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venerdì, settembre 19, 2008

domenica, giugno 08, 2008

Dossier operaismo

Dopo la pubblicazione, qui segnalata, del libro sulla parabola teorica e storica dell'operaismo dal titolo L'operaismo degli anni Sessanta le edizioni deriveapprodi inaugurano una raccolta di interventi attorno a questa pubblicazione nella sezione Dossier del loro sito. Di seguito il primo intervento della redazione (giusto un assaggio), mentre sul sito si trova la recensione di Benedetto Vecchi pubblicata su Alias e già alcuni altri interventi. Questa segnalazione, con l'invito a seguire l'evoluzione di questo dossier sull'operaismo, mi permette di segnalare anche le novità del sito della deriveapprodi: editoriali a firme sparse che commentano qualche fatto del quotidiano, i dossier su temi che scaturiscono dalla pubblicazione di talune opere... insomma, un sito che vale la pena di tenere "sotto controllo", a maggior ragione in questa epoca di grigiore. Qui a lato, potete trovare il feed degli editoriali. (frnc)


Un chilo e cinquecentocinquanta grammi. Tanto pesa L'operaismo degli anni Sessanta. Appena arrivato dalla tipografia, bisognava fare delle spedizioni e abbiamo messo sulla bilancia 'ste novecento pagine e letto l'astina. A tirarlo dietro, un'arma impropria. A farlo entrare nella zucca, un'arma impropria.
Quella straordinaria stagione politica che va dalla fine degli anni Cinquanta alla fine dei Sessanta, dalla sconfitta Fiom alla Fiat fino all'esplodere delle lotte operaie, ha qui il suo pensiero e la sua lettura.
Pensiero e lettura che ruotano intorno la nascita e la fine di due riviste in successione, «Quaderni rossi» e «classe operaia». Cioè, intorno l'«avventura» di una strepitosa, arrogantissima, coltissima, intelligentissima, generosa «cerchia» di giovani, in qualche caso giovanissimi, intellettuali di formazione e militanza socialista e comunista che si raccoglie intorno Raniero Panzieri e poi se ne distacca per seguire un proprio - lo stesso di prima - percorso fino a dichiararne la fine.

La straordinaria quantità di documenti, lettere, appunti, note, volantini, stralci di opuscoli, interviste - un lavoro di ricerca, di raccolta e di raccordo assolutamente fuori dall'ordinario, e che probabilmente più che essere esaustivo finirà col dare origine ad altre storie -, forse non aiuta a sciogliere e comprendere del tutto il groviglio dei passaggi, degli snodi di fronte ai quali ciascuno di quei protagonisti si trovò a prendere posizione e a determinare la posizione degli altri. Ogni ricordo, ogni giudizio finisce col segmentare e rimescolare ulteriormente le appartenenze, i percorsi, che diventano e si intrecciano di volta in volta diversi per teoria, analisi, politica, organizzazione, territorio [i torinesi, i veneti, i romani, i genovesi, i milanesi] fino a iscriversi nelle ragioni delle affinità, del carattere.

Ma questo non diminuisce di una virgola il valore intellettuale del libro, semmai lo potenzia.
Perché una cosa è certa: quella linea di rottura teorica - con la tradizione e con la modernità - che poneva al centro il lavoro operaio aveva una potenza di attrazione intellettuale senza pari e restituiva una pienezza di vitalità, di elaborazione storica o letteraria o economica o filosofica, che era anche fisica. Senza questo, l'intervento davanti le fabbriche, i questionari con gli operai, i seminari e i circoli, i giornali e i volantoni, i viaggi in automobile e in treni di ultima classe, le riunioni e le discussioni estenuanti e i convegni sino all'alba, senza questo pellegrinaggio dalla Fiat di Torino al Petrolchimico di Porto Marghera, dall'Alfa Romeo di Milano alle industrie di Piombino, di Genova, alla Fatme di Roma, senza questo non ci sarebbe stato l'operaismo.
Così, l'intenzione della casa editrice non è solo quella di fornire un libro utile, per studiosi, biblioteche, istituti di ricerca, il dibattito intellettuale; ma un libro necessario. Necessario adesso. Gli operai - si dice - non ci sono più: compaiono quando muoiono, ricordano la loro presenza quando si registra la loro definitiva assenza. È la loro morte a gettare luce sulla loro vita. La morte d'altra parte non fa che sancire la fine politica, una vita senza politica, senza fine politico.

Il secolo operaio è alle nostre spalle. Senza operai che senso ha l'operaismo? Siamo post-operai, siamo post-operaisti.
Il lascito di quell'esperienza è però tutto nella sua inattualità. Essa nasce e cresce nella attesa pratica - di qualcosa che c'è già ma non è ancora - e si divide e muore nell'apparizione teorica - di qualcosa che è ma non è più.
Noi pure siamo in attesa.

(Nella foto Panzieri, Tronti, De Caro, Negri)

martedì, maggio 20, 2008

Pontiac. Storia di una rivolta

Un nuovo esperimento dalla fucina della Wu Ming Foundation, il tentativo di smuovere un prodotto narrativo che si è fatto strada anche nel mercato culturale italiano ma che non riesce a decollare, che non convince fino in fondo: l'audio-libro. Ed ecco che allora, come avevano preannunciato un pò di tempo fa, arriva direttamente on-line un prodotto che incrocia i saperi di tanti e diversi "evocatori" - evocare:"chiamare a manifestarsi da mondi ultraterreni per mezzo di facoltà medianiche o magiche", da Dizionario De Mauro) - che lavorano per costruire una cornice che coinvolga la nostra immaginazione mentale e i nostri sensi.

Il titolo dell'opera (calza chiamarla così, no?) - con testi, disegni, musica - è Pontiac. Storia di una rivolta, può essere letto come un racconto ammutinato di Manituana (l'ultimo romanzo dei Wu Ming) ma è anche assolutamente libero e autonomo rispetto al romanzo. Nella presentazione del progetto così si indica alla centralità della rivolta di Pontiac:

Nelle pagine di Manituana, il nome di Pontiac compare di sfuggita, giusto un paio di volte.
Si può leggere il romanzo senza saperne nulla, eppure la rivolta che porta il suo nome è considerata dagli storici un prologo fondamentale della Rivoluzione americana.
Fu colpa di Pontiac se Re Giorgio III impose un limite alla libera avanzata dei coloni. Quel confine, la Proclamation Line, colpì i sudditi americani almeno quanto la famosa legge sull’importazione del tè.
Fu colpa di Pontiac se le Sei Nazioni Irochesi incrinarono il loro legame, combattendo su fronti opposti per la prima volta dopo seicento anni. Non ci furono scontri diretti, ma i Seneca parteciparono alla rivolta indiana, i Mohawk alla repressione inglese.

Il prodotto è immateriale e non sembra destinato - al momento - al finire in libreria. Potete scaricarlo direttamente - modalità In raimbow dei Radio Head: gratis, prezzo indicato o prezzo libero. La vocazione vera di quest'opera ci dicono sarà lo spettacolo live, aspettatelo quando passa dalle vostre parti e segnatevelo in agenda.

Buona lettura, buona visione e buon ascolto.




(Clicca sul banner qui sopra per il sito dedicato e il download)

lunedì, maggio 05, 2008

MayDay scaccia la solitudine

La giornata si presenta bene, il sole si fa spazio fra un velo di foschia. Arriviamo - in un gruppetto - che la manifestazione è già iniziata, si stende da Porta Ticinese in su: finalmente aria di MayDay. E' sempre con un pò di ansia che si arriva alla MayDay, perché risulta incredibile che ogni anno si azioni l'alchimia che fa di questa la grande manifestazione del Primo Maggio italiano, moltiplicatasi oramai in Europa e oltre, che si aggancia e relazione con il movimento degli migranti statunitensi - in primis latinos - che si mobilitano da qualche anno il primo di maggio.

L'alchimia della MayDay è tutta nella sua indomabilità da parte di partiti, sindacati, gruppi di movimento. Una marea di singolarità che cancella e rende alieni i piccoli spezzoni dietro le bandiere di qualche "partito comunista e qualcosa", mentre la marea delle singolarità si muove su e giù dal corteo questi gruppetti compatti e discliplinati, dietro qualche "funzionario", evidenziano la separatezza dai simboli e dalle pratiche che abbiamo ereditato dall'era del capitalismo industriale.
In testa biciclette e spezzoni di migranti, ordinati e determinati.

Dai tanti camion musica e birra, prosecco dal autobus di Fiere Precarie per brindare: ci siamo, possiamo guardarci e toccarci. Possiamo esserci senza cancellare nei numeri le singole vicende, le singole lotte (anche individuali), la singola incazzatura contro l'imposizione lavorativa e contro un'omologazione che ci piega all'auto-sfruttamento, alla ricerca di visibilità sociale attraverso il consumo. L'advertising è come sempre la forza della MayDay, la capacità di costruire un mondo di simboli, linguaggi e narazioni: è presente la consapevolezza che la definizione dei termini dei conflitti è una parte fondamentale dei conflitti stessi, che l'affermazione di una determinata lettura del lavoro dei giorni nostri nella società - così come delle singole scelte di vita, in ogni suo aspetto - è centrale per sperare in una nuova riattivazione delle capacità di coalizione.

Ognuno delle e dei presenti forse non sa, ma mi accollo il rischio e scommetto che ognuno è in MayDay per uscire dalla solitudine e per strappare il diritto materiale ad autodeterminare la propria esistenza. E' già un passo in avanti.

mercoledì, aprile 30, 2008

A Sbancor

Questa è una brutta botta. Le analisi di sbancor erano di quelle che affondavano i denti nella cruda realtà, così come negli immateriali flussi finanziari. Sembra a leggerle - e un pò ci si immaginava - che lo sguardo dell'autore interpretasse la realtà attraverso un universo di segni per noi incomprensibile, non leggibile: come in Matrix - il film - pareva avesse la capacità di leggere direttamente il "codice" per regalare a noi una rappresentazione comprensibile del reale. Sbancor è morto, me ne dispiace e duole anche se non lo conoscevo di persona. Un saluto pieno di gratitudine per quel che ci ha dato.

Questo di seguito è l'articolo uscito su carmillaonline a commento del triste evento.

Lì troverete un link a tutti i pezzi scritti da Sbancor per carmilla.
(frnc)

Abbiamo appreso da meno di un'ora della morte di Sbancor.

Era - e per quel che ci riguarda rimane - collaboratore di Carmilla, autore di libri ("Diario di guerra", 2000, e "American Nightmare", 2003), mediattivista e militante anarchico, esperto di economia e finanza, persona appassionata. Suoi interventi sono apparsi, oltre che su questo sito, su Rekombinant, Indymedia e Giap.

Sbancor è per noi la voce sferica e baritonale che, mesi prima dell'11 Settembre 2001, diede forma a una previsione: la guerra contro l'Afghanistan.
Da allora, non abbiamo mai sottovalutato un suo giudizio, una sua intuizione, finanche una sua battuta.

Risalgono al 2002 questi suoi "aforismi sul movimento":

Muovendosi cambia. Solo a questa condizione un movimento produce un mutamento.

Il movimento è la sottrazione dell'intelligenza all'organizzazione sociale del consenso. Il che la rende più deficiente. Probabilmente anche più cattiva. L'intelligenza sottratta al sistema di organizzazione sociale è intelligenza libera. L'intelligenza libera è destinata al nihilismo.

Fermare questo ciclo del "samsara" è il "mantra" dei mutamenti. L'unico soggetto che appartiene a questo scenario è "l'io sono tutti i nomi della Storia" di Nietzsche.

La persona che adottava lo pseudonimo non desiderava fosse usato il suo vero nome.
Certamente nei prossimi giorni potrete leggerlo, su qualche giornale o nei ricordi di chi gli ha voluto bene.
Ma per ora, per oggi, qui su Carmilla, noi lo chiameremo soltanto "Sbancor".

L'amore che mi ha dato alla luce lo riporto alla mia Origine senza perdita, fluttuo sopra chi vomita
esaltato dalla mia assenza di morte, esaltato da quest'assenza di fine che gioco ai dadi e seppellisco
vieni poeta taci mangia il mio verbo, e assaggia la mia bocca nel tuo orecchio
.
(Allen Ginsberg, The End)

Condizioni e identità del lavoro professionale

Continua il dibattito e la discussione attorno ai temi sollevati da Sergio Bologna nel suo Ceti medi senza futuro?, testo di cui ho già parlato più volte e che ritengo sia una delle migliori analisi - per quanto frammentata - sul lavoro e sulle condizioni del lavoro che si vede in Italia da almeno un decennio. Dopo l'uragano delle elezioni politiche la prima indicazione da trarre è la necessità di rimmetersi a fare i conti con i lavori e i lavoratori del capitalismo cognitivo, gli unici che possono indicare le fratture su cui far leva per liberare tutte e tutti dall'imposizione lavorativa e mostrare linee di fuga per l'auto-determinazione delle nostre esistenze.

E' uscito - per tornare a Ceti medi senza futuro? - un libricino sempre per DeriveApprodi, liberamente scaricabile oltre che acquistabile, in cui sono raccolti diversi contributi sul tema Condizioni e identità del lavoro professionale. Vi hanno partecipato L. Cigarini, C. Marazzi, K. Neundlinger, D. Banfi, L. Romano, S. Bologna.

Per chi volesse il tutto si trova qui su DeriveApprodi.

mercoledì, aprile 16, 2008

Piccola nota sulle elezioni politiche


Riprendo la parola su
finoaquituttobene per un breve commento sul risultato di queste elezioni politiche. Lo faccio perché per scelta convinta - dopo giorni di indecisione - non ho votato e con il mio non-voto sapevo di concorrere ad affossare in primo luogo la Sinistra-l'Arcobaleno.
Il Partitone Democratico non l'avrei mai votato, mi sa mai lo voterò; un partito di centro non è un buon posto per gente di sinistra, tanto più per quelli inclini a vedere la politica più fuori che dentro i palazzi, cioè nelle strade e nei quartieri, nella costruzione di relazioni, nell'agire differenti immaginari da quelli dominanti di potere e profitto. A maggior ragione per chi crede che la sinistra sia "antiquata" e che oggi ben poca cosa possa significare se non rappresentare residui elementi di un nostalgico passato.

Mister B ha vinto - ma pochi avevano dubbi su questo - e il Partitone Democratico ha vivacchiato sullo spauracchio berlusconiano. La Sinistra-l'Arcobaleno - come titolava il manifesto di ieri - è da oggi sinistra extra-parlamentare. Dunque la scomparsa su cui l'astensionismo di sinistra aveva scommesso è partita vinta, ora si spera che dopo le dimissioni del Bertinotti arrivino a ruota quelle di Giordano-Pecoraro-Diliberto-Mussi... ma forse questa è pura speranza, se già c'è chi sostiene che la sconfitta sia dipesa dal "vampirismo" del PD o dalla mancanza di Felce&Mirtillo dal simbolo che avrebbe confuso la base elettorale... manco fossero tutti fessi questi della base elettorale...

Ora c'è da ripartire, lo spazio delle possibilità si fa più agibile e vedremo se ne potrà venir fuori qualcosa, certo per i movimenti che verranno le possibilità si allargano a mano che si restringe la possibilità di sovra-determinazione dei conflitti da parte degli arcobaleni.
Va detto poi che a sto punto tutti noi non avremo più l'alibi della rappresentanza parlamentare a sinistra, ora si deve davvero tornare a fare politica abbandonando anche quel certo atteggiamento di supponenza verso gli italiani in genere e per coloro che hanno votato e non come sperava qualcuno. Lasciamo ai rappresentanti della destra le lacrime di coccodrillo per la scomparsa della sinistra parlamentare (con magari Bertinotti prox senatore a vita) insieme alla preoccupazione che i conflitti possano di nuovo prendere forma nella società, senza "diritti di tribuna" in parlamento che rappresenterebbero per i conflitti solo ipoteche e alimenterebbero - ancora una volta - l'idea di una possibile mediazione politica.

Come dice Bifo nell'intervento che segue "
non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi".


(frnc)

giovedì, aprile 03, 2008

venerdì, febbraio 01, 2008

A proposito di "Storie Orali. Racconto, immaginazione, dialogo"

L'uscita del libro di Alessandro Portelli è una bella novità, per tutte le motivazioni che segnala Bermani nell'articolo pubblicato da il manifesto - e postato qui sotto - e in particolare per il suo carattere di raccolta che faciliterà l'accesso al materiale vario prodotto da Portelli in un lungo arco di tempo. Personalmente ho sempre provato un interesse "a pelle" per la storia orale, sia dal punto di vista metodologico che per quanto riguarda le tematiche delle ricerche sviluppate dagli storici che hanno lavorato nel solco di questa tradizione.

Quindi, oltre a invitarvi a leggere questo libro, segnalo a proposito un altro articolo pubblicato da il manifesto in occasione della pubblicazione del libro di Portelli e scritto da un altro importante protagonista della "storia orale" in Italia, Cesare Bermani. L'articolo, dal titolo Ritorno sul campo, i lavori in corso di uno storico militante, è disponibile qui.

In fine, consiglio una visita del blog di Alessandro Portelli, con molto materiale interessante: oltre ai suoi articoli giornalistici scritti per il manifesto, vario materiale frutto delle sue ricerche ma anche registrazioni di interventi delle sue lezioni di storia alla Sapienza, in cui insegna. Su tutti, segnalo l'articolo pubblicato il 12 dicembre scorso dal titolo Monongah, 1907: l'inferno in West Virginia che riprende i fatti già segnalati su finoaquituttobene nel post finoaquituttobene, Wu Ming, stragi e movimento operaio statunitense.

Il blog di Alessandro Portelli è alessandroportelli.blogspot.com

(frnc)

mercoledì, gennaio 23, 2008

Radio Maria su Satana all'università (e nel mondo...)

... senza commenti particolari posto questa registrazione di una trasmissione di Radio Maria - la nota emittente vaticana - in cui si "commentano" le motivazioni che hanno spinto docenti e studenti a sottolineare l'inopportunità della presenza di papa Ratzinger all'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza. Non so aggiungere altro, son senza parole... mi ha ricordato le esternazioni di Monsignor Balducci sul rock satanico dei bei anni andati... (frnc)



martedì, gennaio 22, 2008

Chiude italia.it, buttati milioni di €uri

35,9 milioni di €uro investiti in una grandissima figuraccia, il sito promozionale dell'Italia paese voluto dal - ancora per poco ;-) - ministro Rutelli pare verrà chiuso dopo una non brillante carriera in cui italia.it proprio non è riuscito a decollare. Sarà per la sprevvedutezza nella realizzazione del sito, zeppo di errori e indicazioni errate, ma soprattutto nei confronti della cultura della Rete e dei suoi navigatori.

Certo avrà dato una mano all'affosamento anche il video in roman-inglish girato dal ministro al tempo del lancio... uno guarda, ascolta e quasi non ci crede...
(frnc)


mercoledì, gennaio 16, 2008

Intollerante è chi non accetta il dissenso!

Questa volta a papa Ratzinger è andata male, anche se la sua mossa a sorpresa ha lanciato la corsa a un ceto politico pronto - tutto sembrerebbe, dalla destra alla sinistra dell'emiciclo parlamentare - a prendere le sue difese, in nome di un concetto di confronto democratico che oltre ad essere argomento utilizzato sempre più in maniera strumentale sposta e cela la vera questione al centro della vicenda: il papa era invitato alla Sapienza per l'innaugurazione dell'anno accademico, per una lectio magistralis in cui avrebbe discettato su temi "eticamente sensibili" - come si ama oggi dire - e in cui il "democratico confronto" sarebbe stato ridotto all'"educato ascolto" delle parole di chi, per mestiere, fa il rappresentante di dio in terra, di un dio fra l'altro onnipotente e che tutto conosce.

Insomma, che dialogo possiamo immaginarci fra la comunità dei fisici e il papa nella cerimonia che dovrebbe celebrare la supposta autonomia dell'Università da ogni potere, sia esso politico, economico o religioso?


Che non fosse questo un tentativo di legittimazione reciproca fra due poteri - forse gli ultimi rimasti - di stampo feudale? Il tentativo di scambiare l'autonomia del sapere universitario con la legittimazione delle pretese cattoliche dentro le università, per avere in cambio l'incoronazione di alcuni baroni nelle cattedrali da parte del pontefice?


Quello che segue è il comunicato della Rete per
l'autoformazione di Roma che risponde alle accuse piovute sui contestatori della visita del papa. (frnc)


Una grande vittoria, una pagina importante della vita politica del paese. Non tanto e non solo perché il papa ha deciso di rinunciare all'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza previsto per giovedì 17 gennaio, ma anche e soprattutto perché una verità è stata confermata. La decisione del papa, infatti, dimostra in modo evidente che le istituzioni ecclesiastiche di Benedetto XVI non accettano dissenso, né differenza, né libertà di parola.

L'occupazione del rettorato che abbiamo fatto quest'oggi è stata un grande successo perché ha ottenuto un risultato che qualifica la democrazia e ne garantisce il funzionamento: la libertà di espressione, la libertà di contestare opinioni, posizioni e poteri che vengono ritenuti lesivi dei diritti di tutt*. Non si è trattato né di violenza, né di una cacciata, ma di un esercizio di libertà! L'attacco ai diritti e alle libertà da parte di papa Ratzinger non è cosa nuova e non è invenzione intollerante di un gruppuscolo di laici: ogni giorno gli attacchi alla 194, alla decisione delle donne; ogni giorno l'attacco alle libere scelte sessuali; ogni giorno la crociata contro la laicità delle istituzioni pubbliche. Per non parlare della richiesta pressante di destinare le risorse pubbliche alle strutture formative e di cura cattoliche (lo schiaffeggiamento per Veltroni e Marrazzo della scorsa settimana).

Questo papa è persona di grande
intelligenza, dotato di un pensiero forte, indisponibile alle mediazioni: oggi lo ha dimostrato in modo chiaro (a noi e a tutti quelli che per il loro vuoto politico attendevano una benedizione)! Dicendo di no all'inaugurazione Ratzinger non lascia dubbi, né ambiguità: non accetta la possibilità di critica e di dissenso. Non è il pericolo sicurezza che lo ha spinto a rinunciare, ma il fatto che docenti e studenti ritenevano la sua visita inopportuna e hanno lottato in questi giorni per poter pronunciare queste parole. La richiesta di non militarizzare l'università, la richiesta di poter contestare la sua presenza all'interno della città universitaria evidentemente lo ha indispettito. La disarmonia che tiene lontano il papa per noi ha un altro nome, si chiama democrazia.

L'università non è una famiglia, ma uno spazio pubblico, dove la ragione si esercita con il confronto e le divergenze, anche aspre.
Chi sono dunque gli intolleranti? È questa la domanda che rivolgiamo alla stampa e alla politica. È intollerante chi chiede di poter manifestare all'interno della propria università o chi voleva una vetrina senza incrinature e senza rumori dissonanti? Un elogio va al coraggio dei tanti docenti che con fermezza e passione hanno detto quanto tutta la comunità scientifica italiana avrebbe dovuto dire a gran voce: il pensiero di Ratzinger non ha a cuore la scienza e l'autonomia della ricerca. Questa affermazione che da sola giustifica tanto coraggio sembra suono impercettibile per i tanti che nel mondo politico attaccano docenti e studenti, definendoli mostri laici e integralisti.

Ci vuole davvero scarsa dignità a non prendere sul serio le parole di Ratzinger, perché solo chi non le prende sul serio può ritenerle innocue per la scienza, per i diritti, per la libertà, per i desideri.
Invitiamo, infine, tutt*, studenti e precari, ricercatori e docenti, sindacati di base e centri sociali, associazioni della società civile, a partecipare alla conferenza stampa di domani, sotto la statua della Minerva finalmente libera, e alla manifestazione che si svolgerà sotto la scalinata di Lettere giovedì mattina a partire dalle ore nove. Una festa e una manifestazione nello stesso tempo, tenendo in conto che per gli studenti e i precari le politiche della sinistra di Veltroni e di Mussi in materia di università e di ricerca sono inaccettabili, oltre che lesive.

W la Minerva libera!

martedì, dicembre 11, 2007

Haikyo: la fotografia delle rovine

In Giappone pare sia ultimamente attiva una corrente fotografica chiamata haikyo, in cui ad essere impressionate sulla pellicola o salvate su una memoria digitale sono le città in rovina del Giappone industriale: i palazzi diroccati, i vecchi luna-park, le stanze abbandonate di fretta di qualche hotel...

Fino a qualcosa di più sbalorditivo, un'inte
ra isola ora abbandonata - nella foto a lato - ma che fino a una trentina di anni fa ospitava qualche migliaio di donne e uomini, che li vivevano e lavoravano nelle miniere. Una volta che queste ultime sono state chiuse l'isola è stata completamente abbandonata, così la natura ha iniziato a riprendersi quello che le era stato sottratto a suo tempo, trasformando l'isola in un perfetto non-set per i fotografi haykio. L'isola si chiama Hashima, sulla costa di Nagasaki, ed è ufficialmente non accessibile liberamente.

Ho cercato un pò in Rete ed ecco che subito è saltato fuori il sito di Hiroyuki Tsuzuki, fotografo haikyo, che con le sue immagini rende tutto il fascino di questi luoghi che evocano mondi futuribili, così simili a quelli visti nei film catastrofisti e, soprattutto per i giapponesi, sugli anime.

Nella cultura giapponese leggo che non si dà valore a ciò che è vecchio, una qualità questa che pare non sia apprezzata e poco accettata. Certo queste immagine, così come l'interesse verso questi luoghi, avranno certamente a che fare con il fatto che la società giapponese sia "vecchia" e oramai in declino.

Queste sotto sono una selezione personale e parziale di fotografie, voi fatevi un giro direttamente sul sito di Hiroyuki... e vedete come ve la cavate con il giapponese (a partire da quelli che penso siano i titoli delle foto).


この椅子の色にはやられた。


廃墟に粉砂糖。


だが、明るい窓の外と部屋の様子を写真でとらえるのは難しい。


遊園地に隣接した施設を避けるため山道を2時間 裏山からの潜入。

mercoledì, dicembre 05, 2007

frnc scrive ai Wu Ming: le lotte dei minatori del Colorado e la strage di Ludlow

Cari Wu Ming, con grande piacere colgo l'occasione di una vostra citazione del mio blog finoaquituttobene per presentarmi, la persona che si firma frnc infatti sono io e ora così conoscete il mio nome. Mi ha fatto molto piacere essere linkato su giap, non tanto per il picco di contatti registrato dopo la segnalazione ;-), ma perché sono dai vostri esordi un estimatore dei vostri lavori e soprattutto del modus operandi (no copyright, ecologia, presentazioni e rapporto coi lettori ecc.) che vi ha caratterizzato in questi anni. E a Giap sono iscritto da sempre...

Generalmente seguo le vostre "mosse" da wumingfoundation, ma casualmente nel caso dell'intervista su Il bene comune ci sono arrivato per tutt'altra strada, per connessioni più o meno casuali. Vi rubo un minuto per citarle.

Casualmente ho letto su un volume recuperato in un mercatino tre articoli di John Reed su alcune vicende legate al movimento operaio statunitense all'inizio del Novecento: Le lotte di Paterson (1913), Le lotte del Colorado (1914), Processo all'IWW (1918).
Il secondo reportage sulle lotte dei minatori in Colorado mi ha fatto conoscere le vicende svoltesi tra Trinidad e Ludlow, con i minatori e le loro famiglie che si contrapposero alle guardie armate delle società minerarie prima (in primis gli uomini di Rockefeller), ai soldati federali poi. Il risultato fu la strage di 17 fra donne e bambini, bruciati nelle buche scavate sotto le tende che avevano ospitato i minatori e le loro famiglie durante la lotta - ovviamente scacciati dalle loro case poiché di proprietà delle stesse imprese minerarie. Quelli di seguito sono i loro nomi, suonano familiari vero?

VICTIMS OF LUDLOW MASSACRE
APRIL 20, 1914


LOUIS TIKAS, AGE 30 YRS.
JAMES FYLER, AGE 43 YRS.
JOHN BARTOLOTTI, AGE 45 YRS.
CHARLIE COSTA, AGE 31 YRS.
FEDELINA COSTA, AGE 27 YRS.
ONAFRIO COSTA, AGE 6 YRS.
LUCY COSTA, AGE 4 YRS.
FRANK RUBINO, AGE 23 YRS.
PATRIA VALDEZ, AGE 37 YRS.
EULALA VALDEZ, AGE 8 YRS.
MARY VALDEZ, AGE 7 YRS.
ELVIRA VALDEZ, AGE 3 MO.
JOE PETRUCCI, AGE 4 1/2 YRS.
LUCY PERTUCCI, AGE 2 1/2 YRS.
WILLIAM SNYDER, JR., AGE 11 YRS.
RODGERLO PEDREGONE, AGE 6 YRS.
CLORIVA PEDREGONE, AGE 4 YRS.

Che gli emigranti italiani avessero dato un contributo essenziale alla costruzione del movimento operaio americano non è una novità, basti pensare alla storia degli IWW. Ma comunque fa riflettere vedere la lunga serie di cognomi "nostrani" nella lista delle vittime. Qui un bel sito sulla storia di Ludlow. Dopo essere incappato in questa vicenda - di cui racconta anche Mother Jones nella sua autobiografia - ho cercato un pò in giro nella rete qualche contributo interessante sul rapporto emigrazione italiana-movimento operaio, così ho trovato un saggio interessante - anche perchè in parte autobiografico - di R.J. Vecoli che insegna storia alla University of Minnesota dal titolo Emigranti italiani e movimenti operai negli Stati Uniti. Una riflessione personale su etnicità e classe sociale (tradotto e pubblicato in Italia da Acoma). Vabbé, per farvela breve, sul saggio di Vecoli ci trovo un riferimento ai Quaderni di appunti etnologici di Marx che non conosco, quindi anche un riferimento a Franklin Rosemont e al suo Karl Marx and the Iroquois (liberamente disponibile qui)... Nel giro di poco mi sono ritovato a leggere la vostra intervista... Quindi dopo tutti quei passaggi mi è venuto di scrivere finalmente anche qualche riga di commento personale su Manituana, pensando in parte a quella moltitudine ribelle rappresentata dai migranti italiani negli Stati Uniti (tra l'altro con un'immagine molto diversa da quella egemone del emigrato italiano quale "brava gente"). E l'accostamento con I ribelli dell'Atlantico si è imposto con ancora più forza.

22 novembre 2007

finoaquituttobene, wu ming, stragi e movimento operaio statunitense...

Facciamo un pò d'aggiornamento: finoaqituttobene alla fine del mese di novembre aveva registrato un picco di contatti, così da una piccola verifica ho scoperto che era finito segnalato su Giap! (la newsletter della Wu Ming Foundation) perché sembra avessi "anticipato le mosse" dei Wu Ming postando la loro intervista alla rivista Il bene comune che avevo intercettato in rete. E fin qui piacere tutto mio che finoaquituttobene fosse stato segnalato su Giap di cui sono affezionato e di lunga data lettore.

Dopo di che, per presentarmi oltre questa banale coincidenza, avevo scritto una e-mail in cui racconto come ero giunto alla "scoperta" della suddetta intervista: una modalità serendipica che da un libro acquistato al mercatino dei Gaudenti mi aveva portato ad alcuni reportage di John Reed, quindi alla strage di famiglie operaie nella lotta dei minatori del Colorado (1914), a Ludlow per la precisione. Quindi via di nuovo con altre connessioni: storici militanti statunitensi, Karl Marx and the Iroquais di F. Rosemont, per finire con la scoperta degli Ethnological Notebooks dello stesso Marx... ed ecco comparire l'intervista ai Wu Ming.
Un viaggio mentale colmo di sollecitazioni e storie in cui scavare.

Béh, la mia e-mail è piaciuta ai Wu Ming e ora si trova come spunto di discussione sul Livello 2 del sito di Manituana (il livell
o cioé a cui si accede solo rispondendo a una domanda inerente il romanzo stesso, quindi dedicato a coloro che hanno già letto Manituana). Mi sembra giusto quindi raccontare anche qui un pò più dettagliamente il mio "viaggio serendipico" proprio attraverso la stessa mail, che in effetti mi sembra diretta e assente da affettazione, quindi particolarmente riuscita (la trovate al prossimo post). Nel frattempo invito tutti i lettori di Manituana che seguono finoaquituttobene nella sezione Conversazioni del Livello 2...

E poi, visto che ai viaggi serendipici non è possibile mettere fine volontariamente, ecco che oggi scopro "casualmente" che il prossimo 6 dicembre ricorre il centenario della tragedia mineraria di Monongah, nel West Virginia (USA), ove perirono oltre 950 minatori di cui oltre 450 emigrati italiani. Il più grande incidente minerario della storia statunitense.
Per chi volesse saperne di più consiglio di fare ciò che io sto facendo in questo momento: scaricare il film documentario Monongah - La Marcinelle americana, realizzato nel 2006 da Editrice Filef (FILEF - Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie) disponibile sul sito di Arcoiris Tv, precisamente qui.

(frnc)

martedì, novembre 13, 2007

"Categorie": insieme di cose o persone che hanno caratteristiche o proprietà comuni


Ora, per me non fa differenza se uno è in macchina e sta andando allo stadio, a pesca, o chissà dove. Mi spaventa che un individuo sulla sua macchina si ritrovi con un foro di proiettile nel collo e la sua vita chiusa in un decimo di secondo. Certo, un ultrà si dice. Certo, dico io, il poliziotto dal grilletto facile lo ha categorizzato nella sua testa come un ultrà, pericoloso, e quindi come "nemico". Io non vado allo stadio da dieci anni, ma non vorrei che un gentile tutore dell'ordine decida nella sua testa bacata che a guardarmi, anche da lontano, mentre pisolo in macchina gli ricordo qualche altro tipologia di "nemico dello Stato". Perché si sa la lista è lunga.

Nel frattempo l'unica cosa sensata su quel che succede in questi giorni lo trovo come sempre in sti casi nelle parole del compianto Valerio Marchi. Non c'è da stare allegri.

«Il ritratto dell'ultrà, e con esso i suoi legami con la politica, tende di solito a rimanere racchiuso in questa tesi asfittica, vagamente complottistica, in cui un fenomeno sociale che nel giro di trent'anni, contando solo l'Italia, ha coinvolto e coinvolge tuttora centinaia di migliaia di persone, viene ridotto alle malevole attività di un manipolo di malintenzionati. Gli si nega ogni valenza sociale, per quanto contraddittoria o addirittura distruttiva, elaborando teoremi in cui gli ultrà vengono manovrati come burattini senza fili da oscuri gerarchi».

da Il derby del bambino morto

domenica, ottobre 28, 2007

Come l'Italia sta gabbando le nuove generazioni...

Giusto per non far calare il nostro disgusto per la fase attuale della nostra piccola società italyota, ecco come ci gabbano mentre noi - precari o meno, giovani o meno - non riusciamo a fare "coalizione".

La precarietà l'hanno assunta come problematica anche i padroni... chi ci crede? Io no, ma in tanti penso che ci cadranno e così avvalleranno le misure che i gggiovani confindustriali peroreranno ai nostri cari governanti (sempre a favore dei gggiovani)... l'allenza con l'intellighenzia della sinistra liberale è fatta (per chi aveva ancora dubbi), così possono pure giocare sull'effetto sorpresa garantito da questo "cavallo di troia" con cui rinfocolano lo scontro generazionale, mentre figli, genitori e nonni annegano indistintamente nella merda.

http://www.frdb.org/documentazione/scheda.php?doc_pk=10953&id=157

sabato, settembre 29, 2007

Ripartiamo... con una cover dello sceriffo Cofferati

Eccomi! Bando agli indugi, si scosti la pigrizia... ripartiamo con finoaquituttobene... sarà un mese che il tarlo rodeva, ma poi il "da dove ripartiamo?" mi ha portato via via a far scorrere le giornate senza decidere da dove ripartire.

Ora è il momento. Reiniaziamo con un video, giusto per ricalarci nel clima di questo autunno, con la marea securitaria che monta, l'imminente e definitiva crisi della sinistra politica con come corollario alla nascita del partitone democratico. Tutto questo circo a confermarci le sensazioni raccolte durante l'estate, con le nuove emergenza di turno che - sarà che a questo punto, a suon di emergenze, la fantasia scarseggia - cancellano definitivamente il senso del pudore: siamo infatti nel paese in cui sono gli "straccioni", gli "sfigati della terra" il problema, in cui se bruciano quattro bimbi rom sotto un ponte si chiudono in gabbia i genitori (e nessuno dice nulla), mentre per i condanni per infanticidio (bianchi, biondi, puliti...) si ricorre alle misure alternative.

Una cosa ancora, proprio sul pudore. Una citazione di G
ünther Anders (su cui tornerò...) che mi sembra più che azzeccata:

Già oggi nella società conformistica la mancanza di pudore passa per franchezza, dunque per virtù, e questa virtù per uno attestato di lealtà.

Bè, comunque il video è divertente e mi sembra importante ricominciare con una traccia di sorriso sul volto.


giovedì, agosto 30, 2007

Ferie.senza.preavviso... si rinizia con una brutta nuova

Ok, mi sono preso un periodo di ferie senza preavviso da finoaquituttobene... ma almeno qui lo si può fare, mentre nella realtà convenzionale è possibile solo quando si attua l'opzione exit...

Tutto nella norma dunque, finoauituttobene tornerà ad aggiornarsi presto... queste righe sono scritte a Firenze, solo ora dopo un pezzo accedo alla rete e nella e-mail ci trovo la segnalazione di una pessima notizia che è la morte di Franco Carlini. Sono dispiaciuto poiché leggo come leggo la Rete e le sue dinamiche anche per le sue importanti riflessioni, così come ricordo la volta che un suo articolo sbloccò nella mia testa un passaggio fondamentale della mia tesi di laurea... insomma, si rinizia con un dispiacere...

Qui l'editoriale di Chip&Salsa uscito oggi su il manifesto scritto da Carlini.

lunedì, luglio 30, 2007

Bandiera nera

Non so, magari già tutti hanno appreso la notizia, ma non mi dispiace che giri anche su finoaquituttobene: venerdì 27 è morto Giovanni Pesce - nome di battaglia Visone. Per starmene il più lontano possibile dai toni della retorica resistenziale ricordo solo - per chi non lo conoscesse - che fu Medaglia d'Oro della Resistenza. Dell'uomo dietro al partigiano possiamo conoscere qualcosa dalla lettura dei suoi libri, sopra di tutti ovviamente Senza tregua! (qui scaricabile il libro intero), fondamentale opera resistenziale che ha il pregio di mostrarci il travaglio materiale ed esistenziale di donne ed uomini della resistenza, aiutandoci a sottrarre quelle pagine della nostra storia dalla retorica degli Eroi (sic!), resi simulacri di combattenti.

Giovane emigrante, quindi comunista, quindi volontario in Spagna.
Prigioniero e al confine (a Ventotene) nell'Italia fascista, fu poi attivo prima a Torino e poi a Milano sotto la direzione del comando generale delle Brigate Garibaldi nella costituzione e direzione dei GAP (Gruppi Azione Patriottica), partecipando direttamente in ultimo alla liberazione di Milano.

L'ultima volta che nella mia vita davanti ad una scheda elettorale segnai con una croce un simbolo con falce+martello fu solo per la sua presenza nella lista elettorale, visto anche che in Italia in questi anni nessuno di "quelli che contano" e possono hanno spinto per la sua elezione a senatore a vita.

Come si sarebbe detto una volta, cordoglio per il compagno e partigiano Giovanni Pesce.