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sabato, ottobre 25, 2008

martedì, ottobre 14, 2008

David Foster Wallace: noi dobbiamo essere i genitori

"Review of Contemporary Fiction", estate 1993

Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo...

Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori.


mercoledì, settembre 10, 2008

martedì, agosto 12, 2008

Milano sotto l'expo

di Marco Philopat
da il manifesto - 9 agosto 2008

C'era una volta la Darsena, il porto milanese dove centinaia di barconi rifornivano giornalmente i cittadini con materie prime, viveri e manufatti. La Darsena era il fulcro di una fitta rete di canali che collegavano la città al bacino del lago Maggiore, attraverso il Ticino e il Naviglio Grande, e a quello del lago di Como con l'Adda e il canale della Martesana. In questo slargo acquatico artificiale costruito durante la dominazione spagnola, confluivano anche le acque di ben 19 fiumi o torrenti, tra cui l'Olona, il Seveso e il Lambro, che ancora oggi scorrono nel sottosuolo milanese. Un sistema di trasporto unico al mondo. A metà dell'Ottocento la Darsena era uno dei più funzionali e capienti porti italiani. 85.000 mila tonnellate di merci per 8300 imbarcazioni all'anno. La zona circostante, il quartiere Ticinese, era il centro degli scambi commerciali e culturali di Milano e per secoli il punto di approdo di milioni di bifolchi che tentavano la fortuna in città. I bifolchi, uomini grezzi che coltivavano la terra, erano naturalmente odiati dalla ricca e opulenta borghesia meneghina, e non trovando molto spazio all'interno delle mura spagnole concentravano le loro relazioni sociali attorno alla Darsena. Qui nel corso dei secoli si sono susseguiti i clochard più bizzarri, ogni genere di artista, dal più blasonato al fallito totale e i più orgogliosi rappresentanti della Ligera, la piccola mala locale con i suoi traffici facilitati dai numerosi passaggi sconosciuti nelle case forate tra il naviglio Grande e quello Pavese. Infatti secondo alcune leggende il quartiere era chiamato dei furmagiatt non solo per le tante botteghe per la produzione del formaggio, ma anche per i buchi nelle case dove poter trasportare e contrabbandare la merce.

Il Ticinese era anche un pullulare di poeti da strapazzo, ubriaconi visionari, attivisti politici e sobillatori anarchici. Le sorti di tale ciurma rispecchiavano gli alti e i bassi delle diverse fasi storiche della città e dei capricci dei suoi dominatori. Spagnoli, austriaci, il brevissimo periodo di esaltazione rivoluzionaria con i francesi e la restaurazione austriaca. Poi i carbonari, le Cinque Giornate, i garibaldini, i moti di piazza del 1898, la cosiddetta protesta dello stomaco e la strage di Bava Beccaris. Quella volta, i cannoni del generale spararono ai rivoltosi uccidendone più di settecento. Dopodiché nei dintorni della Darsena, nonostante guerre e crisi economiche, si respirò una certa aria di libertà fino agli anni di Mussolini, quando a quella marmaglia di bifolchi fu proibito di girare impunita lungo i canali dell'Amsterdam padana. Nell'ottobre del 1926 fu approvato il piano regolatore in cui era prevista la copertura dei navigli, che avvenne nel 1929. Da quel momento la Darsena e il suo popolo si accontentarono di fare scorrere le acque e i suoi tumulti nel triangolo delimitato dal naviglio Grande e da quello Pavese. Triangolo urbano che rimaneva di basilare importanza sociale, perché il suo vertice era situato alle Colonne di San Lorenzo, a due passi da Piazza del Duomo, mentre le sue lunghe braccia navigabili raggiungevano le periferie dell'estremo hinterland a sud ovest, da Baggio a Rozzano. Un percorso diretto dall'inferno periferico al paradiso del salotto cittadino. I bombardamenti della Seconda guerra mondiale sfiorarono il Ticinese che, anche se sfiancato dal terribile Ventennio, trovò la forza per coniare l'intramontabile ritornello ribelle di «ciao, bella, ciao». La parola d'ordine con cui i partigiani si facevano riconoscere dalla Dosolina dei navigli, l'ex bifolca della Valtellina, ex puttana per amore, esperta in contrabbando prima e in seguito in smazzo d'armi per i Gap...

Nel dopoguerra in Darsena rimasero le chiatte che trasportavano ghiaia e sabbia per la ricostruzione. Nessuno toccò più il microclima del Ticinese, almeno fino al termine degli anni settanta in cui, proprio in questo triangolo di mappa milanese, si concentrò un numero di sedi politiche extraparlamentari senza paragoni. Quasi 40 tra collettivi, comitati, redazioni, librerie e cooperative. Ma sappiamo come sono andate le cose nel decennio successivo, il riflusso guidato dai craxiani portò troppi ex operai a cimentarsi come bottegai del divertimento nel futuro luna park notturno lombardo. A quei tempi anch'io abitavo alla base periferica del triangolo, siccome non c'erano i mezzi prendevo la bicicletta, scavallavo un paio di ponti sul naviglio e alla fine dei conti facevo veloce ad arrivare in Darsena. Ricordo che cominciai ad appassionarmi al quartiere non solo per la presenza della Libreria Calusca e degli anarchici di via Conchetta che si stavano trasferendo in via Torricelli, ma anche grazie ad alcuni amici di Corsico, altro paese alla base del triangolo, che tenevano viva la mitologica epoca dei furmagiatt con i taxisti inesperti. Cioè si facevano portare davanti a un portone sul naviglio Grande. «Vado su a prendere i soldi dalla mamma» dicevano all'autista, poi ripercorrendo gli stessi buchi dei contrabbandieri e carbonari si ritrovavano in pochi passi dall'altra parte, sul naviglio Pavese e se non bastava sul Corso San Gottardo o ancora più in là, sulla ormai lontana via Pietro Custodi. Nella primavera del 1988 anarchici, comunisti, punk, cyberpunk, tifosi del Milan, motociclisti, artistoidi e clochard residenti allargarono la vecchia sede libertaria di via Conchetta inglobando nell'occupazione l'adiacente ristorante abbandonato, dove qualche anno prima andava a cenare il vertice del partito socialista. Nacque così, con vista sulla chiusa della conchetta, lungo il naviglio Pavese, il centro sociale autogestito Cox 18. In Darsena non si faceva più niente se non la fiera di Senigallia ogni sabato, tuttavia intorno ai mille locali che stavano trasformando la tipica cultura del dialogo tra le diversità in semplice cultura del profitto, vennero effettuate diverse occupazioni di centri sociali e case sfitte. Via Gola, lo Squott, la casa delle donne di via Gorizia, via Lagrange, via Torricelli e più avanti l'Orso.

Ancora una volta i bifolchi s'erano ritagliati dello spazio e un po' di ossigeno in quartiere.
Gli anni zero del duemila hanno portato la grande siccità. Al posto di capire l'ineguagliabile e storico laboratorio umano che si annida in Ticinese, gli amministratori cittadini hanno deciso di costruire un bel parcheggione al posto della Darsena e distruggere così uno dei più significativi siti della genialità e dell'efficienza milanese. Ma dalle viscere della terra sono spuntati fuori importanti reperti archeologici, così i lavori si sono bloccati... Se vi capita di fare un giro da quelle parti noterete una grande area abbandonata, sporca e maleodorante come una fogna a cielo aperto. Rovi, ortiche e ammassi di terra zozza nascondono le mura del 1600 rinvenute durante gli scavi per il parcheggio. Un cantiere bloccato da anni che si sta trasformando in una discarica in pieno centro città. Uno schifo tremendo.
«La Darsena è ferma all'archeologia, mura spagnole e conca di Leonardo. Ultimi segni del tempo: topi e punkabbestia. Il cantiere dei box è bloccato da un anno e mezzo, Comune e impresa non sono d'accordo su soldi e piani dell'autosilo (due o tre?)». Così scriveva Armando Stella sulle pagine del Corsera il 4 luglio scorso. A cosa si riferiva il giornalista quando parlava di topi è abbastanza chiaro, ma cosa intendeva a proposito dei punkabbestia? Oltre allo sclerotico stile conformista della borghesia nostrana nel definire i bifolchi d'ogni d'epoca al pari dei sorci, il giornalista tentava, malgrado l'impostazione, di denunciare lo sfacelo in atto presentando così il degrado in cui è caduta l'area dell'ex Darsena. Se avesse parlato con quei punkabbestia, avrebbe capito che sono gli stessi che occupano e gestiscono l'Approdo Caronte, le porte dell'inferno... Uno spazio piccolissimo appoggiato su ciò che rimane degli antichi moli della Darsena, e che tra l'altro rappresenta l'unico ostacolo al tunnel dell'orrore sub-umano che potrebbe scatenarsi da un momento all'altro in quel comatoso cantiere posizionato esattamente nel centro della movida milanesotta.

L'Approdo Caronte nasce circa otto anni fa, ma non si tratta di un'occupazione vera e propria, piuttosto di una normale entrata in un minuscolo pertugio urbano dimenticato dal dio denaro. È il casotto degli attrezzi del porto che fu, dove si depositavano martelli, corde, vanghe, scope e secchi di vernice. Sono tre mura addossate all'argine sud della Darsena, quello sulla via Gorizia. Un casotto che racchiude una stanza di quattro metri per dieci, al massimo dodici... La strada, che poi è un ponte sull'imbocco del naviglio Grande, corre ben al disopra del suo tetto catramato, per raggiungerlo è necessario scendere una scala diroccata in pietra, oppure utilizzare quella di ferro a pioli che porta sul tetto piatto a da lì scavalcare il muro di cemento per accedere al marciapiede della carreggiata. All'interno c'è una pedana che fa da palco con due grandi casse acustiche ai lati. All'entrata una tavola in legno per il bar restringe la stanza. Da tre anni, un gruppo di giovani con attitudine punk organizza concerti di hardcore con band da tutta Europa, ma anche mostre, serate letterarie e feste quasi tutte le sere, l'ingresso è sempre gratuito e il bere, comprato al discount, costa un quarto di come lo vende qualsiasi altro locale limitrofo. Soprattutto durante il week end, il posto e tutto l'antico molo circostante si riempiono di gente ben diversa da quella che cammina sopra le loro teste lungo la patinata viale Gorizia. Sul ponte si aggirano i giovani belli, ricchi e professionalmente inseriti sfoggiando lo stirato look dello show-room più in del momento. Su dieci giovani solo uno è l'altolocato, gli altri nove s'atteggiano tali ma in realtà sono bifolchi. Spremuti come limoni acerbi dall'industria pubblicitaria e dal suo enorme indotto, guadagnano bene, ma sono totalmente inconsapevoli di ciò che gli accadrà dopo i 35 anni, quando quell'unico altolocato gli scoreggerà in faccia.

Sotto il ponte, all'Approdo Caronte, i reietti, gli emarginati, ma anche tutti coloro che non sopportano più questa moda dell'apparire ciò che non si potrà mai essere... Bifolchi orgogliosi di esserlo... Infatti quando li vado a trovare due di loro, un ragazzo e una ragazza sui vent'anni, mi accolgono con grande disponibilità e la prima cosa che mi dicono è la loro provenienza: Corsico, il paese al bordo del solito triangolo... Lui mi racconta che una volta frequentavano i centri sociali, quello di via Gola e l'Orso, ma poi li hanno sgomberati e comunque non si sentivano troppo bene, preferivano provare una loro strada... «Siamo aperti a qualsiasi proposta che chiunque ci viene a fare. Insieme alla gente dei centri sociali abbiamo fatto il murales per Dax qui di fianco, poi ce l'hanno cancellato, l'abbiamo rifatto e ricancellato... Adesso non ci mettiamo più storie così direttamente politiche così ci lasciano fare, tanto qui non ci scende mai nessuno, è un posto di merda, un cesso... Va... Va com'è messa 'sta fogna...» Mi fa segno giù dai bordi dei moli, dove una volta scorreva l'acqua della Darsena... «Adesso è meglio, perché la settimana scorsa con i nostri amici senegalesi l'abbiamo ripulita un po', altrimenti non ti puoi immaginare lo schifo... Noi organizziamo soprattutto concerti hardcore, ma anche quell'ambiente si sta montando la testa, parlano sempre di musica. Al Caronte dobbiamo affrontare un sacco di problemi, i problemi della strada, perché qui ci viene di tutto...» «Sì, non è facile» interviene lei... «Tante volte non riesci a far rimanere calma la gente... Siamo un po' la carta moschicida per ogni caso umano che non ci sta più dentro là sopra...» «E il rapporto con i migranti come lo vivete?» le chiedo. «Per fortuna che ci sono! Con loro andiamo d'accordo, figurati che quando cuciniamo il barbecue abbiamo abolito la carne di maiale, così ci sono un sacco di sere che mangiamo tutti insieme intorno al fuoco... Poi due mesi fa, laggiù, c'era la vecchia baracca in latta del cantiere che era diventata la tana per un casino di scoppiati. Un pomeriggio con i magrebini e i senegalesi lo abbiamo raso al suolo a picconate... Ora va un po' meglio...» «Devo dirti» continua lei «che non si sta poi così male, qui sotto... Siamo ai bordi della Darsena, è bellissimo! Sono dei matti se ci fanno veramente il parcheggio...»

Quando esco dal Caronte percorro il molo e salgo le scale diroccate. Prima di raggiungere via Gorizia alzo lo sguardo sull'enorme cartello pubblicitario, 20 per 15, piazzato in mezzo limite del cantiere. Da una parte, quella davanti che vedono tutti, è sempre occupata dalle grandi multinazionali dell'intrattenimento o della moda, ora c'è la pubblicità del concerto di Madonna. Dall'altra parte, quella alle spalle del cantiere che vedono solo i frequentatori del Caronte, il Comune di Milano si è sprecato. Ha attaccato una foto seppiata con la scritta: «La Darsena porto commerciale di Milano - com'era negli anni 60 e 70». Nella foto si vede il porto ancora in piena attività, con le chiatte e i serbatoi di metallo per la ghiaia addossati alla via D'Annunzio... Ora tutto è cambiato e fa ancora più tristezza vedere come si è ridotta la Darsena. Però qualcosa è rimasto intatto. In basso a sinistra della foto, noto che il casotto degli attrezzi è lo stesso, posizionato nello stesso identico posto. E' l'Approdo Caronte, l'unica cosa sopravvissuta a questa Milano da Expo.

Ps. Mentre rileggevo l'articolo mi ha telefonato la ragazza che avevo intervistato. «Stamattina abbiamo trovato un foglio che ci avverte che il nostro spazio sarà abbattuto...». «Ma è firmato dal Comune?». «No, sembra quello della ditta che fa i lavori...» Per topi, bifolchi e punkabbestia è inutile sprecare carta bollata... L'ordine è stato eseguito la mattina del 4 agosto, l'Approdo Caronte non è sopravvissuto alla Milano da Expo.

Foto di mellowiz [Hanging out to dry], con licenza Creative Commons da flickr

martedì, luglio 15, 2008

Una cultura «altra», in attesa del silenzio

di V. Evangelisti
da il manifesto - 13 luglio 2008

I centri sociali furono un tentativo di perpetuare l'eredità del '77 in anni duri e di feroce repressione. Facevano leva su due temi salienti dell'Autonomia: il «contropotere territoriale» e la socialità alternativa, prima di allora teorizzata da Lotta Continua, quando era ormai prossima allo sfascio. In pratica si trattava di sperimentare pratiche di vita comune autogestita, distanti dalle logiche di potere, e destinate a dilatarsi sul territorio. Nessun modello esistenziale valido fuori doveva riprodursi dentro: dall'ansia di competere alle discriminazioni sessiste. Ma non ci si doveva ritirare in una sorta di Shangri-La, o in un monastero benedettino resistente ai barbari (come ha di recente teorizzato a sorpresa Bifo, vinto dal pessimismo). Compito dei Csoa (Centri sociali occupati autogestiti) era compattarsi dentro per proiettarsi fuori. Definire uno stile di vita per poi imporlo, con le buone o con le cattive. Conquistare spicchi di metropoli.

Il modello era naturalmente il Leoncavallo di Milano, però erano ammissibili varianti locali. A Bologna credo che il primo centro sociale a sorgere fosse il Crack. Ospitato in una baracca poi demolita dal Comune, si trasferì in una seconda più ampia, sotto le mura dell'ex manifattura tabacchi. Lo gestivano punk politicizzati e autonomi dissidenti dal filone centrale padovano-romano. L'esperienza durò alcuni anni e si esaurì. Offrì concerti di gruppi punk provenienti da tutto il mondo, discussioni interminabili, manifestazioni «cattive», canzoncine leggendarie («Siamo gli autonomi, siamo i più duri», «Fate largo quando passa la commissione mensa»). Il rapporto con la città? Totalmente conflittuale. Dal Crack si partiva per occupare case e costruire barricate. Si disprezzava Bologna (bottegaia, provvisoriamente picista e codina) come Bologna ci disprezzava.

Dopo il Crack venne La Fabbrica. Un Csoa importantissimo, gestito questa volta dagli autonomi «ortodossi» aderenti al comitato nazionale detto «anti anti» (antimperialisti, antimilitaristi). L'accento fu spostato sui lavoratori immigrati, cui la sinistra istituzionale non prestava attenzione. La Fabbrica li organizzò, nei limiti del possibile. Si aprì anche a una serie di sperimentazioni musicali e teatrali. Tra le colonne enormi di uno stabilimento in disuso si fecero esperienze che le istituzioni si guardavano dal proporre. La cultura «vera» bolognese è transitata anche tra i capannoni de La Fabbrica, piccola società retta dai criteri dell'uguaglianza.

Lo stesso potrei dire per la breve esperienza del Csoa «Il Pellerossa», in piena zona universitaria, e per Villa Serena, stabile molto periferico ma magnifico. Troppe divergenze tra le componenti del movimento, ai tempi della Pantera, fecero implodere quelle occupazioni, senza necessità di una repressione esterna. Resistette solo il Livello 57, creato da militanti provenienti dall'ex Crack. Specializzato in tematiche antiproibizioniste, offrì per anni concerti a un ritmo quasi quotidiano e resistette a mille traversie. Le sue Street Parade annuali diventarono un appuntamento fisso per giovani provenienti da tutta Italia. Per fare scomparire il Livello occorreva un fattore nuovo, che infine arrivò. Di nome faceva Sergio, di cognome Cofferati. Il giustiziere dei centri sociali, per lui puro fattore di disordine in una città che voleva ridotta al rigor mortis.

Prima dell'elezione sciagurata dello sceriffo altri centri erano sorti, e tuttora sopravvivono. Il Tpo, Teatro Polivalente Occupato, nacque appunto in un teatro abbandonato della zona universitaria, poi si trasferì in un acquario in disuso della prima periferia. Adesso sorge nei pressi della stazione ferroviaria, ed è un modello di organizzazione. Promosso da un gruppo di gestione legato ai Disobbedienti padovani, ospita un bar dai prezzi politici, una palestra, una scuola di lingue per stranieri, una radio e altro ancora. In passato conteneva persino un sex shop gestito da femministe (che non hanno saputo resistere, purtroppo, al «dialogo» con Cofferati) e ha avuto ospiti illustri, da Stefano Benni ad altri scrittori e artisti. Grazie ad accordi stipulati quando sindaco di Bologna era Giorgio Guazzaloca, di destra ma tollerante, il Tpo ha vita abbastanza sicura.

Molto travagliata è invece l'esistenza del Laboratorio Crash! Promosso da autonomi «tradizionali» ex Fabbrica, poi sostituiti da leve più giovani ma non meno determinate, combatte con le unghie e con i denti i continui tentativi di sopprimerlo. A un primo sgombero, da un deposito delle ferrovie abbandonato da decenni, ha reagito occupando, nella stessa via, un'antica fabbrica di gelati inattiva da tempo immemorabile. Certi spettacoli di musica d'avanguardia li si trova solo lì. La facciata è dipinta da Blu, un writer multato a Bologna e premiato a New York.

Altri centri sociali, come il Vag61 e l'Xm24, sono invece fusioni di collettivi disparati, dalle molteplici attività e interessi. Settantasettini dai capelli ormai ingrigiti si mescolano a giovani sovversivi, ribelli alle convenzioni. Giovanile è anche il parterre del Lazzaretto occupato, sito in un casolare ai margini della città. Anche qui si può ascoltare gratuitamente musica inconsueta e non commerciale, spesso di altissima qualità.

Fino a poco tempo fa, erano tutti spesso in lite tra loro. La politica della terra bruciata di Cofferati li ha quasi costretti a compattarsi. Non davano fastidio solo per le attività culturali, di cui la giunta comunale se ne frega altamente, ma anche per il loro attivismo politico antagonista. Manifestazioni contro i Cpt, antirazziste, antifasciste, contro la guerra, contro la discriminazione sessuale. Troppo, per un municipio che vagheggia grandi opere in centro e periferie silenziose. Dunque si butti giù, si demolisca. Poco importa che i centri sociali paiano - faticosamente - prefigurare ciò che dovrebbe essere la sinistra. Noi si è una variante moderata della destra. O no?

Partano dunque le ruspe, e torme di vigili urbani finalmente armati come si deve. Attualmente i centri sociali garantiscono concerti, presentazioni di libri, teatro, rassegne di cinema quasi ogni giorno. Non se ne può più. Il cittadino medio bolognese ne ha le scatole piene. Non riesce nemmeno a contare, causa il rumore, quanto denaro ha estorto oggi a uno studente per un posto letto. Bisogna finirla. Non ci è riuscito Guazzaloca? Ci riuscirà Cofferati. Prima o poi, si spera, regnerà su Bologna il silenzio totale. Così confortevole.

Foto di
Libera Strega / LOL² A [una porta al centro sociale], con licenza Creative Commons da flickr

domenica, giugno 22, 2008

Noi punk del Virus e i centri sociali milanesi

di Marco Philopat
da il manifesto del 21 giungo 2008

Nel 1977 avevo 15 anni e sotto casa mia c'era il primo centro sociale di Milano occupato nel '75, la Casermetta di Baggio. Dentro c'erano quelli di Avanguardia Operaia che tentavano di fare qualcosa di positivo nel quartiere, il Movimento Studentesco che andava nelle vicine case minime a organizzare il doposcuola per i figli dei migranti meridionali, poi quelli più avventurosi dell'Autonomia che erano una marea. Le prime volte avevo provato a curiosare le lezioni del doposcuola, ma presto mi ero annoiato, nel cortile della Casermetta c'erano ben altre attrazioni rispetto all'insegnamento dell'italiano a dei ragazzini svogliati, i quali a loro volta preferivano sognare la rivoluzione con gli autonomi. La lotta per noi consisteva soprattutto nella partecipazione a qualche manifestazione tesa contro la polizia e nelle serate di socialità diffusa tra cannette e chitarre acustiche. Eravamo tanti, tutti giovani, mezzi milanesi e mezzi terroni, estremamente felici e sicuri di diventare i protagonisti di un mondo che stava cambiando pelle velocemente. A Milano i centri sociali erano numerosi, senza contare i circoli del proletariato, le sedi politiche extraparlamentari, le librerie e le redazioni dei giornali, se c'era una minima ingiustizia sociale in qualche oscuro angolo di città, la risposta del movimento non tardava mai a farsi sentire.

L'eroina e il punk. La pacchia durò pochissimo e dal vertice dell'onda settantasettina si passò direttamente alla depressione del 1979. La Casermetta fu sgomberata insieme a molti altri centri e circoli, tanti compagni arrestati e noi giovani ribelli dell'ultimora finimmo per irrobustire le file già affollate degli eroinomani. Mi salvai grazie al punk che mi portò a gridare il no future nelle strade di un centro cittadino completamente ripulito. Lì, come per incanto, resisteva ancora un altro centro sociale, il Santa Marta di Demetrio Stratos e delle Kandeggina Gang. Ma la Milano da bere era allora molto convincente e gli ex militanti del movimento creativo furono presto assoldati dai rampanti socialisti craxiani, e così per i pochi punk milanesi non restava altro da fare che rifugiarsi in uno degli ultimi centri sociali sopravvissuti in una zona quasi periferica, a via Correggio 18.

Nei primi quattro anni degli Ottanta il Virus, il locale per i concerti interamente autogestito dai punk nato all'interno di via Correggio 18, era praticamente l'unico luogo antagonista che funzionava ancora. Cioè, c'era per esempio il Leoncavallo e alcuni altri, ma dentro si faceva ben poco e rare erano le persone che li frequentavano. Al Virus nacque, per la prima volta dopo la grande repressione e il riflusso, una nuova aggregazione giovanile che in pochi mesi moltiplicò la sfera dei propri interessi. Si passò dallo slogan quasi disperato, stampato a caratteri cubitali sugli striscioni dietro al palco che diceva «quando il sistema ti chiude ogni spazio, non rimane che la musica per esprimere il tuo dissenso», all'organizzazione di una grande manifestazione a Comiso contro i missili nucleari, con l'intenzione di occupare la base militare per far suonare le band punk di tutta Europa. Nel maggio 1984 il Virus tentò di occupare un vecchio teatro in disuso, il volantino portava le firme del Leoncavallo e dell'ultimo tra i circoli, quello di Viale Piave. La polizia sgomberò in poche ore, poi una settimana dopo, per timore di qualche forma di rigurgito stile anni settanta, la giunta comunale socialista si allineò alla questura e tutta l'area di via Correggio 18, Virus compreso, verrà eliminata dalla faccia della città. I punk si stabilirono al Leoncavallo e nel giro di qualche concerto le bianche pareti immacolate del vecchio centro sociale si riempirono di scritte e graffiti a spray.

Il Leo degli anni '80. Nella seconda metà degli anni Ottanta il Leoncavallo, con la gestione dei compagni provenienti dalla storica casa occupata di via dei Transiti, ospitava l'esperienza similpunk dell'Helter Skelter da cui poi sfocerà il centro sociale Cox 18, nato dall'espansione di un'antica sede anarchica. Entrambi i luoghi saranno sottoposti agli sgomberi e poi alle rioccupazioni nel corso dell'estate del 1989. Da allora, e per tutti gli anni Novanta, a Milano i centri sociali fioriranno ovunque, tra i tanti la Pergola e S. Antonio Rock Squot nel quartiere Isola, il laboratorio anarchico, la casa delle donne di via Gorizia e lo Squott di viale Bligny in Ticinese, la Panetteria e l'Adrenaline a Lambrate, il Vittoria e Via dei Missaglia a sud della città, il Micene e il Galla nella zona nord ovest e nell'hinterland la Cascina di Vaiano Valle, il Bakeka di Novate, l'Eterotopia di San Giuliano, la Corte del Diavolo a Sesto. I Csa a quel tempo agivano nella direzione del soddisfacimento dei bisogni immediati e non guardavano certo al rilancio di grandi utopie. Non c'erano grandi progettualità politiche ed esistenziali come quelle che avevano caratterizzato il loro esordio vent'anni prima, al limite si erano fatti promotori di una proposta culturale innovativa riuscendo a strapparla al business del divertimento o al monopolio delle ormai decadenti organizzazioni di partito o sindacali. Funzionavano anche come informali camere del lavoro per precari dell'emergente era postfordista e infatti molti tra i gestori e frequentatori impararono una professione, in genere nel campo culturale, chi tecnici dello spettacolo, chi operatori specializzati e qualcuno anche giornalista o regista di video.

Le geografie del desiderio. Intanto nel giugno del 1996 era stato pubblicato un libro, una sorta di fotografia con l'autoscatto, Centri sociali - Geografe del desiderio realizzato da Cox 18 e Leoncavallo con l'aiuto del consorzio Aaster e di Primo Moroni. Ci si interrogava sul ruolo dei Csa in una città come Milano, la disponibilità o meno di entrare in dialettica con il territorio di insediamento, oppure il chiudersi in logiche autoreferenziali. La questione della diversità e dell'autonomia ma allo stesso tempo il significato dell'essere attraversati da migliaia e migliaia di persone ogni giorno, le prime analisi sui nuovi modelli produttivi e sulla precarietà nel mondo del lavoro, la crisi di rappresentanza e la rappresentanza informale di interessi ben più ampi di quelli a cui si era abituati a pensare. Il rischio dello slittamento nei rapporti tra i gestori e l'utenza dei centri che poi sarà una delle cause scatenanti dell'attuale situazione di stallo. I centri sociali autogestiti, si diceva, devono affrontare periodiche «prove», sia sul piano simbolico che su quello della tutela concreta, in base alle quali legittimare il proprio implicito parlare ed agire «a nome di», pur nel rifiuto di ogni principio di delega. Di «prove» se ne abbozzarono poche e quel rifiuto del principio di delega che univa il movimento dei centri sociali milanesi fu messo inevitabilmente in discussione.

Tuttavia sul finire del decennio altri spazi aprirono, per esempio il Bulk, il Torkiera e l'Orso, la rivolta di Seattle aveva spinto all'azione le cosiddette moltitudini, Bush aveva rubato il trono ad Al Gore, il centrosinistra manganellato a Napoli e Berlusconi ci aspettava alle soglie della zona rossa. Cariche, botte, sangue, l'omicidio di Carlo, l'undici settembre, Afghanistan e Iraq... Dal 2004 è crisi dichiarata all'interno dei centri sociali milanesi, la proposta culturale innovativa se la sono scippata prima alcuni fuoriusciti dai Csa stessi aprendo circoli Arci, poi tutti gli altri. I gestori rimasti non sanno che fare, se vogliono organizzare un concerto o un'iniziativa devono stare attenti alla concorrenza, i precari non hanno nemmeno i soldi per uscire e quindi si trovano lavoro altrove e i frequentatori sono perlopiù figli di gente che sta bene. Se oggi, proprio come trent'anni fa, un giovane migrante vuole sognare, non dico la rivoluzione, ma almeno qualche tipo di lotta politica, l'ultimo posto a cui bussare sono i centri sociali. E se per caso vuole semplicemente imparare l'italiano, di certo non può contare su qualche redivivo del movimento studentesco, forse è meglio che si rivolga ai formigoniani della compagnia delle opere.

Foto di Vandalo [Vandalo02], con licenza Creative Commons da flickr

lunedì, giugno 16, 2008

Wu Ming 5 su Roma K.O. Romanzo d'amore droga e odio di classe

da nandropausa # 14/15 giugno 2008

Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.

Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia.

In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo è immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la città, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti – ma anche in periferie "illuminate" come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene – altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all'apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l'angolo voglia di ribellione, di libertà, di fuga.

Se c'è una cosa quindi che traspare da quest'ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka – vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- è il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d'uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l'idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all'edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l'idea che è possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi è uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti – la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi - si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine.

Il rischio del reducismo è presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perché la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili – vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l'incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani - e i personaggi, specie il giornalista free lance ex-compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realtà, credibili.

Foto di Jocho B. [Pop Gun], con licenza Creative Commons da flickr

martedì, giugno 03, 2008

Odissea nel post-umano

di L. Valeriani - da il manifesto del 1 giugno 2008

4 aprile 1968. Dopo quattro anni di accordi, riprese e lavorazione, esce sugli schermi 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Una performance multimediale come mai a quei tempi: l'apporto di Arthur C. Clarke alla sceneggiatura, e quello dei due Strauss con Ligeti alla colonna sonora, non sono i normali corali ingredienti del prodotto industriale di massa, ma funzioni primarie di un meccanismo che Kubrick intende anzitutto come esperienziale. Ho cercato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio, spiega il regista. Però il pubblico dei colti, così come quello dei fan di fantascienza, non riesce ad aggirare la comprensione: cercano il senso della trama, e restano interdetti dai suoi misteri, cercano uno sviluppo razionale del plot, e restano delusi dalle sue ellissi spazio-temporali, cercano le regole del genere, e si ritrovano un film muto con le scimmie preistoriche, e senza marziani.
Molti addetti ai lavori abbandonano la sala dopo i primi venti minuti di proiezione. E in effetti, su due ore e mezza di film, i dialoghi durano sì e no venticinque minuti. Il resto è musica, che entra nei precordi, o silenzio mistico. Immaginario in libertà. La curvatura spazio-temporale delle trasformazioni epocali è resa con metafore visive così efficaci che immagine e concetto coincidono, e il contenuto emotivo - come vuole Kubrick - penetra direttamente nell'inconscio. Più che simboli, più che allegorie, stupita fatticità.

Si afferma insomma un'estetica altra, che predispone dispositivi esperienziali più che dispiegare narrazioni. A dirla con la terminologia di Marshall McLuhan ripresa da Alberto Abruzzese oltre dieci anni fa, il film percepisce che le logiche della «scrittura» possono essere sovvertite da quelle post-scritturali dei barbari «analfabeti», di coloro cioè solitamente esclusi dalla cittadella del potere intellettuale. Nonostante il disegno tuttora rigoroso e sapiente, i salti logici dell'evento fortemente strutturato sono metabolizzati da un approccio emotivo incalzante e di fatto dominante. Si fa avanti insomma l'esigenza etico-estetica di quelli che oggi anche Alessandro Baricco, con grande successo, chiama i nuovi «barbari».Quanto allo statement, il film va anche oltre, perché le metamorfosi dello spirito producono infine l'alba di un oltre-uomo. Oltre la sapienza dell'intelletto, una prospettiva post-umana.
Calate nella contingenza, le prospettive filosofico-mistiche di 2001, come del resto quelle del musical Hair presentato a Broadway il 29 aprile 1968, sembrano concretizzarsi nell'immediato nel maggio francese. La rivendicazione radicale congiunta di studenti e operai configura l'affacciarsi di un nuovo soggetto sociale, con un punto di vista inedito, anch'esso «barbaro». E' un soggetto creativo, che darà i suoi frutti migliori soprattutto in Italia, negli scritti teorici e nell'attività politica che porteranno l'anno dopo all'autunno caldo e poi all'autocoscienza femminista. Ma i tempi della storia non sono quelli della politica. Il soggetto sociale non diventa anche immediatamente nuovo soggetto politico. La lotta è presto sconfitta, ma il salto è ormai avvenuto. Ce n'est qu'un debut.

2 ottobre 1968. Nella sua casa di Neuilly-sur-Seine, vicino Parigi, muore Marcel Duchamp. Viene così finalmente portato a conoscenza di tutti il suo testamento spirituale, l'opera-installazione cui ha lavorato in segreto per ben vent'anni (1946-1966), con l'idea di farla nascere postuma, orfana di padre, appunto. Quell'opera è un'esperienza visiva che aggira la comprensione. E' un dispositivo che rende sensorialmente percepibile ciò che Duchamp ha sempre detto, e cioè che è lo spettatore che fa l'opera: l'artista non ha alcuna importanza.
Già nel titolo interroga il curioso che le si avvicina: un titolo che pone dei «dati» (Essendo dati : la cascata d'acqua e il gas d'illuminazione...) e prosegue con dei puntini di sospensione, come se perfino il titolo dovesse essere completato da chi la guarda. Il valore dell'opera non è quello che le viene dall'essere «scrittura» autoriale, sta nel processo che il dispositivo innesca quando è visualizzato: esisterà solo se qualcuno, un qualsiasi barbaro, oserà guardare oltre i buchi praticati appositamente sulla porta che nasconde l'istallazione.

Anche il pubblico ristretto dei musei può diventare dunque fruitore attivo, consapevole protagonista di esperienze estetiche ed etiche capaci di negoziare il senso con l'ordine delle istituzioni. Il discorso si estende tuttavia ben al di là del pubblico dei musei. L'idea è che la performatività tipica dell'artista possa allargarsi a ogni potenziale situazione, laddove relazioni creative producano effetti di senso. Dal potere dell'immaginazione all'immaginazione al potere.
Il 5 marzo di quello stesso 1968 c'era stata l'ultima importante esibizione pubblica di Duchamp, anche questa un lascito spirituale. Si trattava di un evento multimediale, organizzato da John Cage a Toronto, e che sembra davvero icona, pur nelle dimensioni élitarie della performance artistica, di quanto accadrà nel maggio studentesco. La manifestazione aveva per titolo Reunion, cioè tematizzava il confluire di una pluralità di persone, e si basava sull'idea di creare una composizione mettendo insieme diversi sistemi sonori, ciascuno attivato da un diverso «compositore», il quale disponeva di una propria fonte e un proprio sistema di suoni. Nell'evento Duchamp e Cage giocavano a scacchi, altre persone guardavano o intervenivano nell'azione, ciascuna operando sui dispositivi sonori attraverso la scacchiera. Questa era collegata a circuiti elettronici, in modo che ogni mossa potesse trasmettere o cancellare i suoni prodotti dagli altri musicisti.
L'invito che viene da Duchamp è insomma a una relazionalità performativa, in cui l'azione del singolo su un territorio comune interagisca alla creazione di sonorità inedite e imprevedibili. Ce n'est qu'un debut.

9 dicembre 1968: la rivoluzione parte dalle università della California. Douglas C. Engelbart, ingegnere elettronico dello Stanford Research Institute, durante una sessione della Fall Joint Computer Conference in San Francisco, presenta per un'ora e mezza davanti ad un pubblico di addetti ai lavori il funzionamento di quello che sarebbe poi diventato il mouse. Allora, il nome del dispositivo non era quello un po' disneyano che ci è familiare, ma il più tecnico «indicatore di posizione x-y per display».
Per essere precisi, Engelbart presentava risultati di un lavoro sui sistemi online cui lui e il suo gruppo dell'Augmentation Research Center lavoravano fin dal 1962. Ma quella era la prima dimostrazione pubblica, e per i mille professionisti d'area che assistevano all'evento si aprì davvero una nuova era. Engelbart parlò di ipertesto, di come indirizzare file e contenuti attraverso collegamenti dinamici, di come fosse possibile a due persone, collocate in postazioni differenti, collaborare su uno schermo condiviso in un sistema di rete con interfaccia audio e video.

Il mouse è solo l'oggetto fisico che visualizza un processo immateriale, lo strumento con cui «afferrare» un nuovo punto di vista. Tanto nuovo che Engelbart, per mostrarlo, non si impelaga in una dissertazione teorica e accademica, ma realizza una performance: mostra dal vivo il programma piuttosto che spiegarne il funzionamento in astratto. Mette in atto quel conoscere facendo cui si è ispirata la migliore pedagogia esperienziale da Dewey a Montessori, e che solo con i nuovi media è diventata prassi quotidiana. Il mouse consente l'esperienza che aggira la comprensione, come era nelle intenzioni di Kubrick. Consente una conoscenza tattile, dà corpo a una fisicità barbarica, a una immediatezza percettiva che il sapere fondato sulla scrittura non è più in grado di rendere creativa.
L'Occidente si è fondato sull'alfabeto, sulle possibilità astrattive della parola scritta, per estendere la creatività e la libertà dei soggetti in processi di civilizzazione che ne hanno costituito la storia. Ma i meccanismi di produzione del valore inscritti nella scrittura si sono inceppati, perché la scrittura è diventata sempre più apparato e sempre meno scoperta. Questo è, forse, il motivo per cui il Sessantotto parte dalle università e fa corpo unico con la «rude razza pagana» in cui MarioTronti identifica gli operai in Operai e Capitale.

Le ricerche di Stanford offrono le protesi per una estensione dell'umano oltre la sua dimensione alfabetica. Engelbart fornisce le armi alla rivolta della Sorbona. Ce n'est qu'un debut. L'ipertesto, la possibilità di intrecciare narrazioni finalmente libere dalla consequenzialità causa-effetto, è un assalto al cielo al sapere autoritario, ben consanguineo alla critica neo-marxiana del Capitale. La possibilità di scambio di contenuti peer-to-peer, che oggi trionfa in YouTube, o nella navigazione dinamica e interattiva del web 2.0, ha mutato il concetto stesso di informazione, non solo la sua gestione. L'immersione cui l'istallazione di Duchamp invita per distruggere la dicotomia soggetto-oggetto, o autore-fruitore, diventa prassi effettiva nella rete. Quella Reunion in cui Cage e Duchamp realizzavano la confluenza di soggettività diverse in una composizione interattiva diventa oggi disseminazione di snodi nelle reti.

Certo, postumano non è ancora l'oltre-uomo, ma l'ibridazione mano-mouse è il passo ulteriore dopo quelle mano-osso e mano-penna di Kubrick. Forse, il soggetto sociale creativo, rivendicativo di un sapere dal basso, critico verso gli apparati, nemico della realtà imposta come unica, può oggi brandire il suo mouse, o il suo telecomando, per un salto politico neodimensionale. Contro ogni resistenza dell'umano ad autosuperarsi, continuons le combat. Con questo articolo si conclude la serie '68 fermo immagine dedicata al quarantennale del Sessantotto.

Immagine di idolumvisions [Introducing the Mouse ], con licenza Creative Commons da flickr

venerdì, maggio 23, 2008

Follia antizigana in Italia. EveryOne sul rapimento di Napoli

da www.everyonegroup.com

Oltre alla conferma che si tratta di una montatura, Angelica è risultata essere una giovane slava e non una Romnì. Non è la prima volta che reati commessi da altre etnie (ma nel caso di Angelica si conferma anche la sua estraneità ai fatti delittuosi che le sono stati attribuiti) vengono addossati ai Rom al fine di giustificarne la persecuzione.

La testimonianza di Flora Martinelli, la madre della bambina, del padre di lei Ciro e dei loro vicini di casa è falsa. Il Gruppo EveryOne ha indagato accuratamente sull'evento che ha scatenato una vera e propria caccia al Rom, che da Napoli si è diffusa a macchia d'olio in tutta Italia. Fin dall'inizio le dinamiche del rapimento non ci hanno convinto, perché chi conosce la palazzina in cui sarebbe avvenuto il reato sa che è praticamente inaccessibile, sia per il cancello che per l'attenta sorveglianza degli inquilini, affermano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. Vi sono poi discordanze fra le testimonianze della Martinelli, di suo padre e dei vicini. La donna in un primo momento ha dichiarato che la porta del suo appartamento sarebbe stata forzata, poi ha ricordato di averla lasciata aperta. Dopo aver notato la porta aperta, la madre sarebbe andata a controllare la culla, quindi sarebbe tornata verso il pianerottolo dove avrebbe sorpreso - passati almeno venti secondi - la ragazzina Rom con la sua piccola in braccio. Non solo: avrebbe avuto ancora il tempo di raggiungerla e strapparle la bambina. Quindi la Rom si sarebbe mossa al rallentatore, consentendo a nonno Ciro di raggiungerla, afferrarla e schiaffeggiarla al piano di sotto. Alcuni dei vicini hanno riferito alle autorità che Angelica aveva ancora la bambina in braccio, quando l'hanno fermata. Ma non basta, perché nei giorni precedenti al fatto, gli inquilini della palazzina si erano riuniti più volte, con un solo ordine del giorno: come ottenere lo sgombero delle famiglie Rom accampate a Ponticelli. Dopo queste analisi di massima, il Gruppo EveryOne - che può contare su attivisti e organizzazioni locali - ha effettuato ulteriori accertamenti, sia presso il carcere, dove un funzionario, dopo aver ascoltato le ipotesi che scagionavano la presunta rapitrice, ammetteva:

Avete ragione, anche noi siamo in difficoltà, perché questo non è un evento diverso da tanti altri, ma qualcuno ha voluto trasformarlo in un caso nazionale. Gli inquilini di Ponticelli fanno blocco: i Rom non li vogliono più. Qualcuno però, mostra qualche scrupolo di coscienza, ma ha paura, perché le pressioni sono forti e mettersi contro il comitato di Ponticelli è pericoloso. Angelica, in realtà, conosceva una delle famiglie che abitano in via Principe di Napoli, dove è avvenuto l'episodio, continuano gli attivisti del Gruppo EveryOne, ha suonato al citofono ed è stata notata da alcune inquiline. Pochi istanti dopo è scattata la trappola e la furia dei condomini si è scatenata contro di lei, che è stata raggiunta in strada, afferrata, schiaffeggiata e consegnata alla polizia. Vi sono testimoni che conoscono la verità e due di loro sono disposte a parlare al giudice. E' importante che l'avvocato Rosa Mazzei, che difende la ragazza Rom, non si faccia intimidire e sostenga la verità in tribunale. Un attivista di Napoli suppone che la linea di difesa potrebbe essere, invece, quella di ammettere il furto, ma non il tentato rapimento. Le conseguenze del caso di Ponticelli, con l'eco mediatica promossa da quotidiani e network, sono state gravissime e sono un indice evidente di come sia necessario abbandonare razzismo e xenofobia per riscoprire la strada dei diritti umani.

(continua qui)

Howard Zinn on the Ludlow Massacre

martedì, maggio 20, 2008

Pontiac. Storia di una rivolta

Un nuovo esperimento dalla fucina della Wu Ming Foundation, il tentativo di smuovere un prodotto narrativo che si è fatto strada anche nel mercato culturale italiano ma che non riesce a decollare, che non convince fino in fondo: l'audio-libro. Ed ecco che allora, come avevano preannunciato un pò di tempo fa, arriva direttamente on-line un prodotto che incrocia i saperi di tanti e diversi "evocatori" - evocare:"chiamare a manifestarsi da mondi ultraterreni per mezzo di facoltà medianiche o magiche", da Dizionario De Mauro) - che lavorano per costruire una cornice che coinvolga la nostra immaginazione mentale e i nostri sensi.

Il titolo dell'opera (calza chiamarla così, no?) - con testi, disegni, musica - è Pontiac. Storia di una rivolta, può essere letto come un racconto ammutinato di Manituana (l'ultimo romanzo dei Wu Ming) ma è anche assolutamente libero e autonomo rispetto al romanzo. Nella presentazione del progetto così si indica alla centralità della rivolta di Pontiac:

Nelle pagine di Manituana, il nome di Pontiac compare di sfuggita, giusto un paio di volte.
Si può leggere il romanzo senza saperne nulla, eppure la rivolta che porta il suo nome è considerata dagli storici un prologo fondamentale della Rivoluzione americana.
Fu colpa di Pontiac se Re Giorgio III impose un limite alla libera avanzata dei coloni. Quel confine, la Proclamation Line, colpì i sudditi americani almeno quanto la famosa legge sull’importazione del tè.
Fu colpa di Pontiac se le Sei Nazioni Irochesi incrinarono il loro legame, combattendo su fronti opposti per la prima volta dopo seicento anni. Non ci furono scontri diretti, ma i Seneca parteciparono alla rivolta indiana, i Mohawk alla repressione inglese.

Il prodotto è immateriale e non sembra destinato - al momento - al finire in libreria. Potete scaricarlo direttamente - modalità In raimbow dei Radio Head: gratis, prezzo indicato o prezzo libero. La vocazione vera di quest'opera ci dicono sarà lo spettacolo live, aspettatelo quando passa dalle vostre parti e segnatevelo in agenda.

Buona lettura, buona visione e buon ascolto.




(Clicca sul banner qui sopra per il sito dedicato e il download)

lunedì, maggio 19, 2008

Maggio francese

Il seguente testo è l'Introduzione al libro appena edito da DeriveApprodi Maggio '68 in Francia nella collana Biblioteca dell'operaismo. Al centro del libro il saggio "maggio '68" scritto in presa diretta da Sergio Bologna e Giairo Daghini ai tempi dei fatti e pubblicato nel luglio di quell'anno sulla rivista "quaderni piacentini", a cui si affianca un saggio storico che "prevede una presentazione teorica degli autori e il racconto del loro viaggio di andata e ritorno che si avvalse anche della partecipazione di Ruggero Savinio, figlio di Alberto Savinio e nipote di Giorgio de Chirico".

Si tratta di una lettura che già all'epoca venne considerata eretica rispetto ai canoni della sinistra rivoluzionaria tradizionale, che chiaramente oggi può suonare - sia per il linguaggio che per una certa determinazione argomentativa - in parte ridondante, ma che comunque rappresenta ancora una visione fortemente alternativa rispetto alla lettura dei fatti narrati - e di cui quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario - ed è quindi un ottimo antidoto alle interpretazioni oggi dilaganti e pacificatorie sulle rivolte del '68.
(frnc)

di Sergio Bologna e Giairo Daghini
da deriveapprodi

Niente Amarcord, è solo per dire com’è andata che mettiamo giù queste note, per dire quanto eravamo esaltati e quanto riuscivamo a mantenere la mente fredda. Stavamo cenando sul terrazzo della «Comune» di via Sirtori, a Milano, che è stato il luogo di tanti incroci culturali, casa di filosofi della scuola di Enzo Paci, albergo dei compagni di passaggio, sede di tante riunioni di «classe operaia» e, ancor prima, di gente dei «quaderni rossi». Dalla radiolina sul tavolo sentiamo le notizie in diretta sui primi grandi scontri al Quartiere Latino. Avvertiamo che lì si annuncia un immenso scoppio di desiderio che sta coinvolgendo tutta intera la grande città. Non avevamo per niente quello stile un po’ maniacale dei «rivoluzionari di professione». Volevamo avere una vita ricca ed eravamo convinti che anche in Occidente si potessero avviare processi di grandi modificazioni, di nuovi divenire in cui il lavoro, quello operaio e quello «di conoscenza», potesse avere più potere, più rispetto, più libertà. Decidiamo di partire. Il tempo di procurarci qualche minima copertura, una stanza. C’è già lo sciopero dei distributori in Francia. Con previdenza carichiamo sul «Maggiolino» quattro taniche piene da venti litri ciascuna. Viaggiava con noi un amico pittore di nobili tradizioni parigine: Ruggero Savinio. Al confine del Monte Bianco si passa senza controlli, «La Douane aux douaniers» c’è scritto su grandi striscioni. Cominciamo a esaltarci, ma dopo venti chilometri è il gelo nelle ossa. La Francia profonda – e così tutto il percorso fino a Parigi – restava immobile, come se nulla fosse accaduto. Alternandoci alla guida, arriviamo la sera. Da poco erano cessati i secondi grandi scontri al Quartiere Latino, qualche macchina bruciava ancora, selciato divelto, i Crs in posizione. La dimensione e l’estensione delle barricate dovevano essere notevoli, ma tutto sommato – ce ne rendemmo conto nei giorni successivi – non erano quelle le novità, le avevamo viste, magari in formato ridotto, altre volte. Certo, i parametri mentali cominciarono a ballare quando entrammo alla Sorbona trasformata in infermeria, con decine di brandine e feriti distesi, uno stuolo di giovani in camice bianco, stetoscopio al collo e qualcuno con bottiglie che spuntavano dalla tasca, interpretate subito da noi come molotov, invece erano disinfettanti.

La grandezza del maggio francese stava in quello che vedemmo nei giorni successivi, quando la maggioranza s’era fermata, gli operai cominciavano a invadere il centro e quella macchina infernale che si chiama metropoli cominciava a funzionare con altre regole, con altri ritmi. Perché continuava a vivere in un’atmosfera liberatoria, quasi di euforia, in cui tutti sembravano divenire qualcun’altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro. I trasporti erano bloccati, ma la gente s’era inventata di tutto per muoversi, forse scopriva per la prima volta la città e si spostava per grandi insiemi sempre dialoganti, in una grande animazione. Dovevamo ogni giorno aggiustare i nostri schemi mentali, in fin dei conti non ci era mai capitato di vivere una situazione nella quale un’intera società spezza i ritmi, le convenzioni. Così, perché è stufa, ne ha abbastanza, vuol andare altrove dal Piano in cui l’hanno costretta, e in fondo non le importa di come andrà a finire. Certo, il fronte operaio gli obbiettivi concreti li aveva, seguiva la logica del conflitto e del negoziato, qui le cose tornavano, ma in realtà, a pensarci bene, quel che di eccezionale stava succedendo sotto i nostri occhi era qualcosa che non potevi classificare come «rivoluzione», eppure sì, lo era, era la forma contemporanea di quella cosa lì, ma che nulla aveva a che fare con quel che sapevamo del 1789 in Francia o del 1917 in Russia.

Parigi allora recava ancora i segni, il sapore, delle stagioni d’oro degli anni Venti o degli anni Cinquanta, lo studio di Ruggero in rue de l’Abbé Groult, dove dormimmo la prima settimana, sembrava un luogo rimasto uguale dai tempi di Modigliani. Ma il maggio francese e la reazione successiva chiusero per sempre quel capitolo. Da allora Parigi si è sempre più americanizzata e la Parigi esistenzialista è stata reinventata in laboratorio per le greggi turistiche. Ci gustammo anche questo, l’ultimo sprazzo di aura parigina, nella stagione delle ciliegie. Intruppati nelle manifestazioni di massa, presenti in assemblee che duravano per dei giorni, ormai non ci chiedevamo più che cosa ci fossimo venuti a fare, che progetto politico ci fossimo proposti. C’era da viverla questa stagione, e basta.

Quando De Gaulle riprende la situazione in mano e rimanda la chienlit al lavoro, torniamo in Italia e a quel punto non possiamo più sottrarci al problema di che fare di quell’esperienza. Finita la festa sì, ma il processo continua, è stata una spinta – e che spinta! – per riprendere quell’onda iniziata con le rivolte studentesche dell’autunno-inverno 1967 per farla durare il più a lungo possibile. Qui rientra in gioco il nostro «operaismo», il nostro bagaglio teorico-politico torna in primo piano rispetto all’esperienza esistenziale. Scrivere un reportage? Tracce sull’acqua. L’alternativa era quella di tentare di costruire un paradigma, il maggio francese come esemplificazione di una teoria politica, di una teoria delle dinamiche di classe, e come tale offerto alla riflessione del movimento con un preciso intento politico: spostare il suo asse dalla fase studentesca antiautoritaria e terzomondista a una fase operaia. A pensare come sono andate in seguito le cose, ci riuscimmo. La sequenza fa ancora impressione: lotte alla Pirelli nell’autunno, scioperi Fiat nell’estate del ’69, autunno caldo, Statuto dei Lavoratori nel maggio ’70.

Chi volesse capire che cosa è successo quarant’anni anni fa a Parigi deve prendere questo testo con le molle e riconoscerlo nella sua «parzialità». Un po’ di ragione ce l’avevano i nostri compagni situazionisti ad accusarlo di dogmatismo. Però, che dentro quell’evento eccezionale e multiforme ci fosse anche il filo logico che noi credemmo di trovarvi, difficilmente lo si potrà negare. Piergiorgio Bellocchio lo pubblicò nei «quaderni piacentini» (VII, n. 35, luglio 1968). Da persone come lui abbiamo imparato a guardare con distacco anche la nostra esperienza politica; senza persone come lui quella nostra esperienza non avrebbe lasciato il segno che, nel bene e nel male, ha lasciato.

venerdì, maggio 16, 2008

Emilio Lussu, rivoluzionario

di Valerio Evangelisti - tratto da carmillaonline

Che io sappia, nessun rivoluzionario italiano, prima di Emilio Lussu, aveva scritto un vero e proprio manuale sull’ “arte” di insorgere, e nessuno lo avrebbe fatto dopo di lui. E’ vero che il saggio rappresenta, in larga parte, una disamina delle rivoluzioni dei primi decenni del Novecento, e soprattutto della rivoluzione russa. Però è anche vero che l’analisi non è puramente storica o filosofica, ma persegue un fine preciso: individuare i mezzi necessari per abbattere il fascismo attraverso la lotta armata.

Questo semplice dato fa comprendere la differenza tra Emilio Lussu e altri antifascisti a lui coevi. Quando Lussu scrisse a Parigi la Teoria dell’insurrezione (1936), nella sinistra non comunista in esilio le idee su come abbattere il regime di Mussolini erano confuse. C’era chi pronosticava l’ingresso in Italia, attraverso le Alpi, di una colonna armata (e un discendente di Garibaldi tentò in effetti la costituzione di una velleitaria “legione” destinata a quel compito); c’era chi sperava in sollevazioni spontanee; c’era chi confidava nella propaganda e finiva nell’attendismo. Nei caffè in cui si riunivano gli esuli si riproduceva, amplificato, l’antico vizio dei socialisti massimalisti: parlare di rivoluzione senza farla.

Lussu era un tipo molto diverso, e diverso anche da molti suoi compagni di Giustizia e Libertà. Ex interventista (ma non nazionalista) nella prima guerra mondiale, ex ufficiale abituato alla vita penosa e sordida delle trincee e agli assalti disperati, ex sardista (ma non separatista), non concepiva l’inazione. Ai comunisti, lontani da lui per le tendenze autoritarie, lo accomunava una convinzione: la lotta antifascista doveva radicarsi in Italia, e non essere importata. Inoltre era convinto che la propaganda, per essere efficace, dovesse accompagnarsi all’azione armata. Non il “gesto esemplare” caro a tanti di GL (che pure non andava escluso, anzi), bensì un moto sovvertitore che nascesse dalla società e, facendo perno sulle istanze di giustizia sociale latenti in chi pativa la dittatura fascista, sapesse fondere aspetto politico e aspetto militare.
Lussu in effetti, pur parlando di “insurrezione”, è le rivoluzioni che studia. Di queste, l’atto insurrezionale non è che il primo momento. Per scatenarlo, però, non si può confidare in una semispontanea presa di coscienza delle masse. Occorre invece una “avanguardia” composta da un manipolo di coraggiosi – poco importa che si tratti anche solo di una decina d’uomini – capaci di affrontare la violenza illimitata del nemico senza lasciarsi intimidire, e di reagire colpo su colpo. Il nucleo di un esercito, insomma, che crescerà col progredire della lotta. Il fascismo prospera perché è sicuro di se stesso, e ha liquidato come insetti molesti i socialisti chiacchieroni che, in esilio, si carezzano al bar le lunghe barbe.

Tale sicurezza si incrinerà solo quando i fascisti inizieranno ad avere paura, a temere per le proprie vite. Reagiranno scompostamente, è logico, ma la compattezza dei loro ranghi prenderà a vacillare. In pratica, per imporsi, l’antifascismo deve anzitutto proiettare di se stesso un’immagine forte, temibile. E’ l’unico modo per attrarre il popolo, che le sole promesse vacue di riscatto politico-sociale non indurranno mai all’azione. L’avanguardia è una sorta di giustiziere collettivo, capace di colpire dove e quando vuole e, in tal modo, reclutare “soldati” nell’esercito liberatore.

Si sa che la Liberazione, in Italia, non seguì esattamente questo tracciato. Tuttavia – e credo di essere il primo a notarlo – le “regole” di Lussu troveranno piena applicazione sotto altre latitudini. In America Latina, per esempio. Le rivoluzioni a Cuba o in Nicaragua nasceranno da esigui manipoli di gente determinata: un pugno di uomini e donne decisi, attraverso azioni armate a un primo sguardo avventuriste, a fare sollevare un popolo intero, oppresso da una dittatura. Certo, né Fidel Castro né Che Guevara né Daniel Ortega avevano letto Lussu (suppongo). Ma ciò non fa che confermare la valenza generale dei principi che Lussu trae dalla disamina delle rivoluzioni precorse. Nel caso di quella russa comportandosi, lui saggista politico, da storico.
Si tenga presente che nel 1936 un italiano in esilio aveva a disposizione una quantità esigua di testi sull’Ottobre, ben inferiore a quella odierna. Ebbene, le osservazioni di Lussu sono quasi sempre puntuali, e tuttora utilissime.

Lussu, antifascista impaziente di agire, ricorda un poco un Errico Malatesta, un Camillo Berneri, un Guido Picelli (altro ex ufficiale ribelle), che in epoche differenti compresero che era venuto il momento di spaventare il nemico. Preparati alla sconfitta immediata, però certi che essa avrebbe condizionato il futuro. Purché un’avanguardia si ricostituisse, purché il legame con la questione sociale rendesse una sollevazione di minoranza non gratuita.
Il resto della vita di Emilio Lussu è all’insegna della stessa coerenza. Protagonista di lotte contadine nella sua Sardegna, ostile alle derive moderate del PSI cui aveva aderito, pronto a dissociarsi da un nuovo partito – il PSIUP – non appena questo si era rivelato subalterno al PCI.

Lussu rimane tra le grandi figure rivoluzionarie e libertarie (poche) di questo paese, da Malatesta ad Armando Borghi. E la sua Teoria dell’insurrezione, profetica per tanti versi, potrebbe rivelarsi ancora attuale, se i tempi bui che viviamo si incupissero ulteriormente.

giovedì, maggio 15, 2008

Roma k.o. Romanzo d’amore odio e lotta di classe

di Duka e Marco Philopat - Agenzia X

Alla fine sai cosa penso, Gerardo?
Abbiamo fatto bene a scatenar
e quel putiferio l’altro giorno...
È ora di farne scoppiare un altro.


Roma, settembre 2008. Il Corviale, leviatano edilizio lungo un chilometro, subisce all’improvviso gravi danni strutturali. Il sindaco V. decide di trasferire i suoi seimila abitanti in una tendopoli allestita negli studios di Cinecittà, proprio a ridosso di un grande centro commerciale.
La rabbia degli sfollati e l’irrefrenabile desiderio di possedere merci fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna.
Il romanzo si svolge in cinque adrenalinici giorni, con la continua irruzione della voce del Duka che, attraverso iperboliche testimonianze, narra trent’anni di inedita storia underground, fino allo scontro frontale, a tutta velocità, tra fiction e realtà. Un pugno da K.O. a qualsiasi forma di normalizzazione.

mercoledì, maggio 14, 2008

Assalti Frontali Free Download nuovo singolo: Mappe della libertà

In attesa del nuovo album in uscita in giugno segnalo al volo il nuovo singolo Mappe della libertà che anticipa l'uscita di Un'intesa perfetta, liberamente scaricabile e godibile cliccando sull'immagine qui a fianco.

In questa occasione scopro - tardi, fuori tempo massimo - il sito degli Assalti Frontali e mi sbrigo a segnalarvelo... un sacco di materiali, testi, comunicati e altro. Merita un giro.

www.assalti-frontali.com

martedì, maggio 06, 2008

Al posto di Nicola poteva esserci ognuno di noi

Mercoledì alla notizia abbiamo tremato. Un dolore alla pancia, un presentimento. Mai come ora avremmo voluto essere smentiti. Non è così. La cronaca riassume drammaticamente la storia di questa città. Degli ultimi anni ma anche di trent’anni fa. Abel e furlan. Figli annoiati
della Verona bene che riempivano il loro tempo dando la caccia a presenze non conformi della nostra città.

Avevamo purtroppo ragione. Cinque ragazzi. Giovanissimi. Chi più, chi meno figli della Verona bene, legati agli ambiti della tifoseria neo fascista, militanti o anche semplicemente simpatizzanti alla lontana dei movimenti o dei partitucoli dell’estrema destra cittadina. Vestiti bene, all’ultimamoda. Alcuni con precedenti recenti, per atti di razzismo o per problemi allo stadio.
Perché la composizione sociale e il profilo caratteriale del neofascista scaligero negli ultimi anni è cambiato. Una certa clima culturale e sociale, alcuni imprenditori politici, un generale vento che spira ha suggerito un processo di riterritorializzazione: lasciare, o meglio, non limitarsi alle periferie, accantonare l’anima stradaiola e la “storica” attitudine “antiborghese” per rimpossessarsi del centro città. E con esso ridefinire formalizzare rappresentare un’identità.

L’ossessione identitaria alla mia città, il mio territorio, la mia “forma di vita” si sostituisce all’appartenenza alla piccola compagnia, al bar, al quartiere, al giardino. Nicola è in fin di vita non perché avversario politico, non perché rappresentava il nemico, nemmeno perché diverso : migrante, comunista, gay, zingaro, barbone...
Solo e “semplicemente” l’estraneo.non familiare.non compatibile. Parte di un gioco “perverso” , perché di questo si tratta, di un gioco contro la noia: “ripulire il centro” per ripulire la città, da chi non merita, non è all’altezza. La “veronesità” e i suoi codici espressivi.

Verona è una città malata. E il virus sta proprio nel cuore, nel ventre molle del suo dna.
Il male, il pericolo è sempre un elemento esterno, sempre importato.
Come se ammettere ciò che non va all’ interno e cercare nelle radici facesse traballare le fondamenta stesse di ciò che siamo. Così è sempre stato in questi anni, ogni volta che Verona è finita sotto i riflettore nazionali per fatti di cronaca nera, che si trattasse di razzismo o di inquietanti fatti di cronaca (da maso a Stevanin ecc.) la città e le sue stesse istituzioni hanno fatto quadrato nella difesa di una presunta “forma di vita” che nulla avrebbe a che fare con i fatti in questione.

A che serve oggi raccontare per l’ennesima volta lo stillicidio di aggressioni?...

Uno stillicidio di aggressioni motivate da “futili ragioni”, spesso nel pieno del centro città.
Come gli accoltellamenti dell’ estate 2005, come le sistematiche azioni contro i diversi (capelloni, alternativi, mangiatori di kebab…) compiute da una ventina di ragazzi figli della Verona bene, emerse da un inchiesta della DIGOS nella primavera scorsa. Come la “cacciata” da piazza erbe, l’autunno scorso, l’episodio non più violento ma più emblematico, quando alcuni antagonisti veronesi in quella piazza per bere lo spritz vennero aggrediti ed espulsi dalla stessa tra l’applauso generalizzato e pre-politico di decine e decine di astanti. O come l’ultimo fatto “marginale” in valpolicella (il paese di Nicola) la lettera di una madre sul settimanale locale, del mese scorso, in cui si cercano testimoni di un’aggressione avvenuta in un bar , dove un ragazzo di colore giovanissimo è stato massacrato e ridotto in stampelle (fortunatamente provvisorie) tra cori da stadio e inni del ventennio, nell’imbarazzante omertà dei clienti...

Ad evitare che si ripeta.

Guardando al futuro. Partendo dalle radici, quelle storiche certo. Innanzitutto quelle attuali. Il delirio securitario, la paranoia della paura, l’emergenza criminalità diffusa, il decoro. da tempo e in maniera esponenziale con le ultime amministrative un linguaggio si è imposto. Ci siamo svegliati una mattina ed abbiamo scoperto di essere in guerra, sotto assedio. Il nemico viene sempre da fuori e fuori deve tornare. Questo è il linguaggio criminale che succhiano col latte i figli di questa città.

Caro sindaco, alcune provocazioni….
Dovremmo immaginare che quest’ ultima aggressione sia solo un effetto collaterale di una ronda autogestita? Dobbiamo spalleggiare il sindaco nella richiesta di 72 agenti di polizia per presidiare la notte il Bronx di Piazza Erbe? Dovremmo concordare con la lega la liberalizzazione della armi di difesa personale e suggerire a tutti i diversi di questa città di girare armati?

Noi chiediamo le sue dimissioni perché simbolicamente lei è uno dei mandanti morali di questa tragedia. Perché riempiendosi la bocca della parola d’ordine sicurezza ha alimentato una forma di “insicurezza” che non produce voti, legittimando la libera e spontanea pretesa di ristabilire il decoro, di ripulire il centro città e i quartieri dai nemici della presunta veronesità. Perché il suo successo poggia sull’odio, non vive senza un nemico, alimenta una guerra irresponsabile le cui conseguenze pagheremo a lungo.
Si deve vergognare per ciò che ha detto e per i silenzi, perché l’acqua che oggi getta sul fuoco se fosse stato coinvolto un non veronese sarebbe diventata benzina…

Quante vite rovinate servono per aprire gli occhi?

A cosa è servita la tragedia di Nicola?

Quanto è successo a Nicola non può “capitare”
Quanto è successo a Nicola non può non insegnare
Quanto è successo a Nicola non può ripetersi.

*csoa la chimica*
*circolo pink*

domenica, maggio 04, 2008

[RK] Il fantasma col sigaro in bocca

di bifo - da rekombinant

Sbancor aveva molte cose da dirci, ed il suo è un messaggio a più strati. L'ironia è la chiave essenziale per penetrare nel suo regno. Pensate al suo nome. Sbancor è la negazione dell'asservimento al dominio del denaro, la consapevolezza della menzogna implicita nel danaro, nell'economia. Ma c'è una venatura amara di consapevolezza nel suo stile discorsivo. Sbancor sapeva bene che il dominio dell'economia è tutt'uno con il dominio dell'ignoranza, e sapeva che l'ignoranza è interminabile, come Freud diceva della psicoanalisi. (Si tratta infatti dello stesso tema: l'analisi è il processo di liberazione dal nostro non vedere noi stessi. E il non vedere è costitutivo del nostro essere). Interminabile come il rapporto con il debito, e con la banca, da cui peraltro pare che Sbancor traesse i mezzi del suo sostentamento.

Ricordo la sua relazione al Convegno di Rekombinant dell'ottobre del 2005. Fuori pioveva a dirotto, e il clima era plumbeo. L'intervento di Sbancor fu lungo articolato, documentatissimo, e tenne col fiato sospeso una sessantina di persone che stavano ad ascoltarlo.

Non è vero, disse, che gli americani abbiano perso la guerra iraqena. L'hanno vinta perché il loro scopo non è quello di rende il mondo più governabile, né di mettere le mani sul petrolio iraqeno. Lo scopo dei petrolieri della Casa Bianca non era tenere bassi i prezzi del petrolio, ma piuttosto il contrario. Lucrare sulla guerra e sul petrolio. Da questo punto di vista, diceva Sbancor, la Halliburton non ha certo perso la guerra. Tre anni dopo sappiamo che il prezzo del petrolio si è messo a correre, moltiplicandosi più di quattro volte. Quanto al costo della forza lavoro, disse quel pomeriggio, descrivendo davanti ai nostri il divenire prossimo del mondo, il dumping cinese sta producendo i suoi effetti sul potere di acquisto del proletariato internazionale. Nei prossimi anni assisteremo a un avvicinamento progressivo del livello salariale crescente degli operai indiani o cinesi e il salario calante degli operai occidentali.

In questo quadro, diceva ancora, l'entità europea va considerata come un'entità economica, punto e basta. E la catastrofe italiana può ormai considerarsi compiuta. Quello che seguirà, diceva Sbancor nell'ottobre del 2005, (qualche mese prima del penultimo atto della tragica farsa italiota, la vittoria risicata del centrosinistra), quello che andrà a seguire, è scritto nelle cifre del debito, nel peso decisivo dell'economia criminale, nell'inesistenza di una classe dirigente di ricambio, perché le elite sono state distrutte, incarcerate, perseguitate, affamate, espulse, umiliate, esiliate. Come sappiamo, tutto quello che Sbancor ci ha detto in quel pomeriggio di ottobre, si è rivelato vero, parola per parola. Non faceva il profeta, ma semplicemente guardava alle cose con uno sguardo ironicamente disperato, o disperatamente ironico.

Tanto che talvolta mi viene un dubbio sullo pseudonimo che aveva scelto questo compagno e amico, di formazione consiliar-libertaria, woobly e antilavorista, lettore raffinato di letteratura e scrittore lui stesso.

Non gliel'ho mai detto questo dubbio. Ora me ne rimprovero, avremmo potuto chiacchierarci sopra per un paio d'ore, e invece non gli ho mai chiesto: hai pensato a questa assonanza, a questa duplicità?
Sbancor non suggerisce solo la negazione del dominio del danaro sulla vita umana, ma anche il nome della vittima della violenza idiota del potere. Una vittima invincibile, che non smette di ritornare, ossessionando il potere assassino. Ricordate il Banquo che MacBeth fa uccidere nel dramma shakespeariano? E ricordate che la vittima ricompare, come fantasma, al posto riservato per MacBeth?

Così ora vedo Sbancor: come un fantasma che irride ai vincitori, perché sa bene che chi vince non vince niente, e l'importante è essere impeccabile.
Col suo sigaro in bocca ripete la canzone:

« Life's but a walking shadow; a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more: it is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing. »

ben tornato, amico mio fantasma.

mercoledì, aprile 23, 2008

Il folletto del mondo. Come nasce Stella del mattino

di Wu Ming 4 - tratto da wumingfoundation

A tutt’oggi Lawrence d’Arabia di David Lean (1962) è considerato uno dei dieci film più belli della storia del cinema.
Personalmente sono d’accordo. Non saprei bene dove collocarlo nella mia personale Top Ten, ma certo vi rientra. Cast, colonna sonora, fotografia, regia, sceneggiatura: tutto contribuisce a farne un capolavoro che ancora tiene testa ai kolossal dell’era digitale. E’ talmente vero che alle parole “Lawrence d’Arabia” parecchi di noi visualizzano la faccia di Peter O’Toole, anziché quella del colonnello Thomas Edward Lawrence. A questo si aggiunga che stiamo parlando di una figura quanto mai controversa, oggetto di biografie e controbiografie, scoop e rivelazioni che si susseguono da decenni. Lady D gli fa un baffo.

Con questa premessa dovrebbe già essere chiaro che per scrivere Stella del mattino ho dovuto prima di tutto aggirare un problema. Si trattava di fare i conti con uno dei personaggi più dibattuti del XX° secolo, grazie al suo best seller - I Sette Pilastri della Saggezza - e a una pietra miliare della storia del cinema.
Inevitabilmente ho optato per raccontare quella vicenda da un punto di vista particolare, scegliendo sguardi diversi, spiazzanti, che mi portassero per quanto possibile lontano dalle immagini fin troppo note.
Tutto è partito da una coincidenza, che a sua volta ne ha chiamata un’altra… e il risultato è il romanzo.

Per dirla in breve, Stella del mattino è la storia di un’indagine condotta da tre investigatori molto particolari sul conto dell’eroe d’Arabia e dell’eroe come figura archetipica. Del resto Robert Graves, J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis erano tizi che di miti se ne intendevano. Tutti e tre classicisti, studenti a Oxford, nel luogo di culto delle lettere antiche per antonomasia. Tutti e tre scrittori e mitologi destinati a una fama internazionale nel corso del Novecento. Coincidenza vuole, appunto, che si trovassero a Oxford dopo la fine della Prima guerra mondiale, quando Lawrence tornò a casa dalla sua impresa guerrigliera. Meno casuale è il fatto che in quel momento tutti loro (Lawrence incluso) si trovassero alle prese con il problema di come superare l’esperienza vissuta al fronte, di come farci i conti e tornare a un’esistenza normale, se mai fosse stato possibile.

E’ chiaro quindi che Stella del mattino è un’opera di fantasia basata sulla documentazione storica, niente di diverso da quello che il collettivo Wu Ming fa di solito. La differenza, se vogliamo, è che in questo caso la documentazione si spinge parecchio in profondità, fino a mappare le relazioni personali tra alcuni personaggi del romanzo.
L’amicizia tra il poeta Robert Graves e T.E. Lawrence è raccontata da Graves stesso nella sua autobiografia del 1929 e nel corso degli anni ha prodotto un corposo scambio epistolare, a sua volta dato alle stampe. Quanto a Tolkien e Lewis (futuro autore delle Cronache di Narnia), si conobbero e divennero amici negli anni successivi al periodo narrato in Stella del mattino, tuttavia è chiaro che per chi conosce la loro vicenda (la storia degli Inklings etc.) sarà difficile leggere il romanzo senza pensare al dopo. Proprio per questo era interessante raccontare il Lewis che precede la conversione e la sua trasformazione in intellettuale cristiano militante: il giovane ateo incazzato, rancoroso e succube delle proprie ossessioni post-adolescenziali. Come tutti i convertiti tardivi, Lewis cercò di cancellare la parte più scomoda della propria vita. Se a questo si unisce il fatto che fu pressoché incapace di descrivere l’esperienza bellica che aveva vissuto, beh, questo dava buon margine per romanzare i molti coni d’ombra che risultano nella sua biografia. Essendo anche il più giovane dei protagonisti, non è stato difficile attribuire al suo personaggio le tesi più “anti-eroiche” sul conto di Lawrence e trasformarlo in un segugio in cerca della verità sul condottiero del deserto. E’ la parte più romanzata della storia, quella su cui ho speculato di più, anche se ho la presunzione di credere di aver salvaguardato il principio di verosimiglianza e plausibilità.

Tolkien era il personaggio meno avventuroso e plateale, un tipo tranquillo, tutto in superficie, e per questo è stata una bella sfida ricavare anche per lui un plot che fosse avvincente, una parabola compiuta. In sostanza ho immaginato le avvisaglie di una patologia post-traumatica che mettesse a repentaglio il suo quieto vivere. Come prendere un borghese piccolo e conservatore e metterlo davanti all’imponderabile, all’inconscio, ai fantasmi.
Da metà romanzo in poi mi sono reso conto che stavo scrivendo un libro sul valore terapeutico della scrittura. Una terapia non solo privata, personale, ma anche pubblica e sociale, visto che scrivere significa già condividere, interagire con il mondo. Del resto, solo attraverso la narrazione l’umanità è in grado di riconoscersi e fare i conti con la propria esperienza storica e ideale.
Alla fine, resto convinto di questa chiave di lettura.

Dopodiché, è ovvio che il personaggio sfaccettato di Lawrence, con la sua vicenda umanamente e politicamente contraddittoria, con la fama mediatica che fece di lui la prima pop star contemporanea, porta con sé una riflessione sulla mitopoiesi. Basta studiarne la storia e gli scritti, ricordare lo scalpore che la sua vita ha suscitato. Basta pensare alla definizione che, con un colpo di genio poetico, diede di lui il coriaceo Auda Abu Tayi: “il folletto del mondo”.
Ecco perché non avrebbe avuto senso scrivere una biografia romanzata o un romanzo biografico. Le biografie di Lawrence sono già grandi narrazioni, perché egli stesso ha speso la vita nel tentativo di trasformarla in un romanzo cavalleresco, una chanson de geste moderna.
Credo che alla fine ognuno dei tre investigatori raggiunga una verità tanto parziale quanto realistica sulla sua figura, e forse non è facile battezzarne una. Del resto, non ho mai avuto nemmeno per un momento la pretesa di sciogliere l’enigma-Lawrence. Se non altro perché le figure mitiche, quando vengono analizzate e non contemplate passivamente, servono proprio a questo, a riflettere e a porsi delle domande, molto più che a ottenere risposte nette. A me tutto questo è servito a raccontare una storia.

Settantatre anni dopo la morte, Lawrence ci osserva dalle fotografie e dai poster; i suoi occhi ci fissano dai meandri del XX° secolo e spingono lo sguardo fino a qui. Verrebbe voglia di chiedergli cosa ne pensa di quanto accade in Medio Oriente, o di quello che è diventata la sua icona. Lawrence è ancora con noi, meno ingombrante di quando era vivo ma non meno attuale, perché ci racconta qualcosa di universale e al contempo strettamente legato al nostro presente.
Sarà per questo che a guardare bene quelle foto, magari da certe angolazioni particolari, ci si accorge che l’espressione del viso nasconde un sorrisetto beffardo. E allora è difficile non immaginarlo mentre fissa l’obiettivo, in una posa studiata, e nell’istante prima dello scatto pensa: - Provate a prendermi, se ci riuscite.
Click.


Il romanzo solista di Wu Ming 4 "Stella del mattino" sarà in libreria dal 29 aprile 2008



domenica, aprile 20, 2008

La Leonessa d'Italia sbrana la sinistra

di Luca Fazio
il manifesto - 15 aprile 2008

Brescia, è persa. Dopo 14 anni di sindaci ulivisti, e quasi mezzo secolo di amministrazioni di centrosinistra variamente cattoliche e moderate, palazzo Loggia si apre per la prima volta a un centrodestra rancoroso che ha fatto il pieno di voti in tutta la provincia bresciana. Al posto del sindaco Paolo Corsini, rimasto in carica dieci anni, senza mai sentire il bisogno di iscriversi alla pattuglia dei sindaci sceriffo del Pd, ci sarà Adriano Paroli (51,4%). Un personaggio incolore che viene da Forza Italia e ripete come un mantra la parola sicurezza, e che come primo provvedimento penserà a «ripulire la stazione». Ha vinto al primo turno e dello sconfitto, Emilio Del Bono (35,7%), riportiamo solo due parole di commiato perché colgono nel segno: «La Lega vince sul tema dell'immigrazione, bisogna convincersi che il voto del nord è condizionato dal fenomeno migratorio». Vale la pena aggiungere che stiamo parlando di uno dei territori d'Italia più fortemente sindacalizzato, dove gli immigrati lavorano stabilmente nelle fabbriche.

Il programma della nuova giunta sta tutto nelle prime dichiarazioni di Fabio Rolfi, segretario cittadino della Lega e vicesindaco. La sicurezza, la precedenza ai residenti sui servizi e i bonus rispetto agli immigrati, la chiusura dei campi nomadi, «e questo anche ricorrendo ad ordinanze, come quelle emanate a Chiari e Verona, per evitare l'uso di alcolici nei parchi». Un paranoico, un altro. Tutto ciò accade nel cuore della città, piazza della Loggia, una piazza storica per la sinistra italiana, dove la Lega fino all'altro giorno nemmeno poteva organizzare una manifestazione. Un altro simbolo di una disfatta storica per la sinistra italiana, che si è consumata in tutto il territorio bresciano.

La Lega è il primo partito in 99 dei 206 comuni bresciani, il Pdl ne ha conquistati 77, mentre il Pd è il partito più votato in 30 comuni. Per la Sinistra, se ha ancora senso dare nome a una «cosa» che non c'è più, il tracollo è stato drammatico: la soglia del 5% è stata superata solo in due comuni (Brione e Malegno). «Tanto per capire di cosa stiamo parlando - taglia corto Dino Greco, membro del direttivo nazionale della Cgil e segretario generale della Camera del Lavoro di Brescia per 8 lunghi anni - alla Camera la Lega in provincia ha preso il 27,2%, la sinistra il 2,6%». Gli operai votano Lega è la scoperta dell'acqua calda, ma adesso scotta. Dino Greco è uno dei primi sindalisti che ha ragionato di «leghismo rosso», più volte ha ripetuto che ormai era penetrato negli strati popolari, e che fra coloro che vengono organizzati sindacalmente si avverte come un sorta di dissociazione schizofrenica. Non a caso la Lega è forte dove c'è forte aggregazione operaia, «ma è una realtà che noi ci rifiutiamo di guardare».

Perché accade? «Dobbiamo prendere atto - spiega Greco - che non esiste più una relazione tra la classe operaia e il voto verso la sinistra: l'operaio isolato non è più classe, è un'altra cosa, è un individuo che alla solidarietà orizzontale sostituisce la solidarietà verticale, quella con il suo padrone». Eppure, a sinistra, rimane ancora forte il «mito» del movimento operaio. Com'è possibile non «vedere» ciò che è accaduto da più di un decennio? «Non lo vediamo perché c'è ancora chi lo nega: diamo ancora una rappresentazione granitica e ideologica della classe operaia, e questo non corrisponde alla realtà. La sinistra si è completamente sradicata dalla propria composizione sociale, non basta dire di rappresentare il lavoro, devi farlo attraverso l'immersione sociale e l'insediamento, altrimenti è presunzione». In questi anni lo ha fatto solo la Lega, «costruendo una identità di luogo e di territorio invece che di classe, una identità che è esclusiva e non inclusiva. Tutto ciò è accaduto senza contrasto, la sinistra era nei salotti, da Bruno Vespa». Come se ne esce? «Non vedo resurrezioni a breve - si rabbuia Greco - dobbiamo fare una fatica immensa per anni. Bisogna ricominciare a studiare che cosa sono i lavori oggi, scovarli materialmente, ricostruirne la mappa, scavare in profondità, ricostruire nuclei sul territorio».

A costo di prendere pesci in faccia, sembra questa l'unica cosa che resta da fare perché, come dice Viviana Beccalossi, vicepresidente della Regione Lombardia, «il centrodestra raccoglie i frutti del proprio lavoro e finalmente Brescia tornerà a essere la Leonessa d'Italia. Una vittoria storica, che finalmente fa cadere un muro che sembrava invalicabile». Oggi, piazza della Loggia è nelle mani della destra.