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mercoledì, giugno 27, 2007

Cosa succede nelle loro arnie?


Negli ultimi mesi è andata diffondendosi la notizia secondo cui è in corso una massiccia moria di api. Essendo che il ruolo di questo insetto non è semplicemente quello di "lavorare" perché gli uomini possano disporre di miele ma permette l'impollinazione delle piante da frutta e verdura (soprattutto ciliege e zucchine) la notizia è rimbalzata sui media mainstrean con il risultato collaterale di favorire la confusione su ciò che stava succedendo, facendo proliferare le possibili spiegazioni della moria.

Ora, pur non avendo mai avuto con le api un rapporto individuale tranquillo ne ho sempre subito di molto il fascino - in particolare penso per la dimensione "sociale" della loro convivenza, come del resto vale per le formiche - e quindi di fronte alle notizie allarmanti e alle possibili spiegazioni avanzate mi sono preso la briga di fare una piccola ricerca in Rete, anche per vedere la deriva che stava prendendo la diffusione di questa notizia.

Innanzittutto va detto che questo ultimo allarme ha avuto origine in Svizzera - paese a grande vocazione per l'apicoltura - dove negli ultimi quattro periodi di svernamento sono state registrate anomale perdite di api. Questo aumento della mortalità non è limitato soltanto alla Svizzera, bensì riguarda i principali paesi europei.

Prima di proporvi i risultati della mia piccola ricerca su quelle che vengono accreditate come le cause di questo fenomeno, vorrei soffermarmi un attimo sulla varietà di spiegazioni che sono disponibili in Rete: la gamma delle spiegazione infatti è varia, così come sono varie le fonti che ripropongono la questione, con posizioni che vanno dalla certezza monocausale alla retorica del mistero.

Fra tutto il materiale disponibile la fonte che mi pare - con pochi dubbi - più affidabile è quella del Dipartimento Federale dell'Economia della Confederazione Svizzera, sia per l'origine istituzionale che per il materiale prodotto e divulgato sul sito (fra cui interessanti informazioni generali sui campi elettromagnetici e i relativi rischi per l'uomo e l'ambiente).

Quali sono le cause della perdita di api negli ultimi anni? è il titolo di un agile paper prodotto dal Centro di ricerche apicole (CH) che affronta la questione a partire dai seguenti presupposti:

"La questione sulle cause di questo problema è controversa e alla base di discussioni nella pratica. Vengono chiamati in causa diversi fattori: condizioni climatiche, trattamento contro il varroa, virus, nosemiasi, altre malattie, pesticidi, culture agricole, nutrimento, raccolto, eccetera. La domanda sorge spontanea: quale di queste ipotesi è la più attendibile? Esistono fatti concreti che permettano di giungere a conclusioni chiare sulle cause delle perdite?"

Inutile dire che invito alla lettura di questo paper (8 pagine...) chi fosse interessato ad approfondire la questione, io vorrei qui segnalare come dopo una rassegna delle possibili cause della moria, a proposito delle responsabilità dei campi elettromagnetici - la
causa più indicata fra i media a cerca di sensazionalismo - il paper riporta:

"Le api percepiscono le linee del campo magnetico terrestre (orientamento spazio-temporale) ed è quindi verosimile che siano sensibili anche ai campi elettromagnetici. La percezione delle linee del campo magnetico terrestre è possibile grazie a numerosi e minuscoli cristalli contenenti ferro, posizionati parallelamente sulla parte anteriore dell'addome delle api. Come nel caso degli esseri umani, il magnetismo potrebbe avere un influsso sulle api e questa ipotesi suscita numerose discussioni, tuttavia le conoscenze finora acquisite non sono sufficienti per valutarne l'attendibilità."

Sia chiaro che la mia intenzione non è minimizzare, in genere, i possibili effetti delle onde elettromagnetiche e indicare coloro che sollevano possibili correlazioni fra queste e la moria delle api come dei "visionari". Io per primo penso che la ricerca sulle interazioni fra gli organismi animali e le onde elettromagnetiche sia una priorità assoluta viste le sempre maggiori applicazioni tecnologiche che ricorrono ad esse, ma anche visti i primi, parziali, dati che a volte emergono sulla nocività dell'esposizione a queste onde. Piuttosto vorrei con questa riflessione sollecitare a valutare con intelligenza le complessità di una questione quale quella qui proposta, dove vengono valutate tante e diverse possibili cause e di cui si deve valutare le possibili convergenze fra diverse di queste.

Comunque, stiamo attenti alle api, che secondo quello che viene messo in bocca ad Eistein "se un giorno le api dovessero scomparire, all'uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita".

martedì, giugno 26, 2007

Riformisti vò cercando

Per riprendere il filo di un discorso che su finoaquituttobene negli ultimi mesi è stato spinto con diversi contributi postati - compresa la mia riflessione sull'Europa e i movimenti sociali pubblicata da lo squaderno o il commento di ieri di Vercellone sul vertice di Bruxelles - riprendo e pubblico qui sotto la prima parte di un articolo di Giuseppe Bronzini intitolato Riformisti vò cercando, uscito in origine sulla newsletter MercurioCRS del Centro per la Riforma dello Stato: si tratta di una riflessione critica sull'immagine egemone nella "sinistra" delle trasformazioni del lavoro e del mercato del lavoro come discostamento da ciò che a proposito è sancito nella Costituzione del '48.


di Giuseppe Bronzini

Premessa: nostalgia e politica

“Secondo una vulgata molto diffusa a sinistra ed in particolare nelle sue componenti “ più di sinistra” gli anni 90 sarebbero stati, in Italia ma anche nel resto d’Europa, un lungo periodo di regressione connotato da ripetuti interventi di deregulation nel diritto del lavoro, non adeguatamente contrastati da un’opinione pubblica ancora ostaggio delle chimere liberiste e dell’ideologia della flessibilità. Questo ciclo oscuro di abbandono dei principi costituzionali della Carta del 48 e in particolare della sua “norma simbolo” che stabilisce come cemento e fondamento della Repubblica “ il lavoro” avrebbe trovato il suo apice nella “ legge Biagi” nella quale le linee precedenti di limatura dei diritti fondamentali dei dipendenti avrebbero trovato una completa sistemazione nella balkanizzazione delle tipologie contrattuali e nell’abbandono della centralità del lavoro subordinato di tipo tradizionale con i connessi effetti devastanti sia sul fronte della rappresentanza sindacale che nella “ tenuta” dei livelli consolidati di prestazioni e servizi offerti dallo Stato sociale. Solo nella lotta per la difesa dell’art. 18 dello Statuto del 1970 e, poi, con la caduta del Governo Berlusconi si sarebbero ripristinate le condizioni per reinvertire il processo, contrastare il fenomeno emergente della precarietà e tornare al modello “ costituzionale”.

“Certamente la mia è una ricostruzione molto semplificata e, forse, di comodo ma mi pare difficilmente contestabile che quando, a “ sinistra della sinistra”, si chiede una “ svolta nel lavoro”(1 ) in genere si ignorano ipotesi e tentativi emersi negli aborriti anni 90 ( ed anche durante gli anni del governo Berlusconi): il colpo di spugna dovrebbe così traghettarci di nuovo, come per incanto, al mondo “ com’era”, dominato dalla classe lavoratrice stabile, impiegata in aziende di medio-alta dimensione, con una professionalità definita ed etichettabile contrattualmente con precisione, saldamente ancorata alle organizzazioni “ confederali” emerse nel dopoguerra……

Se qualcuno tentasse una simile operazione “ nostalgica” per quanto riguarda il sistema politico(proponendo il ripristino della proporzionale nelle forme precedenti i referendum) verrebbe preso per visionario, non meno di chi tentasse di rilanciare il “ compromesso storico” nei modi originari, ma in materia di lavoro la rimozione di un quindicennio di elaborazione teorica e di sperimentazione sociale in nuovi conflitti e rivendicazioni dimostra un ben diverso appeal. Il tutto è miscelato da una sostanziale metodologia “ nazionalista” che ritiene che, nonostante il processo di integrazione economica e sociale dell’Europa sia progredito enormemente ( più lenta quella istituzionale, anche se non sul fronte dei diritti fondamentali per il quale è operante da tempo una federalizzazione comunitaria della materia), il nostro paese possa “ fare da solo” e, in piena autarchia, procedere a riscrivere le regole del gioco.

“L’Unione europea non è ,quindi, quasi mai vista come una opportunità e una risorsa , ma costantemente come un ostacolo per i virtuosi progetti nazionali di ritorno “ all’antico”.


Continua qui.

lunedì, giugno 25, 2007

COME VOLEVASI DIMOSTRARE

di Paolo Vernaglione - da neurogreen

L'esito negativo del Consiglio Europeo era previsto e prevedibile. Invece di una Costituzione l'Europa, che ormai ha molto poco dell'Unione, avrà un Trattato ultraflessibile, in pratica una serie di accordi tra Stati che sanciscono l'interesse nazionale.

Spazzata via ogni pur flebile volontà federalista, l'Europa dei governi, delle destre e del pragmatismo liberista di Sarkozy, Blair, Kaczinski, cancella due anni di interlocuzione comunitaria (la pausa di riflessione) e la mobilitazione che almeno dal 2000, con l'approvazione della Carta di Nizza, si era prodotta.
L'accordo impone in pratica ai 450 milioni di cittadine/i europei la signoria dei governi su un Trattato, che poteva essere l'alternativa politica all'Impero statunitense, alla guerra permanente e alla distruzione del diritto internazionale.

Il compromesso sul Trattato, che dovrebbe entrare in vigore nel 2009, dopo la Conferenza intergovernativa, è scritto nelle 150 pagine dell'accordo e prevede:

un maggior controllo dei parlamenti nazionali sull'Europarlamento (che potrà tuttavia decidere a maggioranza in materie in cui era prevista l'unanimità),

lo slittamento al 2017 della "doppia maggioranza" che aveva caratterizzato la "migliore" proposta del Trattato Costituzionale,

il ritorno alla "minoranza di blocco" di cui si avvaranno Gran Bretagna, Polonia, Repubblica Ceca, come Olanda e Francia, in funzione anti-Turchia,

persino la scomparsa dei "simboli" comunitari (la bandiera, l'inno, la menzione dell'euro come moneta dell'Unione).

E' stato eliminato il riferimento alla correttezza del libero mercato, mentre tutti gli opting out sostenuti da Blair sono stati accolti: niente primato del diritto comunitario su quello nazionale, niente politiche sociali, niente PESC (politica estera e di difesa) che diventa intergovernativa.
Ineviatabile il riferimento (polacco) alla "famiglia".

Rimangono i protocolli sulla sussidiarietà e i servizi pubblici, unici elementi che dovbrebbero garantire una cornice comunitaria ma in realtà saranno agitati in funzione statal-welfarista.
Come si vede è stata seppellita la volontà, espressa in questi anni da un'opinione pubblica che si è mobilitata contro guerra, liberismo e nazionalismi e per la generalizzazione dei diritti, di realizzare un'Europa politica, che avesse personalità giuridica e fosse orientata verso la differenziazione delle fonti energetiche, la ricerca e l'innovazione, la condivisione di saperi e conoscenze.

Un dato è certo: l'accordo di Bruxelles distrugge le spinte dei movimenti e delle sfera pubblica ad una costituzionalizzazione dal basso dell'Europa e ad un federalismo post-nazionale.
La mancata immissione della Carta di Nizza nell'eventuale Trattato costituisce un vulnus che non potrà essere riparato da alcun accordo contingente sui diritti, specie quelli di ultima generazione.
Il Trattato "semplificato" è persino meno del mini-Trattato proposto da Francia e Germania per superare l'empasse del NO al referendum del 2005 e dell' "Europa a due velocità".
Benchè infatti la Merkel abbia tentato un compromesso più avanzato niente ha potuto contro il muro innalzato dai Kaczinski e sostenuto dall' "alleanza atlantica" in Europa.

In questo quadro vale la pena valutare il peso e la portata che lo spirito nazionalista ha avuto, oltre che la svolta a destra dell'Europa negli ultimi due anni e considerare la ricaduta politica del NO referendario di Francia e Olanda, sostenuto dalle "sinistre radicali".
A questo esito i governi non sono pervenuti solo per la bocciatura del Trattato Costituzionale del 2005, tuttavia è indubbio che abbiano cavalcato agevolmente l'onda lunga del NO al referendum.
Quel NO è stato corteggiato e appoggiato, come si ricorderà, da un'opinione comune alle "sinistre europee radicali", alcuni sindacati e parte dei movimenti, che rivendicavano così l'antiliberismo dell'UE e il rifiuto di un' Europa delle elitès.

Risultato: abbiamo oggi una non-Europa delle elitès e degli Stati, un federalismo e politiche sociali sempre più ignorate, più liberismo selvaggio e servaggio alla NATO.
Su questo è bene che le sinistre europee di lotta e di governo riflettano.
Non ci si può coprire dietro un dito, affermando che a Bruxelles si è esaurito il potenziale del NO. Quel potenziale è stato uno dei componenti della miscela che ha portato all'accordo.
Non vale neanche la giustificazione del sostegno al NO con la configurazione liberista dell'Europa nella Terza Parte del Trattato del 2004. Bastava infatti, come parte dei movimenti sociali richiedevano, sostenerne lo stralcio, invece che gettar via il bambino con l'acqua sporca.
Oggi da parte dei movimenti e di un'opinione pubblica europea "avvertita" conviene rimettersi al lavoro per contrastare questo misero accordo e rilanciare un costituzionalismo multilivello che faccia dei diritti il perno su cui ruota una Costituzione europea.

E' però altrettanto urgente mettere grande distanza da posizioni, purtroppo prevalenti nelle sinistre più o meno radicali e di governo, secondo cui qualsiasi Trattato sarebbe liberista.
Non è vero, non è più così, se mai lo è stato, e comunque oggi la partita non si gioca tra due alternative costituzionali, ma tra un'Europa statalista, lavorista, populista e un'altra, plurale, federalista, post-nazionale.

venerdì, giugno 22, 2007

Anna Simone sul GayPride 2007

Il breve commento che segue di Anna Simone sul GayPride romano di sabato scorso è, a mio avviso, un ottimo contributo anche se breve perché mette a fuoco alcune novità importanti per i movimenti LGBTQ. Anzi, è un buon contributo oltre per la capacità di vedere un pò oltre le scontate analisi sul successo dell'iniziativa proprio perché breve e arriva al nocciolo della questione senza troppi giri di parole.


Bellissima Roma tra i colori, la musica, i volti e i travestimenti del
pride. Bellissima perchè quasi non sembrava lei, oppressa com'è dalla soffocante architettura imperiale e dall'andamento sciatto, indifferente. Anche il pride, però, non sembrava il solito "pride". E infatti non lo è stato. Non è stata solo una parata di piume e paiellettes mostrate per la pruderie dei benpensanti che agli angoli delle strade si divertono a vedere i carnevali, come uno spettacolo di cui rimuovere il senso ed il significato una volta tornati tra le protette pareti domestiche. In piazza c'erano almeno cinquecentomila persone a dire che l'ipocrisia non ci riguarda, a dire che non sappiamo che farcene di prodi, di bush e di ratzinger. C'erano vecchi, bambini felicissimi (i più belli da vedere) e signore, un pò scostanti e un pò felici dal clima liberatorio che circolava per le vie del corteo. Alcune prima rimanevano contrite e poi si lanciavano improvvisamente in danze liberatorie. E' difficile pensare che la politica possa anche riuscire ad assumere connotazioni legate alla gioia (quella vera delle relazioni, della felicità dello stare insieme e non quella prodotta dalle pasticche o dalle deviazioni dal "normale ordine del discorso" su cui sempre tornare per non destabilizzarsi), alla libertà di essere corpo vivo e alla necessità di assumersi tutte le responsabilità politiche del caso. In piazza c'era ciò che Foucault avrebbe chiamato un grande movimento di contestazione della norma e di contro-condotta, il neonato movimento LGBTQ. Dico così perchè finora mi era sembrato che fosse un movimento solo legato alle istanze politichesi (inseguire i partiti per avere diritti) e invece questa volta non è stato così.

Sabato il movimento LGBTQ, assieme al femminismo etero e agli etero laici en general si è costituito come una nuova forza politica che si era andata un pò disgregando in questi ultimi anni. La campagna per "sbattezzarsi" sembra che stia andando bene, tuttavia da piazza San Giovanni è emerso un nuovo dato buono ed interessante: da quasi tutti gli interventi è venuta fuori la geniale idea di reinviare, "strappate", le tessere elettorali. E' stato detto in modo molto chiaro: il movimento LGBTQ non chiede più niente a nessuno perchè è una soggettività politica autonoma che non gioca più al ribasso, esiste e non crede più nella rappresentanza incarnata dai partiti e dai sindacati. Bellissimo insomma, quasi non ci credevo! Ma bellissime, soprattutto, le relazioni che si sono create tra i compagni partecipanti e le persone della strada. Fantastici anche alcuni slogan come: Ratzinger perchè hai paura? Non sarà mica un caso di fuoco amico? e molto, molto altro...I benpensanti e le anime grigie diranno che in fondo i movimenti devono occuparsi di cose più serie e che devono scendere in piazza "solo" per altre ragioni. Probabilmente è vero, ma solo nella misura in cui non avranno capito che chi sabato era in quella piazza può anche frequentarne altre perchè non ha paura della sua libertà di essere a tutto tondo. Anzi, quello è il suo punto di partenza perchè senza le piccole cose (la libertà d'amare chi si vuole in primis) non sono neppure possibili le grandi cose. Il movimento all'incontrario lo vedo, invece, ancora duro a darsi. E infatti al pride pochissimi compagni dell'autonomia, solo il Forte Prenestino...Questa non è una buona cosa ma di cattive cose, in fondo, il mondo è pieno (diversamente il pride non ci sarebbe neppure stato). L'importante è non averne bisogno e saperle vedere fino in fondo.

Per il resto c'è sempre la risata che li/vi/ci
seppellirà...tutti, ovviamente.

venerdì, giugno 15, 2007

europeanrights

Non mi ricordo se già avevo segnalato il sito europeanrights, al limite perdonerete la ridondanza. E' comunque un utile strumento per cui vale la pena rischiare una ripetizione, visto che è uno dei siti più aggiornati e attenti alla produzione giurisdizionale europea e, in particolare, alle normative inerenti i diritti fondamentali dei cittadini europei. Un pò tecnico, ma potenzialmente molto utile...

quella che segue è la presentazione del sito.

www.europeanrights.eu Il sito (in tre lingue comunitarie: inglese, francese e italiano) offre un monitoraggio sistematico del materiale giurisdizionale, normativo o anche d'altra natura connesso con la tutela dei diritti fondamentali in Europa. A tale scopo nel sito vengono periodicamente immessi i dati necessari per identificare e consultare: 1) le norme di matrice europea e altri atti e provvedimenti provenienti dall'Unione europea o dal Consiglio d'Europa riguardanti la protezione dei diritti fondamentali; 2) le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte di giustizia delle Comunità europee e le decisioni dei giudici nazionali che applicano norme o principi a carattere europeo in tema di diritti fondamentali.

Le informazioni sono ordinate avendo come schema di riferimento i diritti sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (Carta di Nizza) e un lemmario ricavato dalla stessa Carta.
Ogni documento inserito è riassunto nei suoi contenuti essenziali e, nei casi più rilevanti, è corredato di un commento più ampio. Particolare attenzione viene riservata alla questione dell'efficacia della Carta di Nizza, alle interpretazioni innovative della giurisprudenza e al rapporto tra le Corti. Sarà quindi possibile all'utente ricostruire con facilità, diritto per diritto, l'evoluzione del quadro giuridico.

Il sito costituisce il supporto essenziale e la base documentale di un progetto più ampio di costruzione di un "Osservatorio sui diritti fondamentali in Europa" che, attraverso convegni, ricerche, collaborazioni con altre istituzioni, università, riviste e associazioni, mira a sviluppare l'attenzione su questo tema essenziale per il processo di integrazione, in un dialogo allargato tra operatori del diritto, studiosi e cittadini dell'Unione europea.

Il Sito annovera tra i suoi promotori: La Fondazione Lelio e Lisli Basso – Issopo; il
Centro interdipartimentale di ricerca sul diritto delle Comunità europee (CIRDCE) e l'Associazione Magistrati europei per la democrazia e la libertà (MEDEL).

giovedì, giugno 14, 2007

Biciclette bianche e altro

Matteo Guarnaccia - da rivista anarchica

La bicicletta è sempre stato uno strumento primario di iniziazione e di libertà. Innanzi tutto è un'esperienza che viene trasmessa in maniera amorevole (avete mai visto qualcuno che insegni a pedalare a un bambino in malo modo?). È un'iniziazione in piena regola: c'è la perdita di sangue e la ferita che segna il distacco da una condizione precedente (le ginocchia sbucciate). C'è la meraviglia di sentire il corpo entrare in automatica, dopo aver superato la goffaggine iniziale. La realizzazione che, come nuotare e fare l'amore, pedalare è un atto programmato nel nostro DNA, un atto che ci rende coscienti del fatto che il vero equilibrio è nel movimento e non nella staticità.

La bicicletta è a tutt'oggi un modello insuperato di veicolo socialmente responsabile, romantico (mai portato nessuno in canna?), silenzioso, non stressante e che si muove grazie ad una fonte di energia rinnovabile e non inquinante (in culo alle multinazionali degli idrocarburi!). Andare in bicicletta non implica alcuna stupida esibizione di potenza, richiede solo ottimismo e coraggio (dare le spalle alle automobili è un vero atto di fede affrontato dal nostro guerriero interiore). I popoli precolombiani usavano la ruota per i giocattoli dei bambini ma non per il trasporto; i tibetani la usavano come mezzo di propulsione per le loro preghiere ma non per il trasporto, la bicicletta è la splendida sintesi dei possibili usi della ruota: gioco, trasporto e preghiera.

È sintomatico che la due ruote sia sempre stata, sin dalla sua comparsa, intimamente legata al concetto di libertà. Pochi se ne rendono conto ma la bicicletta è stata anche il volano dell'emancipazione femminile a cavallo del secolo scorso. Per la moralità e per la scienza medica del periodo pedalare era un'attività "disdicevole" per signore e signorine; il sellino era accusato di incoraggiare l'onanismo femminile e le distoglieva dal loro ruolo di madri e mogli. Senza considerare il fatto che l'abbigliamento muliebre era quanto mai inadatto alla faccenda. Per pedalare si dovevano mostrare le caviglie (orrore!) e ci si doveva sbarazzare dei vari busti e corsetti che costringevano le povere spine dorsali a posizioni innaturali e che rendevano impossibile quel genere di attività fisica. L'abbandono delle stecche e l'accorciamento delle gonne (e persino l'uso delle gonne pantalone) nascono proprio dal boom della bicicletta. I primi movimenti femmisti europei avevano nella bicicletta un simbolo irrinunciabile.


La patafisica, il movimento anticipatore del surrealismo creato dallo scatenato Alfred Jarry è indissolubilmente legato alla sua fiammante bicicletta da corsa. La scoperta dell'LSD da parte dello scienziato svizzero Albert Hofmann nel 1943 è tutt'uno con la sua mitica pedalata fatata per le vie di Basilea. Difficile pensare alla lotta di popolo dei vietnamiti senza lo strabiliante sistema di rifornimento condotto da sgangherate biciclette che attraversavano i sentieri nella giungla portandosi in groppa persino gli obici. Uno degli strumenti infallibili per misurare la civiltà di un paese è lo spazio che esso offre ai propri ciclisti (paesi scandinavi in testa, paesi mediterranei in coda).


In Olanda agli inizi degli anni '60 in pieno boom automobilistico, proprio quando tutti, ma proprio tutti, sognavano la loro bella quattroruote, si fanno notare degli strani personaggi che vanno totalmente controcorrente. Sono i Provos, un gruppo di anarchici dadaisti e zuzzurelloni, a cui spetta la palma di avanguardia di quella contestazione giovanile che verso la fine del decennio infiammerà l'intero occidente. I Provos nutrivano un senso di frustrazione e di rigetto nei confronti della società consumista e alienante, per usare le loro parole, si sentivano in questo mondo "come ciclisti su un'autostrada".

Scelsero la bicicletta come santo strumento tribale, arma comunitaria contro i comportamenti antisociali degli automobilisti che agivano (e agiscono) indisturbati contro l'ambiente coperti dalla grande industria e dalla polizia.
Gli automobilisti amorevolmente coccolati dagli spacciatori di petrolio e dai cementificatori, erano (e sono) il "braccio armato" di uno stile di vita che ormai andava inesorabilmente modellando la geografia del pianeta. Il piano era (ed è) distruggere il tessuto umano dei quartieri storici creando un mondo in cui fosse impossibile andare a scuola, al lavoro, a far la spesa, a curarsi e a divertirsi senza poggiare il culo su un autoveicolo, senza pagare il balzello all'industria e allo stato e senza devastare il territorio).

I Provos osano sbeffeggiare il simbolo della crescita economica, il dogma della modernità, rivendicando il diritto di camminare per la città senza venir minacciati fisicamente da bande di psicopatici aggressivi rinchiusi dentro una scoreggiante scatola di ferro. I Provos soprattutto rivendicano il diritto e il piacere di non seguire i modelli di consumo e di non consumare. Dotati di una formidabile capacità di spiazzare le autorità e di dar vita a fantasiose pratiche di disobbedienza civile, restano vivi nella memoria dei più per il famoso "piano delle biciclette bianche", la messa a disposizione della cittadinanza di Amsterdam di un certo numero di biciclette collettivizzate. Biciclette sempre aperte a disposizione di chiunque se ne volesse servire, un mezzo di trasporto gratuito, una provocazione contro la proprietà privata capitalista. "La bicicletta bianca è anarchica e simboleggia semplicità e igiene di fronte alla cafonaggine e alla zozzeria dell'automobile. Una bicicletta non è nulla ma è già qualcosa". Un atto ecologico (anche se allora la parola ecologia non era esisteva ancora).

I Provos scelsero di dipingere le bici di bianco - dopo aver scartato l'idea di farle rosse e nere, come la bandiera anarchica - per il semplice fatto che le loro azioni avvenivano prevalentemente di notte. Un bel numero di cittadini, rispondendo ai loro appelli, si reca nel luogo di raccolta, offre le proprie biciclette e le dipinge di bianco, mettendole a disposizione del provotariato. Il successo è immediato e l'operazione accende l'immaginazione di altri gruppi consimili da Stoccolma a Berkeley, da Praga a Oxford (motto dell'iniziativa "Il bianco annulla tutto, soprattutto la proprietà).
Un famoso gruppo psichedelico inglese i Tomorrow lancia un brano delizioso, My White Bicycle, che diffonde il messaggio libertario persino nella hit parade. (Anche in Italia Caterina Caselli incide un brano dedicato alla provocazione provo).


Ma il segnale più evidente del successo del piano biciclette bianche è la risposta della polizia. Le autorità reagiscono immediatamente e in modo ridicolo: vengono sequestrate una cinquantina di bici in giro per la città. La giustificazione è che non essendo chiuse col lucchetto rappresentano un istigazione al furto. In pratica è la polizia a rubarle, visto che non le restituirà più ai legittimi proprietari, i cittadini di Amsterdam. In una società in cui vige la proprietà privata, ciò che è gratis è illegale e pericoloso.

I ladri di biciclette in divisa non fanno altro che promuovere il piano provo, attirando attirando nelle loro file un numero crescente di sostenitori e spingendo l'opinione pubblica a solidalizzare con loro.

mercoledì, maggio 30, 2007

Quasi dimenticavo... i 50 anni dell'Europa!

Approfittandone anche per lanciare l'uscita de lo squaderno dedicato all'Europa. Fra pochi giorni, con un mio piccolo contributo sui movimenti europei.


lunedì, gennaio 15, 2007

A4RE -- Act for Radical Europe: manifesto for a transnational sociopolitical movement

PREMISE: WAR IS RAGING, DYSTOPIA IS LOOMING

The early 21st century is dark and barbaric, as war, inequality, irrationality, xenophobia, and ecological collapse spread unchecked over the planet, and over our troubled region of the world, Europe, governed by the EU and the nation-states, i.e. by the present (dis)Union of euro and non-euro states, of old and new member countries.

Bushism and political islamism are reshaping world politics, India and China are reshaping the global economy. South America has broken free of the Monroe Doctrine, but political Europe is in shambles: the french-dutch no has left it shaken and hollow at its core, while rising social conflict and disillusion are questioning its sustainability as a political entity, traversed by powerful capital
and migration flows (the former set free in the Single Market, the latter differentially discriminated and persecuted), and conservatively governed by a neoliberal technocracy and national governments sharing feeble if not negative legitimacy.

The old Spinelli-inspired and Monnet-initiated federalist project of catholic/socialist orientation has become a spent force in the 21st century, but a new European cosmopolitanism of radically democratic orientation must take its place, with horizontal federalism, social action, green politics and gay rights at its core. Strong-armed nationalists and right-wing populists are present
dangers in many countries of Europe, while either the socialdemocratic or the communist left are generally unable to find new solutions to the gigantic challenges posed by geopolitical and economic instability, the full spread of networking and digitalization, climate change and environmental damage, accelerating biotechnological innovation and its societal consequences.

SOCIAL STATES OF EUROPE

Over the last 20 years, precarity and inequality have broken the christian/social democratic political bargain of the postwar period -- rising incomes for employees and rising power for their unions in
exchange for acceptance of capitalist system-- on which modern Europe was founded, and left in its wake the rise of immense corporate and private wealth next to escalating exclusion and social angst. Acting for radical Europe means mobilizing decisively against social inequality, labor precarization and the arrogance of the elites and their privileges, as millions have recently done in France and Denmark.

The limitations against freedom of expression online and on the streets are on the increase, in a climate of state-induced fear and paranoia inviting ever more draconian securitarian regimes:
libertarian principles in information and communication must be constantly asserted online and offline and freedom of movement and protest constantly practiced and defended. Queer activism is rising, but gender rights are under unprecedented threat by reactionary catholic and muslim clerical establishments. In spite of the achievements of feminism, women are still intimidated, abused and
killed in native and immigrant families, and discriminated in the public sphere and at the workplace. The persecution of immigrants and refugees at the gates of and within Europe is a burning shame for all demoradicals of Europe: transnational solidarity and transethnic alliances are moral duties for an enlarged idea of Europe which includes also people once subjected to rapacious European imperial rule.

Europe's multiethnic youth is economically discriminated and increasingly alienated. The European younger generation is caught between unemployment and labor precarization, and unattainable basic social goods (home, higher education, welfare). Gerontocracy of the elites and consequent privileges for the rentier classes are killing Europe 's future by unfairly burdening European young families and excluding the creative class from economic and political decisions.

Financial and corporate power is still formidable in Europe, and tenaciously defended by monetarist Trichet and freemarketeer Barroso, but has lost the aura of credibility and indeed invincibility it had in the 1990s, thanks to the manifold pressures of the antiglobalization movement. The global movement for social and environmental justice which developed in Europe with the huge protests at Prague, Goteborg, Genoa, peaked on Feb 15, 2003 with the truly giant demonstrations against the invasion of Irak in Europe's major cities, but has been declining since, although new, less ideological, social movements seem to have taken the relay over the course of 2006.

THE IDEA OF RADICAL EUROPE

In an age of intellectual obscurantism and global dimming, we want to go back to the radical spirit of the Enlightenment and the radical birth of democracy. In Europe, through the centuries, the very idea of political philosophy and thus the form the state should take has been decisively shaped and altered by collective action and social conflict. Our idea of radical Europe takes inspiration from the great moments in Europe's history of democratic mobilization and social liberation, which we summarize here below.

The French Revolution, as interpreted by a girondist like Thomas Paine or a jacobin like Gracchus Babeuf and his follower, the sworn enemy of the Holy Alliance Filippo Buonarroti; the Chartist movement pushing for universal suffrage in England and the rise of trade unionism; revolutionary 1848 and the idea of a non-dynastic Young Europe; 1870 and the communards' brave experiment with self-governing urban democracy of elected officials; the 1890-1920 period that saw great
hopes and major defeats for the radical democratic left in a Continent torn by general strikes, rocked by women's suffrage movement, sucked dry by the ghastly trenches, traumatized by revolutions and counterevolutions, with the socialist second international and revolutionary syndicalism holding the scene before the Great War, replaced after 1917 by the more sectarian communist third international and revolutionary leninism (which soon turned into totalitarian stalinism); 1936 was the year of the social and electoral victory of the french popular front and of franco's aggression against the republican, socialist and anarchist spanish popular front; it was
the year when european and international fascism unleashed genocidal war in Europe and Asia: only a global popular front could manage to finally defeat nazis and fascists in 1945, after immense suffering and civil wars of liberation. From the ashes of fascist defeat and the horrors of total war, the political idea of Europe first emerged out of European resistance movements, whose ideas where distilled in the Ventotene Manifesto for a federal and peaceful Europe. As Hannah
Arendt wrote in the 1940s on the Partisan Review:

"The underground movements…were the immediate product of the collapse first of the national state, which was replaced by quisling governments and second of nationalism itself as the driving force of nations. Those who emerged to wage war fought against fascism and nothing else. (But) all these movements at once found a positive political slogan which plainly indicated the non-national though very popular slogan which was simply EUROPE."

After the war, European economic, and then political, institutions started to consolidate. 1956 was the decisive starting point, since it proclaimed the end of European imperialism and the birth of European federalism after Suez, revealed Stalin's crimes, thus unleashing Eastern Europe's democratic anti-Soviet rebellion. In 1968, simultaneously, Paris, Rome, Berlin, Prague rebelled, setting off the explosion of identity politics in the 70s (hippies, students, women, gays, punks, oppressed ethnic groups and peoples), and ultimately defeating the two-bloc partition of Europe with the 1989 democratic uprising in Berlin, prepared by the antinuclear movements of that
decade. The Fall of the Wall led to the implosion of Russian communism and its geopolitical bloc and thus prepared the scene for the launch for the Single Currency in Western Europe and enlargement to the east for the whole of the EU.

We are proud inheritors of the history of radical Europe. We have absorbed Europe's traditions of democratic politics and critical philosophy. We are descendants of the secular approach to reason and nature, of all the strands in socialist thinking and progressive politics that have invariably opposed all forms of authoritarianism and totalitarianism. We are the children of ecological and
post-patriarchal Europe and it is from this radical heritage that we want to build a shared rad-dem political culture that can make people experience meaning and purpose back again in their lives and environments.

We declare ourselves radical europeans. We want to fight to assert the fundamental human, civil, social, gender, information rights of the multitudes living in or coming to Europe. We will work toward a rebirth of the European project on principles of radical democratic participation: from intellectual dissent to social protest, from civil disobedience to labor picketing, from consumer boycott to media campaigning. We declare nationalism and fundamentalism our foes and
enemies. We denounce political neoconservatism and economic neoliberalism as untenable and immoral philosophies and ways of government. We are fierce enemies of private monopoly in technology and knowledge industries and enraged by unprecedented levels of economic concentration in all sectors of the economy. Nevertheless, we are not unqualified anticapitalists. We strenuosly oppose the economic interests that are accomplices in the reactionary and ecodestructive turn the world has taken, but not the market and private enterprise as such, which in our view can either have progressive or regressive effects according to the periodically shifting balance of social andideological forces among capital and labor, state and society. More
strategically, we think the magnitude of the historical challenge before us --staving off environmental and social disaster-- is such, and the risk of a malignant social mutations and political bifurcations so great, that we cannot afford not to speak to and enlist, not only the creative and service classes we intend to give voice and articulation first and foremost, but also the middle-classes and the enlightened sectors of capitalism.

We are not a political party and we are not a union, although some of our members could run for office or be union delegates. We intend to be a Pan-European association giving expression to a demoradical social and political movement. We want to go beyond anarchist spontaneity and communist nostalgia. Horizontalism and egalitarianism are not sectarian totems, but ideals than need to be transformed into common practice and legal protection. On the other hand, queer,
ecologist, cyber subjectivities need to find a larger social and political horizon to truly challenge established state power. In this respect, we naturally look onto the European Greens and the European Left as the political forces that need to be prodded to come up with demoradical solutions to the current historical impasse. But our social action and political advocacy will be free of any reverence with respect to parties or unions, and totally independent in its intellectual elaborations.

We are the generation the tore down Berlin's wall and went illegal when Thatcher, Wojtyla and Reagan tried to restore family values (for Deng, it was party values). We are the harbingers of the Internet revolution and market globalization. We are the low-cost generation, still dominated by cold-war elites who would rather turn Europe into a giant Switzerland, where shady dictators and
mafia bosses can safely put their money and immigrants, even those born in Europe, are excluded
from citizenship. Against the liberal-democratic, or worse national-democratic, policies for Europe that promote inequality and subservience to US militarism, we propose a new radical-democratic
horizon for Europe capable of creating a new political culture and social landscape. We proclaim ourselves wobbly and queer, peace-loving, tree-hugging and computer-savvy, democratically active radicals of Europe.

WHAT'S NEEDED TO BUILD RADICAL EUROPE:
A SOCIO-POLITICAL ORGANIZATION USING ALL POSSIBLE RESOURCES&TACTICS TO ENFORCE THE RADICAL DEMOCRATIC VALUES OF POLITICAL AND CULTURAL FREEDOM, AND SOCIAL AND ECOLOGICAL JUSTICE ACROSS EUROPE!

OUR BASIC AIMS
To create a peer-to-peer radical and ecological democracy in Europe.
To affirm the secular, feminist, solidaristic identity of Europe.
To open the borders of Europe to all cultures and peoples.
To promote stronger European political integration and horizontal federalism and regionalism around these values.
To render the Commission an expression of the European Parliament, accountable to and petitionable by the European public.
To drastically reform the statutes and policies of the European Central Bank.
To levy a European corporate tax and a European carbon tax to endow the EU with autonomous fiscal resources.
To returntto keynesian, expansionary fiscal and monetary policies, thus abrogating the stability pact and its provisions.
To promote pan-European referenda on constitutional issues, EU directives and legislation.
To reform the European Court, so that it can be directly addressed in lieu of national justice in case of the violation of European fundamental rights.
To promote a new global trade system, in alliance with the progressive forces in South America and India.
To get Europe out of NATO, so that it can projects its international weight in favor of just peace and international justice, such as the protection of people from genocide.
To protest against all human rights violations, and promote solidarity with democratic movements facing repression worldwide.
To expand the role for public health, public education, public space.
To protect immigrants from persecution and discrimination.
To secure a European basic income as the keystone a truly European welfare system.
To set a European minimum wage, defend unionization rights and the right to strike, as the only re-equalizing forces on the European labor market today.
To ensure freedom of expression and communication and protect the free exchange of knowledge.
To ensure neurochemical freedom and the legalization of THC.
To assert gay, lesbian, bisexual and transgender rights, and the rights of all unmarried couplesb to family life and social benefits.
To work toward greener, bike-oriented and kid-friendly cities, by adopting alternatives to fossil fuels and the internal combustion engine in private and public tranportation.
To promote informed and democratic discussion around science and technology, in order to build a strong demoradical position on bioethics and other scientific issues affecting society.
To decrease the material, i.e energy, content of consumption and wealth as the only viable way to survive as a cosmopolitan, digital civilization on a planet with limited land and water resources and fast-heating atmosphere and oceans.

THE ARCHITECTURE OF ACT 4 RADICAL EUROPE ( A4RE)

To achieve these aims, Act for Radical Europe (A4RE) is a federal, transnational, umbrella organization operating at the urban and European levels, taking the form of a card-carrying, fee-charging European association composed of 4 autonomous but networked branches, coordinated by electronically electable and removable delegates to be drawn from the association's constituency. Any city in Europe and the Mediterranean can join A4RE: it will be considered a hub, if features the any or some of the following 4 departments, and a hub if if hosts
them all. Hubs and subhubs contribute federal delegates and resources to A4RE for its actions of political and social pressures at the Europen level, while networking autonomously on metropolitan and transnational projects of their choosing.

Here are A4RE 's initial four deparments/subnetworks.

THE PRECARIOUS SYNDICATE: a social advocacy and media subvertising group assisting temp workers and part-timers, pink collars and networkers, in their struggles against governments and corporations.
Also provides legal counseling and political lobbying against precarity at the Union and state levels.

EUROPEAN FUNDAMENTAL RIGHTS GROUP: a civic and legal advocacy group defeding, before the courts and public opinion, the right to protest and civil disobedience, the rights of first-generation Europeans and migrants, queer and women's rights, the cyber rights of free spech on the Web and the cell phone.

ECOACTIVE CONSPIRACY: a network of direct action collectives practicing urban ecology, permaculture, barefoot economics, guerrilla gardening, environmental hacks and protests, and the like.

PINK PUNK HACKS YOUR THINK TANK: a hub of intellectual discussion and social science research around demoradical europe: movements, subcultures, conflicts, policies, borders, cartographies and realities of power, geopolitics,transnational alliances, creative+service class, and other politically relevant issues and questions.