoloniali, tra i pochi a fornire realmente elementi per comprendere lo stato del capitalismo attuale, abbiano in comune: la capacità di comprendere la natura conflittuale dei processi, il mettere in discussione la linearità dello sviluppo storico, il sottolineare sempre il ruolo produttivo e creativo dei subalterni (o delle moltitudini), il pensare la globalizzazione smontando le dicotomie dentro-fuori e centro-periferia, l'importanza assegnata ai processi cognitivi e quindi il sempre più stretto legame tracciato tra produzione ed immaginazione. Non smettendo mai di sottolineare che il capitalismo si fonda innanzitutto su una logica di sfruttamento e di dominio.

Mezzadra cioè, più che al postcolonialismo, è interessato alla condizione postcoloniale, condizione in cui tutti siamo immersi. L'importanza di questo libro sta allora certamente nel contributo che da alla comprensione dei processi storici, ma anche e soprattutto è un libro utile per cogliere le potenzialità attuali dei conflitti e l'emergere di nuovi soggetti molteplici.
“In questione non è soltanto che studiando gli slum di Calcutta si possa imparare qualcosa di essenziale per comprendere quel che accade nelle banlies di Parigi, ma anche come i piqueteros argentini possano avere molto da insegnare ai collettivi di precari che agiscono nelle metropoli europee” (pag.13).

[1] In realtà questi termini descrivono una fase di transizione che in molti iniziano a ritenere conclusa. Sono emerse, infatti, negli ultimi dieci anni, definizioni che descrivono la nostra epoca di per sé, senza rifermenti diretti all'epoca precedente. Basti pensare a termini come globalizzazione, mondializzazione o Impero.
Nell'ultimo numero della rivista Posse, Negri a proposito afferma: "Avevamo tuttavia una convinzione, alla fine dei dieci anni di lavoro su Empire e Multitude – una percezione ormai matura – e cioè che la contemporaneità si fosse ridefinita, che fosse terminato il tempo nel quale la determinazione del presente potesse darsi sotto la sigla del post-."
http://www.posseweb.net/spip.php?article95

Foto di Darwin Bell [post modern wall], con licenza Creative Commons da flickr

martedì, luglio 01, 2008

Günther Anders: discesa nell'ade.Auschwitz e Breslavia, 1966

di I. Domanin
da carmillaonline

L’approdo tardivo a una terra natale, spogliata ormai delle sue valenze affettive, devastata e senza radici, dove non ha più senso immaginare una patria. Questo è il senso delle amarissime considerazioni che costellano il fitto diario esistenziale di Günther Anders, Discesa nell’Ade. Auschwitz e Breslavia, 1966 pubblicato per i tipi di Bollati Boringhieri (€ 16), un drammatico reportage, una specie di libro di viaggio nei luoghi d’origine che si rivela però essere la narrazione di una catabasi negli Inferi. Anders scrive una filosofia d’occasione e non accademica. Non troviamo trattazioni tecniche di problemi metafisici, bensì meditazioni che prendono lo spunto da situazioni concrete. Il filo conduttore è solo l’esperienza quotidiana. Ma non si tratta di un esercizio di saggezza. Non sono aforismi che riguardano la buona vita. Al contrario, Anders, come del resto in tutti i suoi testi ci descrive l’orrore che sordamente si cela dietro le apparenze confortevoli della civiltà tecnologicamente avanzata. Questo volume, però, è particolarmente significativo dei risvolti biografici di Anders ed entra, anche con crudeltà, nelle pieghe più personali del suo pensiero.

Anders, intellettuale ebreo di nazionalità tedesca, esule in America e sopravvissuto allo sterminio degli ebrei, ritorna nella nativa Breslavia. La città ha cambiato nome, è diventata Wroclaw e adesso fa parte della Polonia comunista. Per recarvisi è necessario transitare nei pressi di Auschwitz. Il racconto del libro si apre lì. Anders e la sua terza moglie Charlotte sono in viaggio con la loro auto. Nelle vicinanze del lager. Le vittime della Shoà sono scomparse senza lasciare una traccia del loro morire. Proprio per questo, per via della loro eliminazione affidata a un cieco dispositivo tecnologico, per essere state private di qualsiasi connotazione umana della morte, non è possibile nessuna elaborazione del lutto. Un atmosfera mefitica, un miasma insopportabile si respira nell’aria. La presenza dei morti è invadente, pressante, ingombrante. Chi è sopravvissuto è soverchiato da un’incontenibile vergogna d’esistere. Un fatto che non riguarda solo il mondo ebraico, ma che diventa il crisma universale della situazione storica attuale. Per Anders, infatti, questa è diventata la condizione normale degli esseri umani.

Come testimonia il prosieguo del testo, dove, a partire dall’arrivo a Breslavia, si assiste alla descrizione di uno scenario perturbante: l’assoluta mancanza di patria del mondo attuale. Siamo tutti meramente dei sopravvissuti. O dei profughi, solo per il momento scampati a un pericolo supremo. Potremmo sparire dal mondo senza nessun motivo, privati persino di poter depositare qualche segno ascrivibile alla nostra presenza. La nostra specie è senza speranza. Ha costruito sistemi di distruzione, che, se si sono rivelati micidialmente nell’epoca dei totalitarismo, sono definitivamente presenti nel nostro orizzonte. La possibilità della definitiva scomparsa del genere umano è diventa una realtà. Questo potere di distruzione senza limiti è dovuto alla tecnologia che è in grado di annichilire, fino alle estreme conseguenze, la vita. Le conseguenze attuali sono sotto il nostro sguardo. La violenza della seconda guerra mondiale non è un ricordo. Torna a ripetersi. Ma il nostro senso d’umanità pare ridursi. La stato d’eccezione diventa normale.

Per Anders il pericolo cresce smisuratamente nella misura in cui questa situazione angosciosa e solo presentita, ma non può essere immaginata. La nostra sensibilità è dimidiata. Le catastrofi ci vedono solo spettatori anestetizzati ed eticamente indifferenti. La tragedia del mondo ci appare in uno specchio irreale rispetto al quale non siamo in grado d’essere coinvolti. Siamo intrappolati dentro una deficienza emotiva, incapaci di avvertire sensibilmente la tragedia in cui siamo calati.

Questo è l’enigma che ci consegna questo preziosissimo libro. Come espandere la nostra coscienza, come dilatare il nostro mondo psichico fino a entrare in contatto con la minaccia irrapresentabile che aggredisce le fondamenta della condizione umana?

domenica, giugno 29, 2008

[RK] Nove anni dopo Seattle: una nuova strategia, anzi due

di Bifo
da rekombinant

Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l'attacco contro il summit del WTO milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devatazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficae processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale.

Poi, dopo la battaglia di Genova cambiò lo scenario narrativo di fondo e la guerra conquistò il posto centrale della scena. Il movimento non fermò allora la sua azione, ma la sua efficacia fu rapidamente ridotta a zero, come dimostrò l'immensa manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003, che non riuscì a fermare la guerra criminale lanciata dai peggiori assassini che la storia umana conosca. Il movimento non riuscì a diffondersi allora nella vita quotidiana della società di tutto il mondo, non riuscì a dar vita a un processo di autorganizzazione del lavoro tecnico-scientifico.

Sapporo e il fallimento delle politiche neoliberiste
Oggi, nove anni dopo Seattle, mentre i padroni del mondo si riuniscono a Sapporo per prendere atto di un fallimento colossale delle loro politiche, ma anche per ribadirle nonostante tutto, dobbiamo inventare una nuova strategia per il movimento, anzi forse due.
Una strategia (anzi forse due) che parta dalla consapevolezza che il potere globale è oggi fondato sulla guerra, e che una dittatura militare sta prendendo forma nel mondo: una dittatura le cui radici sono profonde nei processi di produzione, nella cultura razzista e nell'odio interetnico e inter-religioso che i papi e gli ayatollah hanno seminato nella mente spaventata e ignorante della maggioranza dell'umanità.
La politica neoliberista ha distrutto l'idea stessa di una sfera pubblica nel campo dell'economia e in quello dei media. Ha privatizzato ogni frammento della produzione, della comunicazione, del linguaggio e perfino dell'affettività.
La competizione ha preso il posto della solidarietà in ogni aspetto della vita eil crimine è divenuto la forma prevalente della relazione economica. La guerra globale è il compimento naturale di questa mutazione criminale del modo di produzione capitalista. E la devastazione sistematica dell'ambiente fisico e psichico è l'effetto naturale di questa mutazione.

l'impero del Caos
Le forze democratiche si aspettano qualche sollievo dalla possibile vittoria di Barack Obama alle prossime elezioni americane. Ma vediamo bene il paradosso della situazione. Gli Stati Uniti d'America hanno perduto la loro egemonia militare, perché il fanatismo religioso, il fondamentalismo islamico, il nazionalismo russo risorgente, e il terrore sono strategicamente vincenti nel territorio euro-asiatico. Dall'Afghanistan al Pakistan dall'Iraq all'Iran al Libano, dal Caucaso all'Ucraina, l'egemonia occidentale sta perdendo terreno. Inoltre, la crisi finanziaria apre la strada a un collasso del potere americanom, e la recessione inflattiva che si sta diffondendo dovunque produce disordine e sfiducia nelle società occidentali, e queste, prive di una prospettiva egualitaria, si trasformano in razzismo.

Nel decennio della presidenza Clinton era possibile parlare (seppure mai in maniera molto convincente) di un Impero americano, ma dopo l'inizio della guerra infinita, coloro che avevano parlato di impero americano hanno dovuto parlare di un colpo di stato all'interno dell'impero. Se le cose sono così dobbiamo ammettere che questo colpo di stato ha ottenuto il suo scopo. I guerrafondai hanno perso le loro guerre (la guerra in Iraq è stata un fallimento completo, la guerra in Afghanistan si trascina verso la sconfitta, la guerra in Iran non si vincerà mai). Cionostante hanno vinto la guerra per il profitto da petrolio e per un aumento della spesa militare, e quel che è peggio hanno vinto la loro guerra contro la pace e contro l'umanità.
Oggi, mentre alla Casa Bianca si può attendere che entri una persona di sentimenti democratici, l'Impero americano cade a pezzi e il Caos è l'unico Imperatore del mondo.

una strategia del monastero felice
Che possiamo fare in un panorama distopico di questo tipo? Quale strategia possono elaborare le donne e gli uomini che vogliono la pace e la giustizia? Forse non una strategia è quello che ci occorre, ma due. Nessuna speranza è in vista, dal momento che la svolta criminale del capitalismo sta producendo effetti irreversibili nella cultura e nel comportamento della società planetaria, dividendola in tre sezioni prive di ogni universalità e di ogni sentimento solidale.

Un terzo dell'umanità è in pericolo di vita: la fame si sta diffondendo come mai prima. La crisi energetica diffonde aggressività e inflazione. La guerra devatsa le case e le terre.

Un terzo dell'umanità vive in condizioni di sfruttamento semi-schiavistico, con orari di lavoro che non hanno più limiti e con salari decisi unilateralmente dai capitalisti. Ma sono talmente terrorizzati dalla precarietà e dalla paura di finire nell'abisso della fame e dell'emarginazione che sono costretti ad accettare qualsiasi ricatto.

Un terzo dell'umanità è armata fino ai denti per difendere i suoi livelli di vita e di consumo conro l'esercito dei migranti che premono ai confini della società occidentale.
Io penso che dobbiamo ritirarci ed evitare ogni scontro, ogni conflitto che sarebbe oggi inevitabilmente perdente. Dobbiamo creare una sfera autonoma e sicura per quella piccola minoranza della popolazione del mondo che vuole salvare l'eredità della civilità umanista e le potenzialità dell'Intelletto generale, che sono in serio pericolo di una militarizzazione definitiva.

Dobbiamo preparaci a una lunga fase di barbarizzazione e di violenza. Nel primo decennio del secolo siamo entrati in un'era che assomiglia a quella che in Europa chiamiamo Medio Evo. Mentre il territorio era devastato da invasioni e l'eredità delle civiltà antiche era distrutta, gruppi di monaci salvarono la memoria del passato e soprattutto i semi di un possibile futuro.
Noi non possiamo sapere se l'epoca barbarica durerà per decenni o per secoli, nè possiamo dire se l'ambiente fisico e psichico del pianeta sopravviverò all'attuale devastazione criminal-capitalista. Ma sappiamo di sicuro che non abbiamo né le armi per affrontare i distruttori, e dunque dobbiamo salvare noi stessi e la possibilità di un futuro umano.

l'imprevedibile
Questa è la strategia che io propongo. Ma una sola strategia non è sufficiente quando le cose sono caratterizzate da un indeterminismo profondo e le prospettive sono così imprevedibili come nel momento attuale. Non possiamo al momento dire quali conseguenze produrrà la fine dell'egemonia americana, nè quali sviluppi avrà la guerra che si svolge dal Pakistan alla striscia di Gaza. E non possiamo immaginare quali effetti produrrà la guerra civile a bassa intensità che si sta combattendo in Europa per motivi etnici, né quali conseguenze produrrà la recessione che corrode l'economia e la sopravvivenza dei lavoratori occidentali. Per ilmomento abbiamo assistito ad un'evoluzione razzista e fascista della cultura operaia in Europa, ma domani chi lo sa.

Bene, io penso che mentre ci ritiriamo nei nostri monasteri non dovremmo dimenticare di prepararci per un improvviso rovesciamento delle prospettive.
Dobbiamo essere pronti alla prospettiva di un lungo periodo di sottrazione monastica, ma anche alla prospettiva di un improvviso rovesciamento del panorama politico globale.

Provate a immaginarvi la rivolta degli operai cinesi contro il capitalismo nazional-socialista, o l'esplosione di una aperta guerra razziale in Europa, il collasso del sistema militare ameircano incapace di far fronte a una nuova ondata di terrorismo. Provate a immaginare il collasso apocalittico degli eco-sisteni di zone nevraligche del mondo.

Questi scenari sono perfettamente realistici nel prossimo futuro e potrebbero provocare un mutamento radicale dell'ateggiamento politico della maggioranza della popolazione mondiale. Dobbiamo essere preparati a questo, dobbiamo preparare la narrazione per un simile rovesciamento, e soprattutto dobbiamo creare l'esempio vivente di un altro stile di vita che non sia basato sul consumismo e sull'ossessione della crescita e sulla nevrosi della competizione.

Il nostro compito centrale nel prossimo futuro è la ridefinizione dell'idea stessa di benessere, di ricchezza e di felicità. Il nostro compito è la creazione di monasteri in cui si sperimenti il benessere frugale. Critica della naturalizzazione del paradigma della crescita, elaborazione culturale di un nuovo paradigma basato sull'abbandono dell'ossessione della crescita, finalizzato alla frugaità, alla produzione ad alta intensità di sapere, alla solidarietà, e alla pigrizia, e al rifiuto della competizione.

Il capitalismo ha identificato il benessere e l'accumulazione, la felicità e il consumismo la ricchezza e lo spreco delle risorse naturali e psichiche.

Dobbiamo diventare l'esempio vivente di uno stile di vita in cui il benessere sia unita alla frugalità, la felicità alla generosità, e la produzione sia unita con la pigrizia e il dolce far niente.

La riccezza non ha nulla a che fare con il consumo compulsivo e con l'accumulazione ossessiva.

La ricchezza è il piacere di essere, e il godimento del tempo.

Foto di Jeff Bauche._.·´¯) [Traditionnal roof in a Ger], con licenza Creative Commons da flickr

Chi governa la paura?

di Alessandro Dal Lago
da Liberazione - 27 giugno 2008

L'idea di biopolitica, coniata da Michel Foucault in alcuni corsi al Collège de France della fine degli anni Settanta, designa oggi, nel dibattito filosofico-politico, i diversi campi in cui si esercita il governo della vita, ovvero la definizione incessante e pratica del vivente come oggetto di controversia pubblica: dal conflitto sulla personalità dell'embrione all'etica sessuale e al controllo demografico delle migrazioni.

Infatti, l'attore più potente in campo biopolitico è oggi la Chiesa cattolica, che esercita, legittimamente o no, la pretesa di governare in ogni campo le espressioni della vita. Ma, in generale, «come vivere» (e ovviamente come morire) è la posta in gioco nel conflitto tra destra e sinistra, laici e cattolici eccetera. Dai valori da trasmettere ai nostri figli alle campagne contro l'alcolismo giovanile, il bullismo, le droghe leggere eccetera, fino alla «buona morte», la condotta di vita è terreno di scontro politico e quindi di «governamentalità». Questo non significa che stia rinascendo qualcosa come lo Stato etico (benché Chiesa e la destra fondamentalista, in ogni parte del mondo, abbiano sicuramente in testa qualcosa del genere), ma che l'«etica» (e quindi la condotta individuale) tende a sostituire i grandi temi del Novecento: il benessere collettivo, la giustizia sociale, la libertà politica e così via.

Un aspetto della biopolitica, in senso molto lato, che mi sembra oggi rilevante è ciò che definirei come Daseinpolitik, ovvero «politica dell'esistenza» o dell'esserci. Innumerevoli segnali fanno ritenere che aspetti della condizione umana che, nella filosofia del Novecento, erano di stretta competenza del soggetto individuale (stando al classico in materia, Essere e tempo di Martin Heidegger) siano oggetto di investimento politico. Al solito, non stiamo parlando di un complotto o di grandi fratelli ma di una tendenza, al tempo stesso culturale e politica, pervasiva e articolata. Consideriamo, per esempio, l'onnipresente questione dell' «insicurezza». Oggi questa non ha nulla a che fare con «l'insicurezza ontologica» di cui parlava quarant'anni fa l'antipsichiatra Ronald Laing nell' Io diviso , e cioé il senso di inconsistenza o di incertezza esistenziale che prima o poi prende chiunque, in forme più o meno sopportabili. Invece, l'insicurezza è una questione in senso stretto sociale e concreta. «Quando esco per strada non mi senso sicuro», «I reati sono più o meno stabili ma cresce l'insicurezza della gente», «L'immigrazione clandestina produce insicurezza»: ecco espressioni tipiche che ogni giorno leggiamo sui quotidiani e su cui il ceto politico si esprime instancabilmente. E che quindi sono divenute sotto ogni punto di vista politiche.

Che la sicurezza - e quindi la riduzione dell'insicurezza - sia uno degli obiettivi primari di ogni buon governo è noto fin dai tempi del cameralismo. Anzi, della fondazione dello Stato moderno, quello che si chiama westphaliano e corrisponde più o meno alla definizione weberiana dello Stato come «monopolio della violenza legittima». Come si sa, la sicurezza in gioco nelle teorie politiche classiche riguardava la vita in senso stretto: nella famosa allegoria hobbesiana del Leviatano, i cittadini delegano al principe ogni uso delle armi per essere protetti, nell'incolumità e nei beni, da assassini, fazioni religiose avverse e nemici. Hobbes era particolarmente sensibile a questo tema. All'inizio della sua autobiografia in versi, Vita carmine expressa , egli ricorda che la sua nascita prematura fu causata dal panico che si diffuse in Inghilterra, all'arrivo dell'Invencible Armada: «And hereupon it was my mother dear/Did bring forth twins at once, both me and fear» («E fu così che la mia cara madre partorì a un tempo due gemelli, me e la paura»). Negli ultimi versi, Hobbes dichiara che solo ora, alla fine della sua vita, quando ha fatto tutto quello che riteneva giusto e attende solo la morte, «non ha più paura».

La protezione della vita e dei beni è dunque il minimo che uno Stato deve assicurare ai cittadini. Naturalmente questa ragion d'essere primaria delle strutture pubbliche è declinata in modo molto diverso a seconda delle culture politiche. Negli Stati Uniti, in cui sostanzialmente i cittadini hanno diritto di usare le armi per difendere la propria casa dagli intrusi, la mancanza di un sistema sanitario nazionale fa sì che una quota non trascurabile della popolazione non goda di una vera e propria protezione della salute. Ma in ogni caso è evidente che uno Stato strutturalmente incapace di operare in questo senso vede erodere le basi stesse della sua legittimità.

Apparentemente, quanto precede va esattamente nel senso della retorica pubblica della sicurezza che ho evocato sopra come un aspetto della «politica dell'esistenza». Qualcuno che magari conosce le mie precedenti opinioni in materia penserà che mi sono convertito, che so, alla filosofia politica - se vogliamo chiamarla così - di Maroni o Veltroni (le cui idee in tema di sicurezza sono molto simili). Ma è esattamente il contrario: io ritengo che proprio l'incessante retorica pubblica dell'insicurezza dilagante non abbia a che fare con la sicurezza dei cittadini, ma con il loro governo, e cioè con la loro subordinazione. Che apparentemente i cittadini approvino tale retorica, stando ai sondaggi, non mi sorprende più di tanto. E non solo per quel fenomeno che l'amico di Montaigne, Etiene de La Boetie, cinque secoli fa, chiamava suggestivamente «servitù volontaria». Quanto e soprattutto perché è molto difficile che una retorica prodotta oggi dalla totalità del ceto politico (con lievissime differenze d'accento tra governo e opposizione) non goda di favore per un certo tempo, anche perché alimentata quotidianamente. Naturalmente, nessun ciclo storico è eterno: nulla esclude che prima o poi l'opinione pubblica non si decida a chiedere conto ai suoi governanti di quello che dicono, con una semplice domanda degna del racconto di Andersen, I vestiti dell'imperatore : «Ma se ci parlate da quindici anni di insicurezza, non è che per caso non siete mai stati capaci di far qualcosa in proposito?». Dio abbia pietà di quei governanti, quando gli elettori scopriranno di essere stati raggirati per tanto tempo.

La verità è che mai i governanti potranno far qualcosa, date le premesse fantastiche dell'incessante retorica. Per dirla in poche parole, nessuno ci potrà mai curare dal mal di insicurezza: che nel 1992 in Italia si uccidessero ogni anno 1.200 persone, e oggi poco più della metà, non ci dice nulla della probabilità reale di essere uccisi in questi sedici anni. E lo stesso vale per quella di essere scippati, derubati e così via. Le statistiche sono una sintesi puramente numerica dell'esito di processi aleatori e largamente imprevedibili: non significano letteralmente nulla per le nostre esistenze. Io, per esempio, ho vissuto per alcuni mesi in una città, Los Angeles, la cui contea è abitata da 14 milioni di abitanti ed è funestata da 1.000 omicidi all'anno - fatte le debite proporzioni, è come se in Italia si contassero 5 mila omicidi, e cioè nove volte il numero reale, una cifra che farebbe invocare da qualcuno il coprifuoco. Ebbene, stando a Los Angeles, non ho percepito nessun rischio, nessuno ha attentato alla mia vita e mi sono persino dimenticato un paio di volte di chiudere la porta di casa. E' vero che abitavo in un quartiere considerato sicuro (ma diversi miei conoscenti hanno dichiarato di essere normalmente impauriti…). Insomma, come la diminuzione dei reati di strada non ci protegge dalla possibilità di uno scippo, così la percentuale degli omicidi su un certo numero di abitanti non ci permette di essere sicuri che domani qualcuno non ci aggredirà con un coltello. In questi campi, l'insicurezza è questione di punti di vista, carattere, suggestionabilità e ovviamente caso.

E quindi corrisponde in tutto e per tutto al carattere enigmatico dell'esistenza. Ecco perché ho definito Daseinpolitik, «politica dell'esistenza», quel tipo di retorica pubblica che fa leva sull'umanissima paura o incertezza esistenziale per legittimare se stessa, e quindi il governo. Per dare un'idea di ciò che intendo offro solo un esempio, che non ha ovviamente alcun valore, se non metaforico. Mi chiedono di firmare una petizione contro i proprietari di un bar sottocasa che tiene aperto fino a notte fonda ed è perciò causa di un frastuono intollerabile. Non amo il genere «cittadini che non ne possono più,» ma sono disposto a considerare la cosa, finché non leggo che la petizione è diretta all'assessore comunale alla sicurezza. Ma che c'entra la sicurezza? Qui è questione di regolamenti comunali in tema di pubblici esercizi, e quindi la petizione o protesta dovrebbe essere indirizzata ai carabinieri o alla polizia municipale. Ma non capisce che qui è in gioco il degrado della città? Mi si risponde. No, non capisco. La verità pura e semplice è che dopo l'incessante campagna sulla sicurezza, risolvere il problema del frastuono è possibile solo con l'equazione: «Frastuono uguale degrado uguale insicurezza uguale (implicitamente) immigrazione». Il risultato è che responsabili ultimi del frastuono non saranno considerati i gestori del bar (e al limite le autorità comunali che non fanno nulla), ma i ragazzini marocchini che ciondolano di notte con la birra in mano.

L'insicurezza ha contorni così ampi che può riguardare tutto e non corrispondere a nulla di particolare. O meglio corrisponde a qualcosa che si dà per scontato come una necessità e non ci si sogna nemmeno di interpretare. E' vero, l'andamento dei reati, per lo più in diminuzione, non spiega il senso di insicurezza, ma se i cittadini hanno questa percezione, dobbiamo fare qualcosa… ecco che cosa dice un giorno sì e uno no qualsiasi editoriale dei quotidiani nazionali, grandi e piccoli. Io trovo tale retorica intellettualmente ripugnante. In primo luogo perché questo tipo di messaggio, martellante com'è, finisce per alimentare e accrescere proprio un senso di insicurezza dai contorni incerti e inconoscibili (ma i giornalisti non pensano mai che televisione e giornali sono agli occhi del pubblico, la realtà?) E poi perché finisce per giustificare ogni obbrobrio, che farebbe rivoltare nella tomba non dico Aldo Capitini, ma persino il vecchio Beccaria. Ed ecco alcuni esempi e un caso empirico.

Da un mese circa i rom vengono cacciati da tutti gli insediamenti non si sa dove. Da qualche tempo i prefetti delle grandi città fanno schedare anche i sinti, per lo più di cittadinanza italiana, inviando la polizia all'alba nei loro insediamenti, come se si trattasse di criminali. In qualsiasi posto civile, questa sarebbe considerata discriminazione su base etnica (i cittadini sono schedati a seconda della loro supposta origine) e quindi inammissibile. Alle proteste giustificatissime di un sinti molto noto, sopravvissuto di una famiglia sterminata dai nazisti, il giornalista di un quotidiano diffusissimo (che non cito solo per un barlume di carità) obietta più o meno: «Ma lo fanno per voi, per stabilire chi si comporta bene e chi no…». Insomma, se ti svegliano alle cinque del mattino per schedarti e terrorizzano i tuoi bambini, lo fanno per il tuo bene. Si noti non solo l'ipocrisia dell'argomento, ma l'implicito schierarsi del giornalista con le autorità. Che ci sta a fare l'Ordine dei giornalisti se non insegna ai suoi iscritti che compito di un vero giornalista è descrivere e al limite spiegare ciò che succede, e non fare la morale (e che morale!) alle vittime di un sopruso?

Caso empirico: l'ondata di piccoli pogrom contro i rom a Napoli sarebbe stata causata dal supposto tentativo di ratto di un bambino da parte di una nomade. Immediatamente l'Opera nomadi e altre associazioni hanno fatto notare che non esiste un solo caso accertato o giudicato nel dopoguerra di bambini rapiti dai rom (in cambio conosco almeno tre bufale analoghe, negli ultimi anni, che si sono sgonfiate in pochi giorni). L'inchiesta è in corso e scommetto la mia reputazione che si è trattato, nel caso peggiore, di un equivoco. Ma tutta la stampa nazionale ha riportato l'episodio prendendolo per buono: «Nomade rapisce un bambino a Napoli, eccetera» Mi sarebbe piaciuta una controinchiesta, tenuto anche conto che da quelle parti opera la camorra, che non va tanto per il sottile quando si tratta di deviare l'attenzione pubblica dai propri misfatti. Ma credo che l'aspetterò per molto tempo. Ed ecco che cos'è l'insicurezza, almeno nell'Italia d'oggi: un misto di balle mediali, cinismo politico e anche, perché no, panico generalizzato.
Pensare che in queste condizioni i sondaggi sulla percezione dell'insicurezza o dell'immigrazione - propinati instancabilmente dai media - siano veraci significa avere un'idea curiosa della verità: è vero quello che i media propongono come tale. Walter Lippman, che non era proprio un anarchico, ironizzava su questa pretesa almeno sessant'anni fa.

Con politica dell'esistenza intendo non un complotto o un piano per assoggettarci, ma un comodo metodo per distrarci dalla realtà di un paese incattivito, privo di senso del futuro, in cui i salari sono più bassi che altrove, le università agonizzanti, i giovani senza speranza d'impiego stabile e la spazzatura trabocca dai cassonetti. Creando un nemico ubiquo, indefinibile e fungibile (marocchini, rom, albanesi, stupratori all'angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita. E i giornali a vendere il loro allarmismo. Povero Hobbes. Almeno la sua mamma aveva paura della formidabile armata spagnola.

Foto di Kazze [Fear Box 2 - The Revenge], con licenza Creative Commons da flickr

domenica, giugno 22, 2008

Noi punk del Virus e i centri sociali milanesi

di Marco Philopat
da il manifesto del 21 giungo 2008

Nel 1977 avevo 15 anni e sotto casa mia c'era il primo centro sociale di Milano occupato nel '75, la Casermetta di Baggio. Dentro c'erano quelli di Avanguardia Operaia che tentavano di fare qualcosa di positivo nel quartiere, il Movimento Studentesco che andava nelle vicine case minime a organizzare il doposcuola per i figli dei migranti meridionali, poi quelli più avventurosi dell'Autonomia che erano una marea. Le prime volte avevo provato a curiosare le lezioni del doposcuola, ma presto mi ero annoiato, nel cortile della Casermetta c'erano ben altre attrazioni rispetto all'insegnamento dell'italiano a dei ragazzini svogliati, i quali a loro volta preferivano sognare la rivoluzione con gli autonomi. La lotta per noi consisteva soprattutto nella partecipazione a qualche manifestazione tesa contro la polizia e nelle serate di socialità diffusa tra cannette e chitarre acustiche. Eravamo tanti, tutti giovani, mezzi milanesi e mezzi terroni, estremamente felici e sicuri di diventare i protagonisti di un mondo che stava cambiando pelle velocemente. A Milano i centri sociali erano numerosi, senza contare i circoli del proletariato, le sedi politiche extraparlamentari, le librerie e le redazioni dei giornali, se c'era una minima ingiustizia sociale in qualche oscuro angolo di città, la risposta del movimento non tardava mai a farsi sentire.

L'eroina e il punk. La pacchia durò pochissimo e dal vertice dell'onda settantasettina si passò direttamente alla depressione del 1979. La Casermetta fu sgomberata insieme a molti altri centri e circoli, tanti compagni arrestati e noi giovani ribelli dell'ultimora finimmo per irrobustire le file già affollate degli eroinomani. Mi salvai grazie al punk che mi portò a gridare il no future nelle strade di un centro cittadino completamente ripulito. Lì, come per incanto, resisteva ancora un altro centro sociale, il Santa Marta di Demetrio Stratos e delle Kandeggina Gang. Ma la Milano da bere era allora molto convincente e gli ex militanti del movimento creativo furono presto assoldati dai rampanti socialisti craxiani, e così per i pochi punk milanesi non restava altro da fare che rifugiarsi in uno degli ultimi centri sociali sopravvissuti in una zona quasi periferica, a via Correggio 18.

Nei primi quattro anni degli Ottanta il Virus, il locale per i concerti interamente autogestito dai punk nato all'interno di via Correggio 18, era praticamente l'unico luogo antagonista che funzionava ancora. Cioè, c'era per esempio il Leoncavallo e alcuni altri, ma dentro si faceva ben poco e rare erano le persone che li frequentavano. Al Virus nacque, per la prima volta dopo la grande repressione e il riflusso, una nuova aggregazione giovanile che in pochi mesi moltiplicò la sfera dei propri interessi. Si passò dallo slogan quasi disperato, stampato a caratteri cubitali sugli striscioni dietro al palco che diceva «quando il sistema ti chiude ogni spazio, non rimane che la musica per esprimere il tuo dissenso», all'organizzazione di una grande manifestazione a Comiso contro i missili nucleari, con l'intenzione di occupare la base militare per far suonare le band punk di tutta Europa. Nel maggio 1984 il Virus tentò di occupare un vecchio teatro in disuso, il volantino portava le firme del Leoncavallo e dell'ultimo tra i circoli, quello di Viale Piave. La polizia sgomberò in poche ore, poi una settimana dopo, per timore di qualche forma di rigurgito stile anni settanta, la giunta comunale socialista si allineò alla questura e tutta l'area di via Correggio 18, Virus compreso, verrà eliminata dalla faccia della città. I punk si stabilirono al Leoncavallo e nel giro di qualche concerto le bianche pareti immacolate del vecchio centro sociale si riempirono di scritte e graffiti a spray.

Il Leo degli anni '80. Nella seconda metà degli anni Ottanta il Leoncavallo, con la gestione dei compagni provenienti dalla storica casa occupata di via dei Transiti, ospitava l'esperienza similpunk dell'Helter Skelter da cui poi sfocerà il centro sociale Cox 18, nato dall'espansione di un'antica sede anarchica. Entrambi i luoghi saranno sottoposti agli sgomberi e poi alle rioccupazioni nel corso dell'estate del 1989. Da allora, e per tutti gli anni Novanta, a Milano i centri sociali fioriranno ovunque, tra i tanti la Pergola e S. Antonio Rock Squot nel quartiere Isola, il laboratorio anarchico, la casa delle donne di via Gorizia e lo Squott di viale Bligny in Ticinese, la Panetteria e l'Adrenaline a Lambrate, il Vittoria e Via dei Missaglia a sud della città, il Micene e il Galla nella zona nord ovest e nell'hinterland la Cascina di Vaiano Valle, il Bakeka di Novate, l'Eterotopia di San Giuliano, la Corte del Diavolo a Sesto. I Csa a quel tempo agivano nella direzione del soddisfacimento dei bisogni immediati e non guardavano certo al rilancio di grandi utopie. Non c'erano grandi progettualità politiche ed esistenziali come quelle che avevano caratterizzato il loro esordio vent'anni prima, al limite si erano fatti promotori di una proposta culturale innovativa riuscendo a strapparla al business del divertimento o al monopolio delle ormai decadenti organizzazioni di partito o sindacali. Funzionavano anche come informali camere del lavoro per precari dell'emergente era postfordista e infatti molti tra i gestori e frequentatori impararono una professione, in genere nel campo culturale, chi tecnici dello spettacolo, chi operatori specializzati e qualcuno anche giornalista o regista di video.

Le geografie del desiderio. Intanto nel giugno del 1996 era stato pubblicato un libro, una sorta di fotografia con l'autoscatto, Centri sociali - Geografe del desiderio realizzato da Cox 18 e Leoncavallo con l'aiuto del consorzio Aaster e di Primo Moroni. Ci si interrogava sul ruolo dei Csa in una città come Milano, la disponibilità o meno di entrare in dialettica con il territorio di insediamento, oppure il chiudersi in logiche autoreferenziali. La questione della diversità e dell'autonomia ma allo stesso tempo il significato dell'essere attraversati da migliaia e migliaia di persone ogni giorno, le prime analisi sui nuovi modelli produttivi e sulla precarietà nel mondo del lavoro, la crisi di rappresentanza e la rappresentanza informale di interessi ben più ampi di quelli a cui si era abituati a pensare. Il rischio dello slittamento nei rapporti tra i gestori e l'utenza dei centri che poi sarà una delle cause scatenanti dell'attuale situazione di stallo. I centri sociali autogestiti, si diceva, devono affrontare periodiche «prove», sia sul piano simbolico che su quello della tutela concreta, in base alle quali legittimare il proprio implicito parlare ed agire «a nome di», pur nel rifiuto di ogni principio di delega. Di «prove» se ne abbozzarono poche e quel rifiuto del principio di delega che univa il movimento dei centri sociali milanesi fu messo inevitabilmente in discussione.

Tuttavia sul finire del decennio altri spazi aprirono, per esempio il Bulk, il Torkiera e l'Orso, la rivolta di Seattle aveva spinto all'azione le cosiddette moltitudini, Bush aveva rubato il trono ad Al Gore, il centrosinistra manganellato a Napoli e Berlusconi ci aspettava alle soglie della zona rossa. Cariche, botte, sangue, l'omicidio di Carlo, l'undici settembre, Afghanistan e Iraq... Dal 2004 è crisi dichiarata all'interno dei centri sociali milanesi, la proposta culturale innovativa se la sono scippata prima alcuni fuoriusciti dai Csa stessi aprendo circoli Arci, poi tutti gli altri. I gestori rimasti non sanno che fare, se vogliono organizzare un concerto o un'iniziativa devono stare attenti alla concorrenza, i precari non hanno nemmeno i soldi per uscire e quindi si trovano lavoro altrove e i frequentatori sono perlopiù figli di gente che sta bene. Se oggi, proprio come trent'anni fa, un giovane migrante vuole sognare, non dico la rivoluzione, ma almeno qualche tipo di lotta politica, l'ultimo posto a cui bussare sono i centri sociali. E se per caso vuole semplicemente imparare l'italiano, di certo non può contare su qualche redivivo del movimento studentesco, forse è meglio che si rivolga ai formigoniani della compagnia delle opere.

Foto di Vandalo [Vandalo02], con licenza Creative Commons da flickr

lunedì, giugno 16, 2008

Wu Ming 5 su Roma K.O. Romanzo d'amore droga e odio di classe

da nandropausa # 14/15 giugno 2008

Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.

Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia.

In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo è immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la città, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti – ma anche in periferie "illuminate" come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene – altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all'apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l'angolo voglia di ribellione, di libertà, di fuga.

Se c'è una cosa quindi che traspare da quest'ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka – vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- è il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d'uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l'idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all'edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l'idea che è possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi è uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti – la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi - si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine.

Il rischio del reducismo è presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perché la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili – vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l'incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani - e i personaggi, specie il giornalista free lance ex-compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realtà, credibili.

Foto di Jocho B. [Pop Gun], con licenza Creative Commons da flickr

11 tesi dopo lo tsunami

a cura del Centro per la Riforma dello Stato - 12 giugno 2008

1. Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall’heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell’iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c’erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D’altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c’è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C’ è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.

2. Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l’opinione di centro si è avvicinata all’opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l’illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C’era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell’iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l’Ulivo, poi l’Unione, poi il Partito democratico. Che quest’ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra.

3. Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l’equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l’equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L’equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com’è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se tu lo assumi così com’è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, lì inneschi appunto un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l’antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.

4. Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto, di qualsiasi altro corpo della società. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell’agire politico, vero e proprio fatto d’epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E’ la politica che deve interrogare la società, e il dato che c’è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo così come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.

5. Quale, su questo punto, la differenza tra l’adesso e ieri? In passato c’erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c’è più quindi voce sociale, aumenta l’obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.

6. C’è un’ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall’America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E’ una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell’animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere a questo punto con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c’è la sinistra. E’ una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell’evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.

7. C’è un retroterra di questo discorso, di cui bisogna essere consapevoli, un discorso di lungo respiro, che funge un po’ da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c’è da capire dove cadrà l’accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, si sappia, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c’è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C’è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l’emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c’è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.

8. Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l’Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l’anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell’eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.

9. La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un’idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l’esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C’è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po’ la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E’ prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c’è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo “mondo del lavoro”. Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel “fare popolo” come “soggetto politico”. Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.

10. Diceva Brecht: sul muro sta scritto “viva la guerra”/ chi l’ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti.

11. Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un’operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell’avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l’ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti si diventa un’altra cosa.

Foto di Simple Dolphin [deserted 9 | 斑], con licenza Creative Commons da flickr

mercoledì, giugno 11, 2008

"Roma K.O." booktrailer by Gigi Roccati

Il Mediterraneo, strage continua a cielo aperto

di Germana Graceffo
da kom-pa

Continua ad aumentare il numero dei morti della guerra dichiarata ai migranti dall’Europa e dall’Italia. Decine di cadaveri dispersi nel Canale di Sicilia, altri cadaveri impigliati sugli scogli del ragusano, a Linosa, a Lampedusa, effetti collaterali delle decisioni assunte o semplicemente annunciate sulla introduzione del reato di immigrazione clandestina e sull’inasprimento delle normative sulla protezione internazionale e sui ricongiungimenti familiari, decisioni europee che con l’adozione della direttiva rimpatri permetteranno di portare fino a 18 mesi la detenzione amministrativa di tutti i migranti costretti ad arrivare irregolarmente in Italia.

Il nuovo pacchetto sicurezza, con quattro disegni di legge ed un decreto legge già operativo, segna un ritorno ad uno stato fascistoide nel quale l’arbitrio della polizia viene sottratto persino al controllo di legalità della magistratura. Un omaggio agli alleati post-fascisti di Berlusconi e alla Lega Nord, che già quattro anni fa avevano dichiarato che si sarebbe dovuto sparare agli immigranti mentre erano ancora a bordo delle navi.

L’opposizione condivide 9 punti su 12 del pacchetto sicurezza proposto da Maroni, ed é pronta ad un voto di tutte quelle misure repressive, anche nei confronti dei cittadini comunitari, che già erano state annunciate dal ministro degli interni Amato. Ma soprattutto, dopo gli accordi italo-libici sottoscritti a Tripoli il 29 dicembre dello scorso anno, si propongono come i garanti della continuità in politica estera, additando la strada che deve seguire il nuovo governo.

Il governo Berlusconi ripropone infami accordi di riammissione, anche con paesi come la Libia e la Tunisia che non riconoscono effettivamente il diritto di asilo e che praticano la tortura e la detenzione arbitraria, per bloccare gli irregolari prima che arrivino in Italia o per rispedire indietro come carne da macello i migranti che riescono a raggiungere le nostre coste.

In questo quadro la Sicilia e le isole minore vengono militarizzate, con l’ampliamento dei centri di identificazione ed espulsione e la creazione di nuovi centri presso le vecchie caserme militari. I vecchi CPT cambiano nome: si chiameranno CIE (Centri di identificazione ed espulsione), centri che serviranno ad assicurare l’arresto immediato e la detenzione amministrativa dei migranti che arrivano dopo avere attraversato il deserto ed il canale di Sicilia. Lampedusa si trasforma in un gigantesco lager a cielo aperto: il sindaco propone di circondare con filo spinato il centro di accoglienza creato dal precedente governo; la parlamentare Maraventano chiede la costruzione dei centri di detenzione per immigrati a mare.

Foto di arkano3 [el naufragio], con licenza Creative Commons da flickr

Appello a sostegno della Sapienza, a sostegno degli studenti

da uniriot - 10 giugno 2008

Molte cose sono state raccontate in questi giorni sull'università la Sapienza, molte cose non vere hanno preso il posto della verità. L'aggressione contro alcuni studenti ad opera di militanti del partito neofascista Forza nuova è stata trasformata in una rissa, una gioiosa manifestazione di oltre 2000 studenti (nonostante la pioggia) in un sequestro di persona. La verità sappiamo è un campo di battaglia e non sempre bastano i fatti a renderla inattaccabile.

In conseguenza a queste falsità si è dispiegato un singolare attacco nei confronti degli studenti e dell'università tutta. Gli studenti sono stati definiti responsabili di una degenerazione politica senza precedenti, figlia del '68, annus terribilis, secondo il Corriere della sera, da archiviare una volta per tutte; la Sapienza un'istituzione incapace di far parlare forze politiche che, nonostante facciano ripetutamente uso di ideologie xenofobe e razziste, oltre che negazioniste nei confronti della Shoah, abituate all'uso della violenza e dell'aggressione, sono legali e dunque meritano di essere ascoltate da studenti, ricercatori e docenti.

Questo attacco va respinto, perché porta con sé un'ostilità senza precedenti nei confronti del sapere critico, della democazia e dell'autonomia dell'istituzione universitaria. Un'ostilità che colpisce anche la Costituzione repubblicana, espressamente antifascista: pluralismo e tolleranza politica e culturale, in questo senso, non sono disgiungibili dal rifiuto di ideologie, linguaggi e pratiche dichiaratamente fasciste come quelle del partito Forza nuova. L'università è probabilmente un luogo anomalo nel paese, anomalo perchè all'interno di esso la pratica democratica del dissenso trova posto, anomalo perchè la critica può essere esercitata pubblicamente. Un'anomalia positiva, dunque, che tiene assieme la comunità scientifica tutta e che fa dell'università uno spazio democratico da proteggere.
Era inevitabile, infine, che all'interno di questa campagna politica di linciaggio, si collocasse una sentenza del Gip (giudice per le indagini preliminari) che ha imposto gli arresti domiciliari non solo a due attivisti di Forza nuova, gli aggressori, ma anche ad Emiliano, studente della Sapienza aggredito. Chiedere la libertà di Emiliano significa riconoscere la differenza tra aggressori e aggrediti, significa dire la verità sui fatti accaduti alla Sapienza.

Primi firmatari:
Nanni Balestrini (poeta e scrittore), Erri De Luca (scrittore), Valerio Mastrandrea (attore), Serge Quadruppani (scrittore e traduttore), Sandro Mezzadra (docente universitario, Bologna), Adalgisio Amendola (docente universitario, Salerno), Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni (casa editrice Derive Approdi, Roma), Gianfranco Morosato (casa editrice Ombre corte, Verona), Ugo Cornia (scrittore), Valerio Evangelisti (scrittore), Benedetto Vecchi (giornalista de il manifesto), Matteo Pasquinelli (ricercatore universitario, Londra), Carlo Formenti (docente universitario e giornalista), Franco Berardi Bifo (saggista), Agostino Petrillo (docente universitario, Milano), Tiziana Terranova (ricercatrice universitaria, Napoli), Adelino Zanini (docente universitario, Ancona), Augusto Illuminati (docente universitario, Urbino), Angelo Mastrandrea (giornalista de il manifesto), Girolamo De Michele (scrittore), Roberto Gramiccia (medico e scrittore), Gabriele Porro (giornalista, la Repubblica), Alessandro Pandolfi (docente universitario, Urbino), Wu Ming (scrittori), Andrea Fumagalli (docente universitario, Pavia), Christine Ferret (responsabile Centre des Ressources - Ambasciata di Francia, Roma), Veronica Raimo (scrittrice), Luisa Capelli (casa editrice Meltemi), Marco Bascetta (casa editrice manifestolibri), Raffaella Battaglini (autrice teatrale), Elena Vanni (attrice), Marco Philopat (scrittore), Massimo Gaudioso (sceneggiatore), Elio Germano (attore), Ottavio Marzocca (docente universitario, Bari), Pino Marino (cantautore e musicista), Anna Pizzo (giornalista, Carta), Pierluigi Sullo (giornalista, Carta), Luca Casarini (attivista e scrittore), Lanfranco Caminiti (giornalista), Tano D'Amico (fotografo)

Per firme e adesioni: roma@uniriot.org

Immagine di arimoore [tell truth], con licenza Creative Commons da flickr