martedì, aprile 24, 2007

Roberto Saviano su Manituana

[...] Quello che da anni portano avanti come progetto i Wu Ming è la nuova possibilità di mettere insieme diversi linguaggi, nuove sintassi, comunicative inesplorate. Un percorso che non ha nulla dell'elitarismo dell'avanguardia: come avevano fatto con il loro precedente romanzo '54', i Wu Ming riescono a costruire storie articolate all'interno delle fibre muscolari della Storia. E le alternative al percorso della Storia non sono giochi ingenui o impossibili [...] smontare il monolite della Storia, per cavarci le storie, non racconti, o aneddoti, non scorciatoie da scrittori per far compagnia alla propria fantasia, ma percorsi abbandonati, ignorati, deformati che attraverso il racconto vengono salvati e riportati nel letto del fiume della Storia. Rendere al condizionale il tempo della Storia significa non subirla. Divenire almeno nel tempo della riflessione capaci di determinarla [...].

[I Wu Ming] Non inventano nuovi destini, ma scovano sentieri già tracciati che non sono stati battuti e forse ultimati. Così prende il via il lungo viaggio spazio-temporale di 'Manituana', trasportando il lettore tra i sentieri e i villaggi della grande nazione irochese, alla vigilia di quella guerra di indipendenza americana che ha decretato la nascita di una nuova potenza e il definitivo affrancamento dei 'ribelli' dall'impero coloniale di re Giorgio III d'Inghilterra. Hanno cominciato dal classico "what if...", chiedendosi cosa sarebbe accaduto se i lealisti avessero sconfitto le truppe di coloni guidati da George Washington. Forse sarebbe andata come in Canada, dove le popolazioni autoctone ebbero molte difficoltà sotto la corona britannica, ma non furono oggetto di operazioni di sterminio, come invece accadde negli Stati Uniti.Ma 'Manituana' non è in nessun modo un libro sulla storia dei 'Native Americans', non è l'ennesimo testo sui pellerossa.


Ed è questo forse il segreto della sua necessità, del passaparola che ha permesso al libro di fuggire di mano in mano. È un racconto di una nuova dimensione, occhi nuovi su un momento della Storia fondamentale, dove si stava per generare ciò che avrebbe determinato le sorti del mondo nei secoli successivi. Un raccontare la gestazione del mondo moderno, la gravidanza della Storia che avrebbe partorito il mondo che oggi abbiamo. Ma che avrebbe potuto generare altro. Un "altro" annegato, abortito, ma che è possibile rintracciare in ciò che è stato. 'Manituana' non è cowboy e pellerossa, non i malvagi indiani strappa-scalpi e i buoni colonizzatori porta-civiltà. E non è nemmeno i buoni indiani e i malvagi americani. Atrocità avvengono su ogni fronte. 'Manituana' è per molte pagine l'incontro di mondi, e vuole essere un sismografo delle cinetiche, dei conflitti, e della fusione bastarda e meticcia che l'incontro di diverse culture ha generato. [...]Non c'è nulla dell'immaginario già consolidato.


La sensazione è che il nuovo romanzo dei Wu Ming sembri in qualche misura un dialogo sibillino con la 'Dialettica dell'illuminismo' di Adorno e Horkheimer. Ed è a questo libro che chiedono interlocuzione piuttosto che all''Ultimo dei Mohicani', di Cooper. Il cuore pulsante di ciò che ha portato l'Europa alla Shoah è nella storia della ragione illuminata, e così i Wu Ming seguendo la traccia portano a dimostrare che proprio i padri della democrazia americana furono i fondatori del massacro, coloro che fondarono le premesse (e non solo quelle) per non accogliere le energie che stavano generandosi nell'incontro tra indigeni, non vedendo nel mezzosangue l'origine degli Stati Uniti d'America, ma portando avanti un'idea di civiltà e civilizzazione che somigliava a un modello in grado di legittimare le nuove aristocrazie coloniali contro le aristocrazie inglesi e francesi del Vecchio continente [...]Dalla parte sbagliata della storia, così come recita il progetto dei Wu Ming, la sottotraccia, il trailer del libro. Parte sbagliata perché non realizzata, ma parte sbagliata perché meno raccontata, considerata reazionaria, scadente, perdente. E così è stato per i nemici dei 'rivoluzionari' di Washington che invece avrebbero avuto un modello di civiltà diverso dallo sterminio. E come sempre però l'irrealizzato riesce a ingravidare il realizzato, l'idea federalista di Benjamin Franklin - ciò per cui ancora oggi viene venerato come grande statista politico - è stata direttamente presa dalle Sei Nazioni irochesi.[...]


Bisogna essere addestrati alla maratona per apprezzare le oltre 600 pagine di 'Manituana', ma il fiato lungo vien leggendo in un percorso che sembra a spirale, una volta entrati, se si decide di entrare, difficilmente se ne esce fuori. Non c'è inizio non c'è termine. 'Manituana' continua sul web (www.manituana.com). Una scelta in piena coerenza con il progetto del libro. Il web è il mai definito, il possibile, il progressivamente costruibile. La capacità di poter seguire i percorsi di 'Manituana' attraverso Google Earth aggiunge capacità concreta d'immaginazione al libro, una sorta di materialismo della fantasia, una forza, quella di mettere ogni strumento al servizio del romanzo, che farà storcere il naso a molti puristi della pagina [...]'Manituana' non è soltanto una narrazione di ciò che poteva essere, ma è una cartografia del possibile, uno strumentario letterario attraverso cui si può smontare il congegno della Storia, una capacità che può essere alimentata solo attraverso la necessità di stare dalla parte sbagliata.

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